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Ti trovi qui: Home / Eventi / You Never Had It – An Evening with Bukowski – Intervista al regista Matteo Borgardt

You Never Had It – An Evening with Bukowski – Intervista al regista Matteo Borgardt

Marco Alocci Eventi Set 8th, 2016 0 Comment

In occasione delle Giornate degli Autori abbiamo avuto l’occasione di intervistare Matteo Borgardt, giovane regista di You Never Had It – An Evening with Bukowski, sua personalissima rivisitazione dell’intervista che la madre, nel lontano 1981, fece al cantore di Los Angeles. Con quest’opera ci porta infatti nell’intimità del poeta e scrittore statunitense, nella culla dei suoi pensieri, nell’antro di creazione e di ispirazione di un’autore che ha saputo cambiare la visione filosofica della vita e del modo di vivere dell’uomo moderno.

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Non conoscevi Bukowski in modo approfondito prima di iniziare a lavorare a You Never Had It. Com’è stato scoprirlo attraverso il lungo viaggio nella realizzazione del film?

Sicuramente tanti su e giù, è stato divertentissimo scoprire le sue opinioni sulle cose, che spesso condivido, e allo stesso tempo è stato anche molto difficile perché è un personaggio cinico, pessimista. Non è stato facile montare il tutto, da solo in una stanza con la sua voce nella mia testa tutti i giorni. Dopo aver cominciato questo progetto ho scoperto le cose che a me piacevano molto di Bukowski come il suo libro Panino al Prosciutto, con cui mi ritrovavo molto. E’ stata poi la mia prima volta con la pellicola vera ed è stato anch’esso molto difficile: mi sono ritrovato spesso con riprese fuori fuoco o rovinate.

Mano a mano che riguardavo l’intervista cominciavo a capire sempre di più del suo modo di pensare. Mi ha colpito il modo in cui vedeva l’umanità andare in una direzione sbagliata, opinione che condivido anch’io nel constatare come il nostro mondo al giorno d’oggi sia in una situazione molto difficile. E’ difficile non essere pessimista per il nostro futuro con tutto quello che sta succedendo, la povertà, le guerre, le persone che muoiono di malattie, alcolismo.

Bukowski dice cose così profonde che molto spesso non puoi non essere d’accordo con lui. Penso che c’è tanta verità in tutto quello che vede.

Cosa ne pensi della concezione moderna di Bukowski, di come le persone vedono superficialmente la figura di questo autore, quasi relegato e banalizzato ad essere uno scrittore da Facebook? Pensi che il film possa aiutare a sdoganare questa visione sbagliata che si è venuta a creare?

Penso proprio di sì. Quando abbiamo fatto questo film era per lasciare allo spettatore la possibilità di decidere lui stesso chi fosse Bukowski, di farsi una personalissima opinione di lui. Non volevamo influenzarlo, non è un film biografico.

Se avessi la possibilità di trasformare in film un’intervista ad un personaggio così come hai fatto con Bukowski, c’è qualcuno in particolare che preferiresti?

Sicuramente ci sono tantissime persone… Mio nonno, è uno con cui avrei voluto passare del tempo riscoprendo un po’ la sua vita. Ma anche Gandhi, Mandela, persone che hanno influenzato i cambiamenti in questo mondo. Vorrei scoprire i loro punti di vista, il loro lavoro che hanno fatto e che volevano fare.

E’ dunque questa la formula giusta per raccontare la vita di un personaggio, piuttosto che affidarsi ad un film biografico (biopic) come quelli che tanto vanno di moda al giorno d’oggi?

Si, perché non diventano mai noiosi. Qui abbiamo voluto essere insistenti nel far capire chi fosse il personaggio direttamente dalle parole del personaggio stesso. Non abbiamo inserito commenti, scene girate. Volevamo che fosse lui a raccontare chi fosse.

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Los Angeles. Bukowski è il cantore della città degli angeli così come LA è teatro del film di apertura di Venezia 73, La La Land. Qual è il tuo legame con la città in cui sei cresciuto e come il panorama di Los Angeles ha influenzato Bukowski stesso?

Los Angeles è una città straordinaria, grandissima. Ci sono tantissime realtà, dalle persone più ricche a quelle più povere del mondo. Tanti problemi di droga, di alcol, di criminalità che esistevano all’era di Bukowski e che resistono oggi. Le zone sono cambiate, zone popolari diventano esclusive. Los Angeles è in continua evoluzione, ha mille aspetti. Se vuoi trovare ispirazione è il posto giusto. Una delle poesie che pensavamo di usare era Traffic Jam, proprio per descrivere il traffico, uno degli aspetti più caratteristici di LA (e che emerge anche in La La Land)

C’è qualche poesia che ti ha colpito in particolare e che hai spinto per inserire?

Avevamo una grande scelta attraverso tre o quattro audio CD che sono stati creati. Volevamo che le poesie fossero legate ai soggetti di cui Charles parla durante l’intervista. Per esempio la poesia in cui parla della sua morte è stata inserita perché è della morte che in un segmento dell’intervista parla, oppure Those Sons of Bitches, che lui stesso cita durante l’intervista. Abbiamo poi trovato You know and I know and thee know, che era una poesia che non conoscevo nemmeno, una bellissima poesia che rappresentava molto la sua Los Angeles, il suo modo di vivere le cose in quel periodo.

Com’è nata, facendo un passo indietro, l’idea di un progetto simile? Cosa ti ha spinto a lavorare proprio su questa intervista

L’idea è venuta quando ho trovato le videocassette di mia madre, che appunto aveva realizzato l’intervista. Le stava cercando per darle ad una mostra su Bukowski che doveva essere allestita a Bologna. Quando sono state digitalizzate le ho guardate e sono rimasto davvero colpito, mi ha fatto venire, circa un anno e mezzo fa, la voglia di realizzarci un film. Ne abbiamo parlato con il produttore Pietro Valsecchi, a Cannes in quel periodo, che insieme a Paola Ferrari de Benedetti era interessata ad un piccolo progetto per entrare nel mondo della produzione. Le piaceva da matti l’idea.

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Ti aspettavi Venezia e la selezione per le Giornate degli Autori?

Lo speravamo dal primo giorno. Dal primo giorno abbiamo pensato che questo film fuori dagli schemi potesse andar bene solo per questa categoria. Avevamo pensato a Venezia 72, ma avremmo dovuto montare tutto in un solo mese, quindi abbiamo optato per quest’anno, ed è andata bene.

Vorresti fare qualcosa sullo stesso genere? Stai già lavorando a qualcosa di nuovo?

Si, assolutamente. Ho già un altro progetto poiché è la mia passione. Appena tornerò a LA continuerò a lavorare su un documentario riguardante un campo di prigionia italiano sulla seconda guerra mondiale in Arkansas. Sarà finito intorno a marzo del 2017 e non so se possa essere un film da festival, probabilmente è adatto per festival molto piccoli e locali. E’ un progetto molto più facile, molto più documentaristico, decisamente biografico con immagini di repertorio e interviste

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Marco Alocci

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