Troy Maxson (Denzel Washington) pensava che un giorno avrebbe seriamente sfondato nel circuito del baseball professionistico. In realtà, lontano dai giorni della gioventù e dal suo sogno di entrare nella MLB, svolge quotidianamente le sue mansioni di spazzino in quel di Pittsburgh, trascorrendo un’esistenza felice con la propria famiglia. Qualcosa è destinato però a cambiare, con la radicalizzazione delle tendenze comportamentali di Troy e lo sfaldarsi progressivo del nucleo familiare sotto gli aspetti umano ed esistenziale.

Tratto dall’acclamatissima piece teatrale di August Wilson del 1983 (vincitrice del premio Pulitzer per la drammaturgia) e già ripreso dai due protagonisti Denzel Washington e Viola Davis nel revival teatrale del 2010, Barriere (Fences) identifica la volontà dell’attore-regista newyorchese di far compiere all’opera il definitivo salto sullo schermo cinematografico in quanto storia delicata e dalla forte sensibilità che necessita di arrivare, attraverso un mezzo forte e comunicativo come il cinema, al grande pubblico.
Proprio come a teatro, il film ricrea la quinta nel microcosmo di Pittsburgh, spesso ridotto alla casa della famiglia Maxson, fulcro di quasi tutti gli eventi dell’intreccio. Il clima è familiare, intimo (ce lo ricorda anche il registro linguistico e dialettale dei protagonisti), e offre la possibilità di cogliere gli aspetti della quotidianità di un umile famiglia afroamericana del secondo dopoguerra. Emergono fin da subito le tendenze accentratrici di un Denzel Washington/Troy che attrae su di sè qualsiasi aspetto della vita (nonché della pellicola). Benché il periodo storico sia in fase fortemente evolutiva, la realtà famigliare è fortemente ancorata ad una visione patriarcale basata sul modello padre-capo giustificato dalla venale relazione lavoro-cibo in tavola. Visione che, al giorno d’oggi, potrebbe sembrare retrograda ma che ci offre nel modo migliore uno spaccato di un substrato sociale, quello afroamericano, ancora vessato da una segregazione razziale marcata.
I tempi stanno però cambiando, l’evoluzione è quanto mai matura. Questo Troy Maxson non lo accetta, fermo nella sua radicale lotta all’uomo bianco cospiratore, all’uomo bianco che reprime l’emergere dell’uomo di colore tanto nello sport quanto nella vita. Il mondo sta cambiando, ma Troy Maxson non se ne accorge, relegato al suo artificio schema casa-lavoro-baseball e incapace di andare oltre. Barriere non fa altro che dare voce al suo ermetismo sociale che soffoca la voglia di cambiamento della moglie Rose (Viola Davis) e del figlio Cory (Jovan Adepo). Il contrasto diventa inevitabile e si manifesta nella sua forma più pericolosa: quello di idee, il contrasto tra chi pone barriere e chi prova a superarle, tra chi erige muri e chi vorrebbe abbatterli.
Barriere – Recensione
7
voto






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