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Green Book, ovvero io sono più nero di te

Bianca Ferrigni Articoli Feb 2nd, 2019 0 Comment

Un’immersione in apnea nel profondo Sud degli Stati Uniti, quel Sud che più decresce la latitudine e più ti sembra di sentire ancora l’odore delle croci bruciate del Ku Klux Klan. Questo, in  due righe, è Green Book. E per una coppia davvero atipica come quella composta da un ricco e raffinato musicista nero e un italoamericano del  Bronx, spavaldo, mezzo malavitoso e forse anche un po’ razzista, la lunga tournée musicale che li porta da New York all’Alabama negli anni sessanta rischia di essere una missione da incoscienti, o forse da coraggiosi.

Le città e gli Stati si snocciolano uno dopo l’altro come grani di un rosario: Pittsburgh-Pennsylvania, Ohio, Hanover-Indiana, Kentucky, North Carolina, Georgia, Tennessee, Arkansas, Lousiana, Missisipi, Alabama. Ogni tappa, per chi parte dalla cosmopolita New York, è uno sprofondare miglia dopo miglia nel pozzo del razzismo bianco, quello nato dalla guerra di secessione americana e che, con un’ostinazione ideologizzata, continuava a negare i diritti, addirittura quelli di voto, ai niggers, lo strato più basso e vilipeso della popolazione. Nel 1962, quando il raffinato pianista di colore Don Shirley (Mahershala Alì) e lo squattrinato italo-americano Tony Lip (Viggo Mortensen) si mettono in viaggio sono ben consapevoli di essere male assortiti, non solo per il colore della pelle ma anche perché le posizioni sono ribaltate, e il bianco Tony è l’autista che deve accompagnare il boss nero in un tour lungo due mesi, fino alla vigilia di Natale.

Il green book che dà il titolo al film non è una guida per camperisti, ma un libretto verde salvavita per i viaggiatori americani di colore (“The negro motorist”), dove sono indicati gli alberghi e i motel nei quali i neri possono fermarsi. E il prezzo da pagare per i trasgressori può essere davvero molto alto.

In fondo sono passati solo sei anni da quando il pianista e cantante Nat King Cole fu attaccato e picchiato a sangue sul palco di Birmingham, in Alabama, dai membri del “Consiglio dei cittadini bianchi”. Da allora Cole non si esibì più nel Sud degli States. E negli anni sessanta ancora una corposa fetta di popolazione si era oranizzata per opporsi all’estensione dei diritti civili ai cittadini di colore. Una profonda resistenza culturale e politicamente trasversale che aveva (e ha) le sue radici  nella propaganda post bellica, plasmata sul modello di quella nazista, che convinceva i bianchi poveri che i loro problemi economici fossero causati dai neri, dai banchieri ebrei e da altre minoranze.

Sarebbe tuttavia sbagliato pensare che Green Book sia un film in cui viene affrontata la poblematica razziale con toni drammatici. C’è invece tanta leggerezza e si sorride molto. D’altra parte Peter Farrelly, con il fratello Bobby, è il regista di Scemo & più scemo, di commedie talora un po’ ruspanti come Amore a prima svista e Tutti pazzi per Mary. Niente a che fare con Green Book, certo, che è un film molto classico nella  confezione e nella sceneggiatura, ma che ha dalla sua una bella caratterizzazione dei personaggi e due attori di tutto rispetto.

Viggo Mortensen è spassoso nei panni dell’italo americano del Bronx, abituato a trucchi per la sopravvivenza ai limiti della legalità e sovraccarico dei pregiudizi della sua comunità, eppure con il cuore tanto grande da comprendere fino in fondo la solitudine del musicista, che rimarrà suo amico per tutta la vita. Sì, perché qui ci troviamo in zona storie vere, e quella di Don e Tony è una vicenda che appartiene alla realtà.

Più che convicente l’ottimo Mahershala Alì in un ruolo difficile da caratterizzare. Forse a noi italiani non può sfuggire lo stereotipo un po’ esasperato dell’italo americano, ma qualche sottolineatura rientra nel registro di una pellicola che vuole strizzare l’occhio allo spettatore, e che intanto  è candidata a 5 Oscar.

L’ultimo concerto che il trio di Don Shirley, composto anche da due musicisti agli archi (russi, tanto per rimanere in tema di minoranze sul suolo americano), si interromperà proprio dove fu picchiato Nat King Cole, a Birmingham in Alabama. Don rompe il contratto proprio in quella città, dopo che in Missisipi i due erano stati arrestati: Tony per aver reagito all’insulto di un agente arrogante e razzista, Don perchè ai neri è proibito uscire dopo il tramonto.Il dialogo tra i due, una volta rilasciati addirittura per l’intervento di Robert Kennedy, è il climax del film:

Tony: “Io so chi sono, so chi sono i miei amici, la mia famiglia, mia moglie e i bambini, so che mi sbatto tutto il giorno per portare a casa da mangiare. Io sono povero e tu stai seduto su un trono. Io sono più nero di te. Tu non sai niente della tua gente. Non li conosci. Non conosci neanche Little Richard!“.

Don: “Quindi conoscere Little Richard ti rende più nero di me? “.

E poi, una volta scesi dalla macchina, sotto una pioggia battente, le lacrime di Don Shirley: “Sì,  io vivo in un castello e sono colto, e i ricchi bianchi pagano per sentirmi suonare e sentirsi colti. Ma appena scendo dal palco torno ad essere soltanto un altro negro, perché è questa la loro vera cultura. E soffro da solo perché la gente non mi accetta, perché non sono come loro, perché sono più in alto di loro. E soffro da solo perchè la mia gente non mi accoglie perché non sono nemmeno come loro. E quindi cosa sono io? Sono bianco o sono nero? Sono un uomo o che cosa?”.

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Bianca Ferrigni

Cinefila dalla culla, cresciuta a pane e Truffaut, è giornalista professionista, Divide il mondo tra coloro che amano Lars VonTrier e quelli che non lo sopportano. E' stata capo redattore delle pagine di Cultura del giornale "Il Piccolo" dal 2004 al 2014.

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