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Ti trovi qui: Home / Notizie / Nuova partitura musicale per il capolavoro di Erich von Stroheim Greed

Nuova partitura musicale per il capolavoro di Erich von Stroheim Greed

Mario Galeotti Notizie Feb 7th, 2020 0 Comment

Nell’ambito delle numerose iniziative in programma per Torino Città del Cinema 2020, il 12 febbraio prossimo alle 21.00 verrà proiettato, nella Sala Cabiria del Cinema Massimo del capoluogo piemontese, il capolavoro di Erich von Stroheim Greed (1924), con sonorizzazione dal vivo su una partitura originale eseguita da quattro virtuosi italiani della chitarra – Xabier Iriondo, Stefano Pilia, Paolo Spaccamonti, Alessandro “Asso” Stefana – , dal percussionista Paolo Mongardi e dal sassofonista Luca Mai. La copia del film è quella conservata alla Cineteca Nazionale. A introdurre la proiezione sarà il prof. Giaime Alonge.

Viennese di nascita, emigrato negli Stati Uniti all’età di poco più di vent’anni, Erich von Stroheim (1885 – 1957) è stato uno dei maggiori esponenti del cinema delle origini, figura controversa di autore “maledetto”, geniale ed eccessivo, esaltato e poi emarginato. Poco incline ai compromessi e alle imposizioni dei produttori, la sua attività di regista e sceneggiatore si è esaurita nell’arco di solo un decennio, lasciando comunque una traccia indelebile nella storia della cinematografia mondiale. Nella sua carriera di attore invece, lunga quasi cinquant’anni, accettò di lasciarsi confinare nello stereotipo di rigidi personaggi militareschi mitteleuropei, cosa che non deve stupire troppo considerando le origini austriache di Stroheim, la sua formazione militare e il fisico particolarmente adatto alla solennità di tali ruoli: caratteristiche che gli permisero di dar vita a una “galleria di tipi spiacevoli, di un’eleganza fredda e raffinata, corrotti, ipocriti, sadici” (Carl Vincent). Ricordiamo almeno il crudele tenente von Eberhard che in The Heart of Humanity (di Allen Holubar, 1918) lancia un neonato dalla finestra prima di aggredire la giovane infermiera Nanette, il capitano Wolters in Alba di sangue (Crimson Romance, di David Howard, 1934), il capitano von Rauffenstein in La grande illusione (La grande illusion, di Jean Renoir, 1937), il dottor von Harden in Fuoco a Oriente (The North Star, di Lewis Milestone, 1943).

Per quanto riguarda la sua poetica di regista, i film di Stroheim si distinguono per la prodigalità di mezzi e la lunghezza eccessiva che resero turbolenti i rapporti con i produttori, la complessità delle scene, l’attenzione meticolosa per i dettagli, i ricorrenti primi piani e l’uso volutamente ambiguo della profondità di campo, il naturalismo crudele a tratti sadico, la rappresentazione sconcertante e atroce dei sentimenti più torbidi dell’animo umano, come quelli che si annidano nell’intima essenza dei personaggi del film Greed.

Quinto film diretto da Stroheim dopo Mariti ciechi (Blind Husbands, 1919), Il grimaldello del diavolo (The Devil’s Passkey, 1920), Femmine folli (Foolish Wives, 1922), Donne viennesi (Merry Go-Round, 1923), Greed è tratto dal romanzo di Frank Norris intitolato McTeague. Prodotto da Irving Thalberg per la MGM, costato la cifra esosa di quasi 500 mila dollari (ma già Stroheim si era guadagnato la fama di dilapidatore), il film all’inizio durava oltre otto ore e nelle intenzioni del regista sarebbe stato diviso in due parti. Ma la produzione impose drastici tagli che ne ridimensionarono notevolmente la durata portandolo alla lunghezza di circa due ore ed eliminando sopratutto le storie parallele a quella dei due protagonisti. La versione definitiva, dunque, è incentrata sui personaggi di McTeague (Gibson Gowland), prima minatore e poi dentista abusivo a San Francisco, e di Trina (Zasu Pitts), cugina del suo amico Marcus. I due si innamorano e si sposano, ma il loro matrimonio ha presto risvolti grottescamente tragici, quando emergono con impietoso realismo (ma anche con l’impiego di immagini fortemente simboliche, allegorie che traducono visivamente gli stati emotivi) la bruttura, i vizi, le pulsioni recondite, il fondo morboso e malvagio che si cela nei loro cuori e che li porta a compiere azioni che trascineranno i protagonisti in un vortice di degrado morale e disfacimento, fino all’epilogo di morte e dannazione nella cornice non casuale della Death Valley. Stroheim, a distanza di anni, parlando delle amputazioni subite dal suo film disse: “non c’era più alcuna rassomiglianza con quel che io avevo concepito e girato… la versione che ha circolato nel mondo, non ho mai voluto vederla; rifiuto di riconoscerla come opera mia…”. Ma il giornalista Denis Marion notò come, nonostante i tagli e l’eliminazione delle scene più scabrose, l’impronta di Stroheim in Greed sia in ogni caso chiara, indelebile. Come ha scritto Fernaldo Di Giammateo, si tratta pur sempre di “un dramma di estrema potenza e un’opera chiave nella storia del cinema”.

Girato nei luoghi autentici in cui si svolge la vicenda, da San Francisco alla Valle della Morte, secondo una scrupolosa e maniacale attenzione per l’ambiente, con disagi d’ogni genere e continui contrasti con la produzione, Greed è senz’altro l’opera più significativa di Erich von Stroheim, uscita incredibilmente indenne dalle mutilazioni della moviola.

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Mario Galeotti

(Sestri Levante, 1974) Dottore di ricerca, saggista e pubblicista, collabora con le testate InsideThe Show.it e Carte di Cinema. E' autore di diversi libri: ricordiamo "Dino l'amico italiano. Vita e carriera di Dean Martin" (Falsopiano, 2017), "Immagini e presenze americane nel cinema italiano" (Europa Edizioni, 2018), "Peter Cushing e i mostri dell'inferno" (Falsopiano, 2020), "Il mio nome è Moore, Roger Moore" (Weird Book, 2023).

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