
Dopo aver realizzato quello che a tutt’oggi resta il suo capolavoro, Amore tossico (1983), dovettero passare ben quindici anni prima che Claudio Caligari potesse tornare di nuovo dietro la macchina da presa. Sappiano bene che il regista di Arona era uno che non scendeva a compromessi, una persona non incline a mitigare le sue sceneggiature per adeguarsi alle convenzioni imperanti del circuito cinematografico italiano. E tale temperamento gli costò caro, tenendolo lungamente ai margini, tant’è che la sua carriera conta solo tre lungometraggi (compreso l’ultimo, Non essere cattivo, del 2015). Un cinema resistente e contrario il suo, che ha sempre veicolato feroci contro-narrazioni finalizzate a far esplodere l’ordine simbolico di una generale rappresentazione dello stato delle cose. Anche se le borgate dei sottoproletari di Pasolini erano da tempo scomparse, Caligari seppe intercettare tutta quell’umanità irregolare che non era ancora stata completamente sussunta. Quella delle periferie estreme, dove non arrivava la retorica delle istituzioni e in cui per sopravvivere bisognava sbarcare il lunario, finanche delinquere, in barba al buonismo della borghesia di sinistra e al pietismo cattolico dell’area democristiana.
L’odore della notte (1998), liberamente tratto dal romanzo-verità del giornalista Dido Sacchettoni, Le notti di arancia meccanica, in cui erano riscostruite le gesta di quella che, tra il 1979 e il 1983, fu una celebre banda criminale di Roma, un gruppo di delinquenti che irrompeva nelle case dei ricchi, malmenando, terrorizzando e fuggendo con lauti bottini, è un film ancora una volta atipico nel panorama italiano. È presente in esso una contaminazione di generi e registri narrativi che lo rendono un oggetto unico, oltre all’evidente dimensione ipertestuale, metacinematografica, con tanti riferimenti e citazioni, che ne caratterizzano la forza iconografica.

La guerra di Remo (si perdoni l’inevitabile gioco di parole dovuto al nome del protagonista interpretato da Valerio Mastandrea, Remo Guerra) è una spina nel fianco dell’ordine costituito, un cortocircuito che disturba la quiete di un mondo in cui un’invalicabile soglia separa i ricchi da coloro che non sono stati ammessi al “banchetto democratico”, sprovvisti dei requisiti minimi per parteciparvi. Di fronte a questa acquiescenza silenziosa e violenta al tempo stesso, la banda di Remo è come un grido nella notte che spaventa, una risacca di malcontento che torna per inondare le strade della città, uno tsunami urbano, un cataclisma che investe gli spazi sconnessi della metropoli.
Ma Caligari, che non era un ingenuo o un’anima bella, seppe mescolare sapientemente i toni della narrazione, inoculando una robusta dose di ironia e dando forma a situazioni spesso grottesche, sebbene sempre all’interno di un quadro tendenzialmente tragico. In tal senso dev’essere intesa, ad esempio, la voce narrante (dello stesso Mastandrea), che altrimenti risulterebbe ridondante e stucchevole, laddove la componente letteraria mal si concilia con il livello culturale dell’orante. Così come ironiche sono le citazioni di Taxi Driver (1976) di Martin Scorsese, quando Remo si guarda allo specchio, puntando la pistola, o dà un calcio alla tv, distruggendola. È il dispositivo cinema che si autorigenera autonomamente, quasi al di là della volontà dell’autore, come un rigurgito incontrollabile, un’abbuffata di immagini che riemergono in quanto mai definitivamente digerite, in quanto magnificamente eccedenti. E, dunque, passare dai ghetti di New York alle periferie romane è un salto logico che fa sconfinare nel riso, poiché il regista dissemina nella sua drammatica storia continui contrappunti che ricordano allo spettatore di trovarsi di fronte a una grandiosa finzione, quantunque le vicende messe in scena traggano origine da fatti realmente accaduti. Come lo stesso Caligari affermò all’epoca delle riprese del film, ne L’odore della notte convivono la realtà dei Lumiere e la fantasia di Melies.

Azzeccato in pieno il cast, con un Mastandrea duro ma non ottuso, Marco Giallini efficace nel suo ruolo, Giorgio Tirabassi credibile e, infine, il non attore Emanuel Bevilacqua, un residuo esplosivo delle periferie, animalesco e crudele, sempre in grado di tenere viva la tensione. Ed eccellente anche il cameo di Little Tony che interpreta se stesso in una sequenza che difficilmente si dimentica.
Finora de L’odore della notte erano sempre circolate copie di scarsa qualità. Ora grazie CG Entertainment è possibile godere della versione restaurata e in alta definizione: un vero piacere per gli occhi, come vedere il film per la prima volta. Nella nuova edizione a due dischi è anche presente Se c’è un aldilà sono fottuto – Vita e cinema di Claudio Caligari, il commovente documentario di Simone Isola e Fausto Trombetta. Un’occasione da non perdere.







Lascia un commento