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Disponibile su RaiPlay L’Accabadora di Enrico Pau, con Donatella Finocchiaro

Luca Biscontini Articoli Giu 22nd, 2021 0 Comment

Disponibile su RaiPlay L’Accabadora, un film del 2015, diretto da Enrico Pau. Scritto e sceneggiato da Igort , Antonia Iaccarino ed Enrico Pau, con la fotografia di Piers McGrail, il montaggio di Johannes Hiroshi Nakajima e Andrea Lotta, le scenografie di Marco Dentici, i costumi di Stefania Grilli e le musiche di Stephen Rennicks, L’Accabadora è interpretato da Donatella Finocchiaro, Barry Ward, Carolina Crescentini, Sara Serraiocco, Anita Kravos.

Trama
Alla fine degli anni Trenta, la trentacinquenne Annetta, una donna solitaria e silenziosa sempre vestita di nero, vive in un piccolo centro nelle campagne sarde. Custodendo un terribile segreto del passato, passa le giornate nell’attesa di una chiamata e, quando ciò avviene, apre una vecchia sacca contenente una mazzuola di legno, un vecchio cuscino e uno specchietto spaccato. Da quel momento, qualcosa di imprevisto la porterà a Cagliari e le cambierà la vita, facendole scoprire di potersi staccare dal suo ruolo di Accabadora, figura della tradizione sarda il cui compito è aiutare i morenti a trapassare.

L’Accabadora di Enrico Pau è un’indagine antropologica molto proficua, laddove la protagonista, una donna che ha ereditato l’antico ruolo di donare ‘la buona morte’ ai malati terminali, è una figura emblematica, che il regista sardo coglie nel momento del cambiamento, in un divenire che riformula la soggettività, mettendo a confronto la dimensione arcaica (e in un certo senso sacra) e la modernità. Annetta (interpretata da un’ottima Donatella Finocchiaro) giunge a Cagliari negli anni ’40 durante i bombardamenti, e in questo scenario s’imbatte in situazioni e personaggi per lei completamente nuovi, che le impongono una rivisitazione critica della propria vita, fino a quel momento segnata da un fatale destino.

Colpisce, innanzitutto, l’accuratezza delle inquadrature, sia per quanto riguarda la dislocazione dei personaggi e degli oggetti nello spazio, sia per la fotografia, che risente di un cromatismo che vira verso colori pastello, vicini a quelli della campagna sarda, e i costumi che rivelano grande accortezza nella scelta. Insomma, nulla è casuale nel film di Pau, ogni immagine che scorre sullo schermo – a cominciare dal bel prologo in cui vediamo Annetta incedere in un campo tempestato di spighe di grano – è il frutto di un lavoro meticoloso e lo spettatore non sprovveduto se ne rende subito conto e, dunque, segue con non poca attenzione le vicende dell’Accabadora, godendo di una bellezza che non scema mai, anche quando l’azione si sposta nella città.

È interessante  lo sguardo di Pau nei confronti della protagonista, in quanto sebbene Annetta sia oppressa da un ruolo che non ha scelto e che la connette tragicamente con un angosciante senso di morte (è in tutto e per tutto un ‘angelo della morte’), è difficile condannare fino in fondo la dimensione arcaica-sacra-rurale della sua funzione, in quanto radicata in un tessuto culturale e popolare antico, dove viene meno una netta distinzione tra bene e male, e la necessità (l’impossibilità di curare adeguatamente i moribondi) genera una normatività non scritta ma fortemente operativa.  Insomma, siamo proprio sicuri che la mutazione antropologica di Annetta sia la cosa migliore che possa capitare? Senza dimenticare, poi, le implicazioni di questa forma di eutanasia ante litteram, che imporrebbero un dibattito serrato sull’odierno trattamento della questione.

Ma, evitando di inoltrarsi in sentieri impervi, ciò che si può dire è che il senso di sospensione del film – e non poteva essere altrimenti, visto che ciò che è messo in scena è il movimento del cambiamento interiore dell’Accabadora – è assai azzeccato, in quanto si limita (si fa per dire) a registrare uno slittamento che rielabora sensibilmente l’ordine simbolico in cui è inserita Annetta, presagendo una trasfigurazione (che rimane giustamente fuori campo) a cui non si cessa di fare segno. Pau mostra questo momento di rielaborazione e riposizionamento, con una contestualizzazione storica precisa e puntuale. Gli altri personaggi, in particolare il medico, Albert (Barry Ward), e l’amica artista, Alba (Carolina Crescentini), accompagnano Annetta nel nuovo percorso, inaugurato dalla fondamentale pietà che la protagonista prova per la nipote Tecla (Sara Serraiocco) e che la induce a interrompere il meccanismo inarrestabile di cui è vittima.

Non sappiamo esattamente quale sarà il futuro dell’Accabadora, in quanto il regista evita opportunamente di prendere posizione nell’uno e nell’altro senso. Ciò che gli preme è narrare la cultura e le tradizioni delle sua terra e, in questo senso, il film risulta un documento che testimonia egregiamente un pezzo di storia del nostro paese che rischiava di essere inghiottito dall’oblio.

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Luca Biscontini

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