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La visione del Sabba di Marco Bellocchio – Recensione

Roberto Lasagna Articoli Mar 25th, 2024 0 Comment

Maddalena (Beatrice Dalle) è una ragazza che crede di essere una strega nata l’8 gennaio del 1630 e di essere condannata al rogo perché accusata di pratiche demoniache. Viene rinchiusa in un manicomio criminale dopo aver ucciso un uomo – un cacciatore – che voleva violentarla. Di lei si occupa il giovane psichiatra David (Daniel Ezralow) il quale, attratto dalla sensuale e provocante ragazza, perde se stesso e si ritrova coinvolto nel mondo di fantasia di Maddalena, che si dice in attesa da quattro secoli dell’“uomo dall’ariete d’oro” in grado di farle perdere la verginità.

Coinvolto dalla magica presenza della giovane, David sperimenta il disorientamento che lo porta a vivere il delirio di Maddalena convinta che prima o poi il diavolo la rapirà e la porterà al Sabba.

Bellocchio realizza un film teso e a tratti disturbante, forse destinato ad essere oggi meglio compreso rispetto a quando uscì nelle sale, trattandosi di un film che si pone tra i tre più intensi esiti della collaborazione tra il regista piacentino e lo psichiatra Massimo Fagioli, e La visione del sabba (1988) si rivela un episodio visionario in cui l’aspetto visivo è certamente il meglio risolto, nonché un inabissamento nella seduzione e nella follia. Dopo Diavolo in corpo (1986), successo di critica e di pubblico, l’undicesimo lungometraggio del regista piacentino è un film con pagine suggestive: si scaglia contro la razionalità più cristallizzata e nel personaggio di David individua lo sguardo di un indagatore che sceglie di non trincerarsi tra le polveri delle certezze accademiche. Il fascino di Maddalena che David avverte diventa motivo di sequenze di insinuante turbamento per lo spettatore, spinto sull’andirivieni reiterato e disorientante di passato e presente. La perdita di sé non è soltanto una condizione che il personaggio sperimenta, ma sempre di più si manifesta allo sguardo una realtà fatta di giustapposizioni in cui l’immergersi nel mistero non frena le piste interpretative ma anzi conduce ad una esasperata sfida con l’intensità della follia. La visione del sabba libera sì il piacere e la seduzione (dell’immaginazione, dell’eros) ma inscenando il mistero del femminile da cui David attinge per vivere una relazione in cui le difese e le strutture della scienza sono impalcature presto attaccabili. Attraverso il coito, si realizza quell’incontro che consente a Maddalena di sopravvivere al rogo: atto di resistenza che la libera dalla condanna che la cultura del suo tempo ha previsto di infliggerle. In quest’unione offerta allo sguardo e alla visibilità, lo spazio dell’amore è quello dell’incontro e della fede autentica verso la donna, “strega” designata da un contesto censorio e fustigatore che preme dal passato per sconfinare nel presente.

Il seicento e il novecento sembrano coniugarsi per riferimenti che segnano sul corpo censure, pregiudizi, incomprensioni, mentre la sequenza in cui improvvisamente Maddalena prende a roteare su se stessa volteggiando dinanzi allo stupefatto psichiatra David – resa dalla magnifica fotografia di Giuseppe Lanci -, suggerisce lo stordimento dell’imminente vortice fisico-sensoriale,  di quel sovvertimento esperienziale e simbolico rappresentato dall’incontro con una psiche che parla con la sensualità incontenibile e il candore dell’illibatezza di un personaggio come Maddalena. Lei, con il corpo e il volto della brava ed efficacissima Beatrice Dalle, scardina con la sua eccentricità la visione ordinaria del maschile. La cultura che scioccamente condanna al rogo fomenta l’orrore di un’interdizione a comprendere il senso della magia di potersi relazionare con il femminile e Bellocchio realizza un film singolarmente pretenzioso ma visivamente magnetico, che lascia stranito anche lo spettatore per la narrazione che ha la singolare caratteristica di affidarsi a cadenze narrative in grado di suggerire un rapimento ipnotico culminante con la messa in scena del rito del sabba. I convegni di streghe sigillati dall’iconografia del cerchio di fuoco sono anche la raffigurazione più laicamente sacramentale di quel potere incontrollabile del femminile che l’ordine simbolico del cieco potere maschile intenderebbe debellare. Bellocchio, che dopo il successo del film precedente avverte come rischiosamente pressante l’aspettativa creatasi per il nuovo lungometraggio, non viene meno con La visione del sabba al suo rigoroso inabissamento in trame psicodinamiche che perseguono la sua ricerca, e nel racconto narrativamente originale del film, pur non stilisticamente risolto come il precedente (e sicuramente non altrettanto apprezzato dalla critica, ma nemmeno il regista si dirà pienamente soddisfatto), si sviluppa una tensione che amalgama passato e presente ma anche realtà e sogno, definendo le trame di una visione che ingloba David a Maddalena, ma adduce ad un percorso di senso che passa attraverso il rapporto con il corpo e l’ordine simbolico che attraverso di esso si esprime. Se Maddalena è un’isterica accusata di un delitto, David, che è sposato non felicemente con Cristin, dapprima vive il turbamento di sogni angosciosi, e Maddalena gli appare come colei che si autodenuncia debitrice delle pulsioni insoddisfatte che avrebbero voluto trovare soddisfazione con il Maligno, in quel Seicento in cui il suo desiderio di essere violentata, cioè liberata alla verginità, avrebbe portato alla sua tortura e condanna a morte. Ma il sabba che coinvolge David nello sfrenato rito in cui egli si ritrova in conclusione nel ruolo della vittima, è un irrefrenabile esito dei suoi incubi notturni, dove l’amplesso con la “strega” Maddalena libera questa volta il potere visionario di una seduzione in cui la gabbia sprigiona ancora una volta il potenziale di un femminile, diabolico e innocente, dinanzi a cui è proprio David ad appiccare illusoriamente il fuoco alla catasta, mentre Maddalena e il suo sorriso rimarranno intatti e trionfatori. Una fantasia visionaria in cui la purezza e la sensualità travolgente trovano espressione additando e scardinando le prospettive di intolleranza di epoche solo apparentemente lontane nel tempo. Fra gli interpreti de La visione del sabba, in un piccolo ruolo, compare nel film Raffaella Rossellini, la figlia di Roberto; interpreta un’imputata e nel film cura anche le coreografie. Raffaella Rossellini accuserà Bellocchio di averla costretta a recitare una sequenza di nudo piuttosto violenta. Si tratta di un’accusa che non trova corrispondenza nella realtà, considerando che la sequenza era prevista nella sceneggiatura. D’altronde, sono anni in cui Marco Bellocchio si è dovuto difendere da accuse più scomode, come quella che vede coinvolto Massimo Fagioli, accusato, in particolare per Diavolo in corpo, di aver plagiato il regista. Accuse che Bellocchio rifiuterà sempre ma che mettono in luce almeno due aspetti significativi della tensione: la posizione non di rado critica di Bellocchio nei riguardi di certi ambienti della sinistra dell’epoca, e l’insofferenza di una certa intelligentia, così come dell’ambiente del cinema, per una collaborazione, quella tra il regista piacentino e lo psichiatra e psicoterapeuta italiano legato alla pratica dell’analisi collettiva, che sarà premiata con l’Orso d’Argento al Festival di Berlino, ma raccoglierà anche polemiche che culmineranno nella condanna mediatica di apologia di stupro per La condanna (1991).

 

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Roberto Lasagna

Saggista e critico cinematografico, ha scritto numerosi libri, tra cui "Martin Scorsese" (Gremese, 1998), "America perduta. I film di Michael Cimino" (Falsopiano, 1998), "Lars Von Trier" (Gremese, 2003), "Walt Disney. Una storia del cinema" (Falsopiano, 2011), "Il mondo di Kubrick. Cinema, estetica, filosofia" (Mimesis, 2015), "2001: Odissea nello spazio di Stanley Kubrick" (Gremese, 2018), "Anestesia di solitudini. Il Cinema di Yorgos Lanthimos" (Mimesis, 2019), "Nanni Moretti. Il cinema come cura" (Mimesis, 2021), "David Cronenberg. Estetica delle mutazioni" (con R. Salvagnini, M. Benvegnù, B. Pallavidino, Weirdbook, 2022), "Steven Spielberg. Tutto il grande cinema" (Weirdbook, 2022), "Ken Loach. Il cinema come lotta e testimonianza" (Falsopiano, 2024).

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