A man and a woman di Lee Yoon-ki non è una storia romantica nel senso tradizionale del termine, ma il ritratto di due persone stanche e segnate dalla vita che si incontrano nel momento sbagliato. Questo film non racconta l’amore come un trionfo, lo descrive piuttosto nel modo più reale e sincero, ovvero come un momento fragile, imperfetto e che spesso arriva quando tutto è già deciso e non si può più tornare indietro.

La storia inizia in Finlandia con un paesaggio quasi surreale immerso nella neve e nel silenzio dove il tempo sembra fermarsi. Sang-min (Jeon Do-yeon) e Ki-hong (Gong Yoo), due coreani temporaneamente all’estero per lavoro, cercano di adattarsi in un Paese dove non conoscono bene la lingua e si incontrano per caso mentre portano i figli ad una gita scolastica. Sang-min lavora nel campo della moda, ha un marito distante e deve convivere con la difficoltà di crescere un figlio autistico in un Paese straniero praticamente da sola, continuando a salvare le apparenze di un matrimonio felice.
Ki-hong invece è un architetto che in Finlandia sta lavorando all’installazione di uno spazio espositivo di arte moderna, è un padre amorevole di una bambina timida e introversa con una moglie mentalmente instabile che soffre di manie ossessivo-depressive.
Le vite di questo uomo e questa donna si incrociano proprio quando entrambi avevano più bisogno di qualcuno che potesse capire tutte le difficoltà e le frustrazioni di dover essere il punto di riferimento di una famiglia fragile ed estremamente problematica e si sono trovati come se entrambi avessero riconosciuto nell’altro una stanchezza simile alla propria.

Lee Yoon-ki sceglie una regia discreta, non forza mai l’emozione e non cerca l’effetto sconvolgente, lascia che siano gli spazi, i silenzi e le espressioni dei volti a parlare. La sua è una scelta coraggiosa perché richiede attenzione allo spettatore ed è proprio ciò che dà autenticità al film.
La notte che i protagonisti trascorrono insieme non è raccontata come una passione travolgente ma come un momento di tregua dalle loro vite complicate e frustranti. Due anime solitarie che, anche se per poche ore, smettono di essere sole. Quello che viene trasmesso da questo intenso momento di intimità non è desiderio superficiale, ma il semplice bisogno umano di essere visti e compresi.
Quando i due tornano in Corea il tono della narrazione cambia. La vita reale torna ad imporsi con tutte le sue responsabilità. Entrambi sono sposati e hanno famiglie che non possono semplicemente abbandonare. Non ci sono cattivi in questa storia e nemmeno traditori nel senso strettamente morale. Ci sono solo persone che cercano di sopravvivere a vite complicate e relazioni ormai logorate. Cercano una fuga dalla fatica quotidiana di prendersi cura degli altri senza più sapere come prendersi cura di se stessi.

Gong Yoo qui ci offre una delle interpretazioni più misurate e coinvolgenti della sua carriera. Il suo personaggio non è un eroe romantico, ma un uomo normale, stanco e spesso indeciso che porta sulle spalle il peso di una famiglia veramente fragile. Interpreta il suo Ki-hong con una delicatezza rara, fatta di sguardi trattenuti, esitazioni e silenzi che dicono più delle parole.
Jeon Do-yeon costruisce la sua Sang-min con straordinaria profondità. Non c’è nulla di melodrammatico nella sua sofferenza, è una donna che ha imparato a resistere e a stringere i denti senza chiedere troppo alla vita. Proprio per questo, quando finalmente lascia intravedere una crepa e abbassa le sue difese, l’effetto è davvero potente.
La forza del film sta anche nel modo in cui racconta il tempo, senza accelerazioni o svolte improvvise. Tutto procede come nella vita reale: lentamente e a volte in modo quasi impercettibile, con decisioni che vengono prese senza che ce ne accorgiamo.
Il ritmo può spiazzare chi è abituato a un cinema più dinamico, ma è anche ciò che rende la storia credibile. L’amore, quello vero, raramente arriva con i fuochi d’artificio. Più spesso si insinua in silenzio e cresce attraverso gesti quotidiani, proprio per questo è così difficile da ignorare.

Un altro elemento che colpisce è l’uso degli spazi. La Finlandia con le sue distese bianche, rappresenta una sorta di sospensione fuori dal mondo dove tutto sembra possibile. La Corea invece è fatta di ambienti chiusi, di uffici, case e strade affollate, espressione del ritorno alla realtà e alle convenzioni sociali. Con questa regia non si ha fretta di arrivare a una conclusione e quando il finale arriva non offre consolazioni facili. Non c’è una soluzione perfetta perché nella vita reale non esiste, ci sono decisioni da prendere che hanno sempre un prezzo da pagare ed è proprio qui che questa storia lascia il segno nell’anima dello spettatore. Non tanto per ciò che racconta ma per ciò che lascia in sospeso, per ciò che avrebbe potuto essere ma non è stato.
A man and a woman parla di responsabilità, rimpianti e quella forma di coraggio silenzioso che consiste nel continuare a vivere anche quando la felicità sembra passarti accanto senza fermarsi. Lee Yoon-ki con questo film ci vuole dire che l’amore a volte non arriva per cambiarti l’esistenza ma solo per ricordarti che un’altra vita, da qualche parte, sarebbe stata possibile.






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