San Valentino e l’amore in musica. Mi piacciono le liste, le scrivo come fossero definitive ma dopo mezz’ora le rimetto in discussione: come si fa una scelta definitiva? Oggi scelgo brani da opere liriche, frame come un fermo immagine in cui esplorare il sentimento.
Inizio con la seduzione strategica. Mozart, Don Giovanni – “Là ci darem la mano”.
Don Giovanni corteggia Zerlina, contadina in procinto di sposarsi. È il momento del celebre duetto che sembra un invito innocente ma profuma di ius primae noctis. Guardate il testo: le parole tronche, con accento forte e deciso, sono di chi conduce il gioco. “Là”, “sì”. Zerlina invece abita parole piane, con erre vibranti che fanno “tremare” il “core”. La musica è semplice solo in apparenza. Prima i due cantano separati, ognuno nel proprio recinto emotivo. Poi si avvicinano, si imitano, si intrecciano. Infine, cantano assieme: la seduzione è compiuta, musicalmente prima ancora che narrativamente. È il passaggio dal primo messaggio su WhatsApp di una persona impegnata sentimentalmente all’aperitivo che “tanto non c’è niente di male”. E invece è una trappola.
Sui sentimenti opposti, chiamo in causa Verdi, Rigoletto – Quartetto “Bella figlia dell’amore”.
Quattro personaggi, quattro traiettorie emotive, una sola architettura musicale. Il Duca di Mantova canta la sua eccitazione con un legato seducente e acuti luminosi, a volte volgarotti. La spregiudicata Maddalena risponde con uno staccato malizioso, perfettamente incastrato con lui: sa giocare, anzi lo vuole proprio fregare. A distanza, spiano Gilda e Rigoletto. Lei scende dall’acuto al grave in un lamento che è presa di coscienza dolorosa del tradimento di lui. Il padre, Rigoletto, disegna una linea di basso severa, con dentro rabbia (anche se lui dovrebbe provare un po’ di senso di colpa per aver recluso la figlia come un tesoro da proteggere). Quattro verità simultanee, tutte legittime, tutte sincronizzate. Musicalmente è un portentoso equilibrio, emotivamente è un campo minato. È come guardare su Instagram un evento attraverso le story di persone diverse.
Amore a senso unico, uno dei tantissimi. Puccini, Madama Butterfly – “Un bel dì vedremo”.
Cio-Cio-San ha quindici anni e una fiducia ingenua, ostinata, sprovveduta. Aspetta il marito Pinkerton, lo yankee che promette ma poi se ne va. La melodia scende dolce, poi si accende, poi si espande. È un sogno, pronto a infrangersi. Puccini costruisce l’attesa come una visione cinematografica: la nave all’orizzonte, il fumo, il ritorno. Tutto nella musica sembra dire “accadrà”, ma noi sappiamo che non sarà come lei immagina. All’americano, premio ghosting assegnato da direttore, orchestra, regista, cantanti e tutto il team creativo.
L’amore che nasce è di Puccini, La bohème – “Che gelida manina” / “Mi chiamano Mimì” / “O soave fanciulla”. Qui l’amore non esplode, si accende al primo incontro. Rodolfo e Mimì si parlano cantando, conversano, ma ogni frase porta con sé un piccolo salto emotivo. Le linee salgono, scendono, si cercano. C’è timidezza, curiosità, desiderio. Poi il duetto finale si apre e la voce vola, come se la stanza fosse diventata improvvisamente troppo piccola per contenerli. È quel direct message che da “ciao” diventa “quando ci vediamo?”, solo dopo tre indovinatissimi scambi di battute.
Di altri amori parlerò un’altra volta, seguendo la mia passione indisciplinata. Ricordiamoci solo che ne esistono mille varianti. Possiamo dichiarare solennemente di volere un principe azzurro e poi perdere la testa per il primo sgarrupato che passa per caso. Questo l’opera lo sa bene: promette ordine e consegna tempesta, annuncia fedeltà eterna e orchestra catastrofi.
L’amore è imprevedibile, ma canta. E quando canta forte, noi lo seguiamo, anche stonando.






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