Il tempo sospeso, aggrappato all’immagine muta e in bianco e nero di un vecchio veliero. E lui, Martin Eden, il marinaio di Jack London trasportato a Napoli, assetato d’amore e di cultura.
Il film di Pietro Marcello, liberamente ispirato al romanzo dello scrittore americano, è un’opera originale e affascinante, impreziosita dall’interpretazione strepitosa e potente di Luca Marinelli, che proprio per Martin Eden ha appena ottenuto una meritatissima Coppa Volpi alla 76ª Mostra del Cinema di Venezia.
Film complesso e che si presta a vari livelli di lettura, Martin Eden fa rivivere la ricerca di sapere e di riscatto del protagonista nella Napoli del primo Novecento. La scelta di mantenere nell’ambientazione partenopea i nomi originali di alcuni personaggi, quello dello stesso Martin e del suo mentore Russ Brissenden, aggiunge ulteriore fascino all’atemporalità della pellicola e una nota di assoluto alla vicenda. Tutto scorre sospeso in una dimensione visionaria, a volte quasi onirica e a volte avvinghiata a un verismo struggente.
Il romanzo di London, come tutti i capolavori, supera la contingenza e assume il valore di un universale platonico, e la storia del marinaio figlio del popolo che trova la libertà attraverso la cultura non ha tempo. Proprio come volevano il regista, sceneggiatore del film insieme a Maurizio Braucci. Non hanno tempo l’amore di Martin per la bellezza e per una donna appartenente a una classe sociale più elevata, la difficoltà a distinguere l’amore vero e disinterssato dalla voglia di promozione sociale. Non hanno tempo i documenti d’archivio e le vecchie ricostruzioni inserite in un montaggio a contrappunto in cui si avverte la lezione di Eisenstein. O i primissimi piani dei bambini e della gente dei vicoli partenopei.
Eppure i riferimenti agli anni della storia non mancano. Il primo racconto di Martin Eden viene pubblicato dalla rivista “L’Eroica”, e talvolta appaiono in un bianco e nero corroso figure con il fez fascista in testa. Alle musiche di Marco Messina e Sacha Ricci si affiancano senza soluzione di continuità Debussy, “Picceré” di Daniele Pace e “Voglia ‘e turnà” di Teresa De Sio.
L’altro grande tema, del film come del libro, sono le lotte socialiste d’inizio Novecento. Martin, chiuso in individualismo nietzschiano, incontrerà il convinto socialista Russ Brissenden (Carlo Cecchi), che lo aiuterà dal punto di vista materiale e intellettuale, mettendo in evidenza le contraddizioni della borghesia e ammonendolo sulla possibilità di venire divorato dalla società capitalista, come infine avverrà. “La più bella serata della mia vita”, dirà Martin ubriacato dalle parole e dall’anticonformismo di un gruppo di intellettuali, dopo essere uscito dal convivio cui l’ha invitato Brissenden. E per lui quella serata ha il sapore di un vittoria intima sullo stigma della sua nascita e un’affermazione del suo potere di individuo.
C’è molto, moltissimo in questo film complesso che tradisce la formazione documentaristica del regista, e diversi sono i registri utilizzati, dal tono del melodramma romantico a quello di un realismo personale.
Se un appunto si deve fare al film di Pietro Marcello è l’eccessiva ecletticità dei linguaggi utilizzati, che rischiano talvolta di lasciare lo spettatore digiuno di London spaesato e confuso. Anche se la storia si dipana fluida e avvicente, coinvolgente ed emozionante. Diversi livelli di lettura, dicevamo.
La libertà nelle parole di Martin Eden
“Il mondo è dunque più forte di me. Al suo potere non ho altro da opporre che me stesso — il che, d’altra parte, non è poco. Finché infatti non mi lascio sopraffare, sono anch’io una potenza. E la mia potenza è temibile finché ho il potere delle mie parole da opporre a quello del mondo, perché chi costruisce prigioni s’esprime meno bene di chi costruisce la libertà” (da Stig Dagerman).






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