Peppino Lo Cicero, guappo non più giovane e stanco, vive la sua esistenza in un faccia a faccia perpetuo con lo spettro della morte, immerso in una Napoli notturna avvincente ed eccessiva, come eccessivi sono i colori primari che la disegnano. Neri assoluti e rossi cadmici, rossi delle luci al neon, dei riverberi di una lampada, delle tapezzerie. Rossi che esplodono nei controluce e si spengono in un nero totale, il nero dell’inchiostro di china ma anche di una dissolvenza cinematografica.

5 è il Numero Perfetto è prima di tutto il titolo di una graphic novel di enorme successo di Igort, poliedrico fumettista cagliaritano il cui segno deciso e sentimentale è ancora negli occhi dei lettori di “Alter Alter” e “Frigidaire” e, in tempi più recenti, dei “Quaderni russi” e dei “Quaderni giapponesi”.
Poi, sempre con la firma di Igort, è un film, con un Toni Servillo truccato come se uscisse dal fumetto e che dal linguaggio della graphic novel mutua la mimica e la ieraticità.

Peppino Lo Cicero, guappo e sicario in pensione, torna in pista dopo l’omicidio di suo figlio. Questo avvenimento tragico innesca una serie di azioni e reazioni violente, scintilla per cominciare una nuova vita. “5 è il numero perfetto” è una storia di amicizia, vendetta e tradimento, e in fondo, di una seconda opportunità e di una rinascita.
Una storia noir tutta sangue e guapparia, con un accento melanconico e torbido allo stesso tempo che coinvolge emotivamente nel racconto, a suo modo molto semplice. Anche se la graphic novel made in Italy tradisce la scuola d’Oltreoceano e ci presenta antieroi ben consapevoli che il confine tra il bene e il male è in fondo molto labile, e che tante volte i due mondi si confondono.
La Napoli immensa ape regina del film contiene e avvolge i suoi personaggi, li ama e li stritola, senza omettere un’ironia tutta partenopea, valore aggiunto, alla storia. Peppino Lo Cicero e Totò o’Macellaio (Carlo Buccirosso) si presentano come Totò e Peppino agli sfortunati avversari che incontrano sul loro cammino, e che, Bang Bang, atterrano senza pietà con le pistole fumanti.
Valeria Golino è Rita, l’amante guerriera di Peppino, forse troppo bella per quel ruolo, in una pellicola che è un gioco. Neanche riuscito troppo bene, a dire la verità, perché la trama banale non viene riscattata da altri elementi capaci dare spessore all’operazione.
Nella Napoli estenuantemente notturna le luci e le ombre finiscono di affascinare e ci fanno cadere sempre lì, nel far west alla Gomorra che continua a dominare nelle ambientazioni partenopee. Non più allegra e solare, la città del Vesuvio è divenuta il set cinematografico dei noir più noir, tutta sangue e camorra.
Carlo Buccirosso e Valeria Golino non riescono a dare spazio alla qualità della loro recitazione, stretti nello spazio angusto di comprimari spaesati, e gli inserti fumettistici degli oggetti in evidenza (un orologio, una pistola…) ci conducono verso un certo tono del racconto per poi subito cambiare strada.
Nelle ambientazioni belle e accurate, con i tanti riferimenti agli anni sessanta e settanta, si muovono personaggi minori che hanno la suggestione delle sceneggiate e la fascinazione dei volti biaccati della commedia dell’arte. Come il viso del figlio Nino, anch’egli guappo, su cui il padre Peppino riversa le sue speranze e ambizioni. La morte di Nino e il desiderio di vendetta sono il motore di tutta la storia, e se sembra che nulla possa più riemergere dal buio della notte e dell’anima, la sfida finale e l’epilogo riportano i protagonisti in un esterno giorno. Prima, nella luce livida di un’alba napoletana, poi nientemeno che nell’esotico Paese di Parador, nel 1972, accecati dal sole del Sudamerica e con tanto di oceano a sottolinare il tempo della rinascita.






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