E’ un puzzle composto da molti atti d’amore e tanta misoginia questo C’era una Volta a… Hollywood, il nono film di Tarantino e il più tarantiniano di tutti-
La prima dichiarazione d’amore è quella per la Hollywood dei 16 e 35 millimetri, dei mille viali del tramonto raccontati attraverso la parabola di un immaginario divo anni sessanta, Rick Dalton, che ha il volto da bambino invecchiato di uno strepitoso Leonardo DiCaprio. Poi, ma non in seconda battuta, è l’omaggio al genere western e in particolare al cinema di Sergio Leone, di cui il regista statunitense ripropone l’ardito e citatissimo volo di macchina (già ripreso da Almodòvar in Tutto su mia Madre) che saluta l’arrivo di Claudia Cardinale in C’era una volta il West.
Per il regista americano il tuffo nel passato è l’occasione per pescare a piene mani tra tutte le sue passioni: b-movie, splatter, arti marziali, avventure nella seconda guerra mondiale, horror. Tanti film nel film come una gigantesca e stupefacente matrioska che rivela il suo contenuto grazie alla filmografia del protagonista.
C’era una volta a… Hollywood è però anche il volto oscuro dell’industria cinematografica americana, che vampirizza e stritola i figli preferiti e può divenire il luogo della pagina più buia della mecca del cinema. Una pagina che ha lo sguardo satanico di Charles Manson.
Il film prende l’avvio con un montaggio alternato che segue fino all’epilogo due coppie, quella composta da Rick Dalton e dalla sua controfigura Cliff Booth (Brad Pitt), e quella formata da Roman Polanski e Sharon Tate (Margot Robbie). Sì, perché il film racconta anche della strage di Bel Air, dell’episodio che più di tutti segnò l’America e la sprofondò in un trauma collettivo. Il diavolo nel luogo dell’immaginazione e del sogno. Da quel momento si spense irrimediabilmente la visione tutta peace and love degli hippy, colpita al cuore e trasformata in un incubo dalla furia selvaggia della setta di Manson.

Dietro i film di Tarantino si intravede sempre, e soprattutto questa volta, il bambino e ragazzino che si riempiva gli occhi dei sogni in pellicola nelle vecchie sale fumose degli anni sessanta e settanta. O che divorava i telefilm delle serie di allora, con protagonisti come il suo Rick Dalton, eroe televisivo del western anni cinquanta “Bounty Law”.
Ma per Rick/DiCaprio la parabola comincia a divenire discendente. E’ appena reduce da un film in cui è l’eroe che stermina con un lanciafiamme una nidiata di nazisti, ci sono ospitate negli show televisivi, ma i ruoli da protagonista, come gli fa notare senza troppa delicatezza il produttore Schwartz/Al Pacino, cominciano a diminuire. Meglio continuare a fare il cattivo nell’ombra delle nuove star o essere quello che nel duello finale le dà invece di prenderle? La soluzione è in Italia, magari in un western con registi che si chiamano Sergio Corbucci, o Giorgio Ferroni, o in uno spaghetti Bond di Antonio Margheriti che si intiola “Operazione Dyn-0-Mite”. E mentre Rick trattiene le lacrime pensando al fiasco della sua carriera, il suo stuntman Cliff entra in contatto con le ragazze del ranch Manson.
La vulnerabilità di Rick, la sua incertezza del domani, la sua insicurezza sono superbamente rese da DiCaprio, che offre alla fragilità del personaggio, sempre pronto alle lacrime, l’invenzione di un leggero balbettio. In ombra invece la recitazione di Pitt, più rigida e priva di sfumature, nei panni dello stuntman disincantato e sbruffone, che riesce a suonarle persino a Bruce Lee. Il fantasma della misoginia si intravede anche in Cliff, riuscito a sfuggire alla giustizia per l’omicidio della moglie e ora irretito dalle grazie delle minorenni mangiauomini e sporcacccione.
I destini dell’attore e della sua controfigura sono legati l’uno all’altro, e per dirla con una battuta del film, “Più che amici e meno di una moglie”. Ma altri sono i destini che devono incrociare, quelli di Polanski e di Sharon Tate. Rick e Cliff affiancano casualmente la loro auto a quella dei Polanski mentre la radio trasmette “Hush” dei Deep Purple, e scherzano sulla sopresa di avere dei vicini di casa tanto illustri, soprattutto un regista polacco ormai così famoso da avere l’inustria hollywoodiana ai suoi piedi.
C’era una volta a… Hollywood trabocca di citazioni filmiche e musicali che iscrivono le coordinate temporali e danno il ritmo a una storia dove l’ironia è spesso irresistibile, ma che lascia emergere anche un’immagine femminile stereotipata. Le ragazzine vogliose della Famiglia Manson lasciano il passo a un’angelica Sharon Tate, oggetto del desiderio di tutti, anche di Steve McQueen che ammette di non avere chance non essendo “talentuoso, carino e di bassa statura”.
La paura di cadere nell’oblio sembra invadere non solo i personaggi, ma pare gettare un sospetto anche sui timori di Tarantino. La scena in cui un’attrice bambina sussurra a Rick, prima delle prove del suo nuovo western, “Questa è la miglior recitazione che abbia mai visto”, è sottolineata dalle lacrime malamente represse del protagonista. Nel frattempo giovani con meno rispetto per i più anziani vengono rimessi al loro posto al ritmo dei cazzotti inflitti da Cliff al satanico Tex, la mano armata di Charles Manson.
Autoreferenziale fino all’eccesso, il nono film di Tarantino rischia di svelare un’ennesima dichiarazione d’amore: quella verso se stesso e il suo cinema, e stavolta arriva addirittura ad autocitarsi smaccatamente nella sequenza western che ha per protagonista un irriconoscibile e cattivissimo Rick Dalton, e che rimanda a Django Unchained.
I destini si incrociano, dicevamo, e a introdurre quella terribile notte d’agosto del 1969 c’è la voce immensa e malinconica di José Feliciano che canta “California Dreaming”. Se Tarantino conferma la sua ineguagliabile capacità di sceneggiatore nel riprendere il bandolo di ogni personaggio e sigillare il cerchio degli eventi, in questo film rivela anche una commovente sensibilità, tutta dedicata alla figura di Sharon Tate. Toccante il suo ritratto della giovane attrice che vive il suo sogno come in una favola, la sua natura delicata e gioiosa ammorbidita in primissimi piani che la sorprendono mentre contempla ignara e felice i cartelloni dei successi di allora, o mentre, entrata in una sala cinematografica di Los Angeles, si osserva recitare in Missione compiuta stop. Bacioni Matt Helm, e la mimica fanciullesca del suo volto accompagna assorta ogni sequenza del film.
Mentre Rick e Cliff si prendono una sbronza all’Ugly Coyote, Sharon e i suoi amici cenano in un altro locale prima di rientrare nelle casa di Cielo Drive. L’epilogo si avvicina, e nulla poteva enfatizzarlo meglio della musica dei Rolling Stones e della voce di Mick Jagger che canta “baby, baby, baby, you’re out of time”. Tarantino non ci racconta il massacro, ma inventa un incidente di percorso che porta i tre assassini a casa di Rick, dove le scene splatter e grondanti ironia cui ci ha abituati si sprecano.
Ma l’ultima inquadratura di Sharon Tate la dipinge incinta e sorridente mentre abbraccia l’amica. Il seguito lo avevamo già appreso dalla cronaca di quel funesto 1969.






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