Hanno 44 anni in due e sono fratelli: Claudio Agostini è regista, Stefano Agostini produttore e attore, e dopo un percorso di studi di tutto rispetto, hanno già realizzato due corti che si sono fatti notare in giro per i Festival internazionali.
Il 26 giugno alle 18,30, presso il Teatro Argentina di Roma, riceveranno la menzione d’onore dell’Italia Green Film Festival.
Inside The Show è andato ad intervistarli.
Una domanda valida per entrambi: quali sono le vostre ambizioni?
Claudio: Da giovane autore, ambisco a raccontare storie capaci di emozionare, divertire, far sognare, ma anche generare riflessione e consapevolezza. Il mio desiderio più profondo è riuscire a restituire, attraverso il mio lavoro, ciò che il cinema ha dato a me: strumenti per comprendere meglio me stesso e il mondo. Se riuscissi a essere utile a qualcuno, anche solo in minima parte, quanto certi autori lo sono stati per me, sentirei di aver fatto qualcosa di importante.
Stefano: Da giovane ed esordiente produttore audiovisivo la mia ambizione è quella di portare avanti insieme a mio fratello una casa di produzione in Italia capace di realizzare opere di alta qualità artistica e culturale, puntando nel tempo a creare un nuovo immaginario esportabile anche a livello internazionale.

Cosa ami di più e cosa invece non sopporti del mondo dell’audiovisivo, Stefano?
Una cosa che mi appassiona dell’audiovisivo è la sua capacità di creare dialogo e favorire la comprensione tra punti di vista diversi. In un mondo sempre più polarizzato, il cinema e i media audiovisivi offrono uno spazio per esplorare storie e prospettive che altrimenti potrebbero rimanere inascoltate, contribuendo così a una società più coesa e consapevole.
Tuttavia, trovo scoraggiante la scarsa attenzione riservata alle produzioni indipendenti, spesso messe in secondo piano rispetto alle grandi case di produzione affermate.
Questo scenario rende difficile per le nuove generazioni di cineasti esprimere liberamente la propria creatività e contribuire al rinnovamento del panorama audiovisivo italiano.
Claudio, cosa pensi del cinema italiano? Cosa è migliorabile?
Non seguo con costanza il cinema italiano contemporaneo, a parte alcuni registi che apprezzo particolarmente. Riconosco di essere legato a un’altra epoca, quella che va dagli anni ’40 ai ’70, in cui il nostro cinema era un punto di riferimento mondiale per la sua qualità, la sua libertà espressiva e il suo spirito di sperimentazione.
Non ho la presunzione di dire cosa è migliorabile, ma sento una generale mancanza di coraggio: di rischiare, di esplorare, di sorprendere. Mi piacerebbe vedere un cinema più aperto, non solo nei contenuti ma anche nel linguaggio. Un cinema che non si limiti a riprodurre formule già rodate, ma che provi a spingersi oltre, anche a costo di sbagliare. L’apertura, sia artistica che culturale, secondo me è ciò che può restituire al nostro cinema un ruolo sociale e culturale (anche a livello internazionale).

Stefano, un personaggio del mondo dello spettacolo, passato o presente, che ammiri?
Uno dei personaggi dello spettacolo che sto approfondendo e che ammiro è sicuramente Alberto Sordi. Di lui apprezzo la straordinaria dedizione alla creazione e versatilità artistica. Interpretando numerosi film è diventato una figura di riferimento nel panorama italiano per la sua capacità trasformista. Questa versatilità gli ha permesso di rappresentare l’italiano medio con ironia e profondità, riflettendo le sfumature della società italiana e creando personaggi iconici.
Claudio, “Nero” è un corto che esplora il tema della disabilità visiva, anche i tuoi futuri progetti avranno questa impronta?
Nero è il frutto di un percorso di crescita, sia artistica che personale, avvenuta tra i 21 e i 23 anni. Ho scelto di raccontare la disabilità perché l’ho conosciuta da vicino e mi ha toccato profondamente. Ho cercato di restituire la prospettiva del non vedente attraverso una storia che toccasse temi universali.
Sul futuro non escludo nulla, ma ora sento l’urgenza di trattare nuove tematiche, su cui rifletto da tempo. Non mi pongo limiti di genere o di stile: preferisco farmi guidare dalla natura della storia. Ogni racconto ha bisogno della sua forma, e per me è lì che comincia la sfida più interessante.
Grazie Claudio e Stefano!







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