Al crocevia dei generi, tra la commedia e il dramma, l’acume sociologico di Antonio Pietrangeli si mostra nella sua originale consapevolezza in Adua e le compagne (1960), un film in cui si respira un’aria di possibile reinserimento sociale per quattro prostitute le quali, l’indomani dell’approvazione della legge Merlin del 28 febbraio 1958 che disponeva la chiusura delle case di tolleranza, si dedicano a mettere su una trattoria rustica fuori Roma dove servire “trippa e zampone”, con l’intento di utilizzarla come paravento per continuare l’antico lavoro ma senza un padrone. Soltanto che il padrone spunta prepotente dietro la facciata del nuovo ordine borghese. La denuncia civile si fa schietta, così come si respira, in uno dei film più significativi e riusciti del regista, la solidarietà verso personaggi dal sensibile spessore piscologico, quattro donne a confronto con i moralismi e l’ipocrisia di un’Italia traboccante di pregiudizi. Pietrangeli avvicina i palpiti emozionali di persone non comprese dalla società e costrette ad essere bollate da quello stigma morale e sociale che neppure la legge della senatrice Lina Merlin, introdotta con l’intenso di contenere la schiavitù sessuale femminile, avrebbe fatto venir meno.

In un Paese in cui persino la parola “puttana” faceva fatica ad essere pronunciata, le ex prostitute, ovvero ex schedate (“Le hanno bruciate le schede, adesso siamo come le altre”), si ritrovano a nutrire speranze di integrazione. Tra i mutamenti sociali dell’Italia del “miracolo economico”, lo Stato italiano chiude le case di tolleranza e Lolita (Sandra Milo), Milly (Gina Rovere), Marilina (Emanuelle Riva), spronate da Adua (Simone Signoret), la più direttiva del gruppetto di donne non esattamente “liberate”, ma “sfrattate”, si ritrovano a rilanciare con l’intento di utilizzare i sudati risparmi cercando di imparare un nuovo mestiere. Con i toni della commedia che prevalgono nella prima metà del film, il tentativo di integrazione porta alla collaborazione delle quattro donne, osservate con intima partecipazione da una regia che crea un’empatia profonda. Caratteri diversi, come l’ingenua Lolita (Milo) che si lascia ancora sedurre dal palcoscenico nonostante (per usare un eufemismo) non siano state solo glorie per lei, come Milly (Rovere) la quale si innamora ricambiata di un cliente della trattoria ma sente di non potersi permettere il suo desiderio, come Marilina (Emmanuelle Riva, reduce dei due straordinari ruoli in Hiroshima mon amour e Kapò), inquieta e mentalmente instabile, madre di un bambino senza il nome di un padre. Tra di esse la matriarca Adua di Simone Signoret, fresca di premio Oscar per il suo ruolo nel film di Jack Clayton La strada dei quartieri alti (Room at the top, 1959) e al culmine di bellezza e fascino, che Pietrangeli valorizza con un’interpretazione magnifica.

Adua è tenace ma anche ironica, alterna speranza a disillusione, reca le scintille di una giovinezza che sfuma lasciando il posto a qualcosa di più maturo, e il cineasta romano si affida alla confidenza empatica con questa straordinaria attrice per inseguirne le sfumature dell’anima, indagando la realtà psicologica come un terreno artistico contrappuntato dalla musica jazz di Piero Piccioni e reso vivido dalla fotografia di Armando Nannuzzi. Il rapporto tra i sessi, pur calato nella prospettiva chiara dell’epoca, non è semplicemente l’esito di un’impalcatura economica: per Pietrangeli la subalternità della donna conserva retaggi psicologici e culturali che la società marca con aspetti crudeli, tanto che la ribellione femminile, ancorché difficile e faticosa, ha da sbattersi contro l’ignoranza e la grettezza. Non sono soltanto le componenti economiche a dettare legge, ma è il dominio psicologico innaturale dell’uomo sulla donna ad essere messo sotto la luce del riflettore da un racconto che lascia scorgere le ferite patite ma anche quelle che attendono i tentativi di fuoriuscita da una condizione di ghetto. Il Boom per Pietrangeli è l’esplosione di scelte umane subordinate al meccanicismo sociale che richiede allineamento, conformismo e con il suo film il regista si porta dalle parti di un’umanità intrappolata in una gabbia sociale prima ancora che legale. Al seguito di una scrittura drammatica mai retorica, Pietrangeli, insieme a Maccari e Scola, cesella un film dai risvolti amari, coraggioso e schietto nel portarsi al cospetto della matura Adua, la cui maggiore consapevolezza fornisce un memorabile ritratto di donna e a cui il regista affida il compito di portare in porto il progetto di continuare l’antica professione in proprio, in maniera semiclandestina.

La sfida per l’indipendenza economica, nell’epoca del Boom, è una partita rischiosa, perché è in gioco l’indipendenza stessa della persona, in una società che è pronta a lasciare nel fosso i “non conformi”, e la prostituta è vittima di un determinismo sociale che non prevede alcun risarcimento sanitario, economico, sociale. La legge Merlin non metteva di fatto chi volesse lasciare la prostituzione nella condizione di farlo e il film fotografa un momento preciso della Storia del Paese che smaschera soprattutto l’intolleranza sociale contro cui risuona inizialmente come un gesto di rivendicazione la decisione del quartetto di aprire una trattoria fuori porta. Ma le difficoltà, per queste ragazze che si inventano cuoche e cameriere, non tardano ad arrivare, perché i permessi non vengono concessi a causa del loro passato e saranno costrette a rivolgersi a Ercoli (Claudio Gora), ricco imprenditore senza scrupoli che da buon protettore fa avere loro tutti i permessi ma pretenderà l’enorme tangente (per il 1960) di un milione di lire al mese. Ecco qui il padrone borghese e tiranno che, incurante delle loro condizioni di vita, si presenterà alla scadenza del primo mese a pretendere la somma stabilita. Nel frattempo le ragazze si uniscono e comprendono che la sfida non è semplice, e il racconto di queste anime che uniscono le forze e sopportano con pazienza cercando di andare avanti e resistere alle avversità mostra un’umanità sfaccettata che unisce il germe della solidarietà all’indagine psicologica. Umorismo, dramma, denuncia, si accompagnano con lucidità e comprensione della condizione psicologica di queste figure femminili marginali che rispondono a un’attenzione militante e critica dell’autore.

Il quale fu protagonista di un neorealismo sentimentale che contribuì a far maturare il cinema verso una commedia autorevole e significativa, dove in primo piano vi sono le sfaccettature psicologiche e le zone d’ombra. Di esse Pietrangeli è il cantore attento e l’indagatore delle tensioni che albergano nei comportamenti: quelli di Lolita la quale lascerebbe facilmente il ristorante perché ha in mente le promesse di uno scaltro impresario (Gianrico Tedeschi), quelli di Caterina che si lascia corteggiare da un giovane geometra sardo il quale, all’insaputa di tutto, va sempre più spesso a pranzo da lei, quelli di Marilina la quale si ritrova in forte crisi esistenziale e vorrebbe riprendere il rapporto con il figlio piccolo, e infine quelli di Adua, che della squadra è la responsabile, la quale finisce per credere alla possibile storia d’amore con un venditore di auto (Marcello Mastroianni), truffatore e vanesio, che la deluderà amaramente. Se a queste donne non è prospettato un posto nella nuova società, il loro tentativo di smarcarsi dallo sfruttamento si deve confrontare con la chiusura mentale, il cinismo, l’indifferenza, fino a quando l’impietoso Ercoli verrà a pretendere la tangente pattuita e, nonostante il rifiuto di Adua e le sue compagne, saranno le autorità a decretare la legge del più forte. Le quasi tremila donne che la legge Merlin lasciò allo sbando, ovvero senza un adeguato piano di recupero sociale, furono colpite da una posizione che di fatto avrebbe continuato a perseguitarle, e il film di Pietrangeli, disincantato e anticipatore, avrebbe puntato il dito sugli effetti della chiusura mentale, del cinismo, di un universo maschile gretto e pericoloso. Un mondo infantile e incapace di comprendere adeguatamente un universo di donne frustrate, talora ingenue o svampite, ma sempre pronte a mostrare un’autenticità e una sincera indole cui l’immagine di Adua, ricacciata nel finale del film lungo il porto di Ripa Grande dove i clienti si fermano dalle colleghe più giovani, fornisce un ritratto disperato difficilmente dimenticabile. Su di lei il peso di una sconfitta che è sicuramente esistenziale ma che per Pietrangeli è indubbiamente anche del Paese e della Storia.







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