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Intervista a Giuliana De Sio

Bianca Ferrigni Interviste Ott 15th, 2019 0 Comment

Quella di Giuliana De Sio è un’anima gentile, ma che convive con una determinazione e una forza subito esplicitate nel suo modo di raccontare se stessa e gli altri, registi e attori incontrati sui suoi tanti, tantissimi set (circa settanta). Bella, non c’è che dubbio. Intelligente, era evidente a tutti. Il suo talento è stato subito riconosciuto da pubblico e critica sin da quando apparve, giovanissima, nel film di Luigi Filippo D’Amico San Pasquale Baylonne protettore delle donne, ma soprattutto dopo l’interpretazione dello sceneggiato Rai Una Donna (1977), tratto dal romanzo di Sibilla Aleramo. Giuliana è una donna singolare, che dà una sensazione morbida e allo stesso tempo puntuta, il velluto di un felino che a al momento giusto sa farsi valere.

Abbiamo incontrato l’attrice in occasione del “Festival Adelio Ferrero – Cinema e Critica” di Alessandria, a una manciata di giorni del suo debutto di domenica 20 ottobre al Teatro Sociale di Tortona con lo spettacolo “Le Signorine“, al fianco di Isa Danieli, la prima tappa di una lunga tournée che attraverserà la penisola. Subito le abbiamo chiesto come mai c’è così poco spazio nel cinema per le attrici che hanno superato i quaranta e i cinquanta.

Purtroppo questa è una caratteristica del cinema in tutto il mondo. Esiste l’eccezione del cinema americano, dove ci sono delle eccellenze nel campo della recitazione, che proprio grazie al loro talento straordinario vengono rispettate, con film scritti apposta per loro. Noi non abbiamo questo, e poi, visto che viviamo in uno dei Paesi più maschilisti del mondo, per un’attrice che ha superato i cinquant’anni, anche di fronte a carriere e risultati splendidi nel lavoro, si guarda solo all’orologio biologico. Le attrici che superano una certa età e che non sono diventate Meryl Streep sono discriminate in Italia come altrove. L’Arabia Saudita, in fatto di maschilismo, non è niente al confronto dell’Italia.

Lei ha girato con Massimo Troisi ‘Scusate il Ritardo’. Il Festival Ferrero in questa edizione ha proposto un omaggio al compianto attore napoletano. Che ricordo ha di lui?

E’ stato un grande incontro e una grande tristezza perderlo, naturalmente. Era una persona così talentuosa che sicuramente avrebbe potuto dare ancora molto. Lo ricordo come un uomo con una profonda malinconia di fondo, perché era conspevole della sua malattia, e proprio per questo la sua comicità era speciale. Ricordo anche la sua delicatezza, come abbia rispettato il mio dolore per il lutto del mio compagno, Elio Petri. Per quel poco (o molto) che ha prodotto è sicuramente da considerare uno dei grandi del Novecento, uno che è passato attraverso tutte le generazioni, tanto che molte battute dei suoi film vengono recitate a memoria anche dai ragazzi di oggi. E’ chiaro ormai che Massimo è forever, anche perché l’umanità che aveva è penetrata, è andata a fondo più di quanto non sia successo a tanti altri comici italiani.

Nella sua vita che ruolo ha avuto la critica cinematografica?

Fortunatamente io sono sempre stata trattata bene dalla critica, fin dalla mia prima apparizione, e anche con mio stesso stupore. A 18 anni fui trattata come una grande promessa, una sorpresa, ed io stessa ne rimanevo stupita perchè non capivo, mi trovavo orrenda. Ero alla prima grande esperienza, e lo sceneggiato (che era il primo sceneggiato femminista delle televisione italiana) funzionò molto bene, e diventò un caso. E diventai “un caso” anche io. Da allora la critica è sempre stata cone me molto, molto generosa, spendendo parole gentili, forse anche perché ho vinto tanti premi istituzionali.

E la critica ha un ruolo importante?

La critica oggi viene letta poco, se non in occasione dei grandi eventi. Io sono una cinefila e vivo in mezzo a gente che al cinema ci va, ovviamente, ma mi sembra che le recensioni e i commenti vengano seguiti soprattutto in occasione dei grandi festival, Venezia, Cannes… dove poi i critici sono particolarmente agguerriti perché sanno di essere molto seguiti in quei periodi, e, pur di essere letti sparano a zero.

E nel teatro?

Ho fatto “Notturno di donna con ospiti” (dramma teatrale di Annibale Ruccello, n.d.r), che è diventato uno spettacolo di culto, con più di 900 repliche nell’arco di una quindicina di anni, e la gente è tornata a vederlo sei, sette, otto volte. Lo spettacolo non ha ricevuto i premi che meritava. Io sono stata premiata per l’interpretazione, ma l’opera in sé non ha avuto riconoscimenti. A volte ci sono sviste o volontarie distrazioni di fronte a fenomeni che sono sotto gli occhi di tutti.

I film che le hanno dato maggiori soddisfazioni sono stati “Cattiva”, di Carlo Lizzani nel 1983 e “ Io, Chiara e lo Scuro” di Maurizio Ponzi. Quali sono i regisi e gli attori con cui ha lavorato meglio. Sappiamo tutti che Elio Petri ha occupato uno spazio decisivo nella sua vita, con una storia d’amore intensa.

Attori non c’è che l’imbarazzo della scelta. Sicuramente Marcello Mastroianni, con il quale ho poi  avuto una lunga frequentazione. Alberto Sordi, con cui ho fatto “Il malato Immaginario”,  e avevo il ruolo di sua figlia, Vittorio Gassman, Giancarlo Giannini. E poi i comici, Troisi, Nuti. Poi gli stranieri, tanti attori stranieri come Lino Ventura, Philiphe Noiret, attrici come Catherine Deneuve, Liv Ullmann, che era un mio mito, perché da ragazzina ero pazza di Bergman e avevo visto tutti i suoi film. Per me la Ullmann era una persona inarrivabile. Mi sono trovata a 26 anni a recitare nel ruolo di sua figlia in un film con scene molto drammatiche, e a me sembrava un sogno. Poi mi sono abitutata…

Il regista Elio Petri

Tra i registi, naturalmente per tanti motivi Elio Petri, che è stato uno dei più grandi registi con cui ho lavorato, con Mario Monicelli, Luigi Comencini, Lina Wertmüller, Carlo Lizzani, Streheler per il teatro.  Più erano grandi e più i rapporti erano idilliaci, nel senso che loro mi davano spazio, fiducia, mi guardavano con ammirazione. E’ stato sempre così.  I mediocri spesso erano nevrotici, volevano comandare, volevano insegnarti cose che magari non sapevano nemmeno loro.

Lei è molto presente nelle fiction televisive.

Io in realtà nasco in televisione, in un televisione iperpop con ascolti che adesso non si possono più nemmeno noninare. “La Piovra”, “Cuore” di Luigi Comencini, tutti sceneggiati che sono entrati nella storia della televisione, girati da grandi registi, grandi autori, con alle spalle romanzi immensi. In televisione ho fatto molto teatro televisivo, quando ancora si faceva: Cecov, Sartre, Ibsen. Certo continuo a lavorarci ancora adesso, anche se le cose sono molto cambiate.

Cos’è cambiato dagli anni dei sui esordi a oggi, nel cinema e nella televione italiani?

Nel cinema non lo so, mi sembra che ci siano almeno una quindicina di autori meritevoli di questo nome in Italia, ognuno con un suo mondo, ognuno con una sua poetica. E ci sono anche tanti esordienti che stupiscono con la bellezza dei loro film. Però devo dire che vengono prodotte e godono di finanziamenti anche cose inutili, commedie e commediole che durano lo spazio di un paio di giorni.

Crede che forse il cinema italiano dovrebbe puntare di più sul registro drammatico?

Purtroppo il cinema italiano manca di psiche, di profondità, di coraggio. Se vuoi andare nel drammatico devi avere una profonda conoscenza dell’animo umano, devi avere una consapevolezza di questo e anche una capacità di leggerezza, perché ovviamente non si può riproporre la tragedia greca. Sappiamo che in tutto il mondo la tragedia viene trattata anche con ironia. Devi avere una mano raffinata per andare nel drammatico. Come anche per il comico, d’altronde. Ad esempio il melodramma viene trattato da molti registi stranieri (in questo momento mi vengono in mente Woody Allen e Almodòvar) in modo assolutamente personale, attraverso la rivisitazione dell’autore. Da noi il melodramma è rimasto quello degli anni cinquanta, con tutta la retorica di allora. A me piace Giuseppe Tornatore, che trovo bravissimo, che scrive e fa tutto da solo e ha una rara dimensione etica del cinema. Ho amato molto “Io non ho Paura”, di Gabriele Salvatores. E poi, è scontato, Matteo Garrone, che tra gli italiani è il più atipico, il mio preferito proprio per questo. Ma ce ne sono tanti altri.

(Foto di Gianluca Talento – Sonografia)

Abbiamo anche molti talenti comici: Carlo Verdone, per esempio,  è bravo, e a me fa sempre molto ridere. Paolo Virzì sa dominare la commedia, e la fa secondo me nella maniera più nobile, riferendosi ai grandi autori che lo hanno preceduto. Anche Zalone, scondo me, ha dei talenti. Insomma, abbiamo un ventaglio di possibilità che però non bastano a fare un mercato. Anche gli attori ci sono, più uomini che donne, perché sulle donne funziona molto “l’usa e getta”.

Una curiosità tutta femminile. Qual è il tipo di uomo verso il quale prova attrazione?

Seh, ciao! In questo momento la categoria uomo ha perso molti punti, e tirar fuori qualcuno dal gruppo mi risulta difficile. Aspetto ancora un’apparizione, un’epifania, magari per il giorno della Befana… Gli uomini oggi sono viziatissimi, non corteggiano più perché vengono corteggiati. E poi c’è la difficoltà a confrontarsi con una donna conosciuta e con una totale indipendenza mentale ed economica.

Grazie, Giuliana, e in bocca al lupo per “Le Signorine”.

Grazie a voi.

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Bianca Ferrigni

Cinefila dalla culla, cresciuta a pane e Truffaut, è giornalista professionista, Divide il mondo tra coloro che amano Lars VonTrier e quelli che non lo sopportano. E' stata capo redattore delle pagine di Cultura del giornale "Il Piccolo" dal 2004 al 2014.

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