La relazione tra il cinema di Michelangelo Antonioni e l’angoscia esistenziale, quella che soprattutto grazie alla sua opera cinematografica viene identificata con il termine alienazione, ha dato il via a numerosi interventi critici fin dagli anni Sessanta, che nel lavoro del cineasta colgono una sensibilità verso personaggi moderni e nevrotici, attraversati da sensi di colpa e segnati da ferite emotive. L’angoscia esistenziale si definisce come alienazione perché identifica persone perse o fuori posto nel loro ambiente. Nella visione del regista ferrarese quest’attenzione non si esprime in un approccio eminentemente concettuale ma visuale e stilistico, divenendo forma della rappresentazione di contenuti esistenziali al seguito di una meditazione che Antonioni affianca alla sua spiccata sensibilità per i temi della filosofia contemporanea. E Il grido (1957) è un’evoluzione nel percorso dell’autore, la vetta del lavoro di Antonioni sui melodrammi degli anni Cinquanta ma soprattutto un film sperimentale la cui modernità è nella capacità di condurre e anticipare le evocazioni che saranno più nette nei film che verranno, con i personaggi inquieti ed errabondi, le identità in crisi, i paesaggi vuoti espressioni di spazi dell’anima.

Lo spaesamento e la disillusione dei personaggi borghesi mutano adesso cittadinanza, sono attribuiti a un proletario, mentre il disagio interessa all’autore da sempre, caratterizzando la sua attenzione in modi diversi già durante i film dei primi anni Cinquanta, da La signora senza camelie (1953) sino all’esplicita riflessione della nevrosi depressiva in Deserto rosso (1964). Antonioni si sposta dalle ansie e dalle paure dell’ambiente borghese del dopoguerra, dal destino di un mondo dopo la ricostruzione, e si concentra sull’individuo e le sue crisi esistenziali in una società che sente estranea, mettendo da parte il mito e indagando i sentimenti. Aldo (Steve Cochran), operaio in una fabbrica di zucchero nel cuore della pianura padana, vive da sette anni una relazione informale con Irma (Alida Valli), donna sposata che un giorno apprende della morte del marito, emigrato da tempo a Sydney. La notizia fa finalmente intravedere ad Aldo la possibilità di formalizzare il suo legame con Irma e ottenere il riconoscimento della figlia Rosina avuta insieme. Ma Irma gli confessa di essersi innamorata di un altro uomo e a nulla valgono i tentativi di Aldo di riconquistarla; anzi, a seguito di un violento litigio pubblico, il rapporto, almeno per Irma, è definitivamente finito. Aldo invece non si dà pace, è mosso da un tormento interiore e cerca un lenimento a una solitudine che lo pervade. Il dramma del personaggio si manifesta in un male oscuro che lo spinge ad incontrare altre donne, si adempie in un’illusione di assoluto che porterà a un drammatico epilogo.

Ne Il grido il paesaggio diviene coprotagonista, straordinariamente ripreso nelle sequenze di questo on the road in cui il tempo della vita di ciascuno è ammantato in piani sequenza che lasciano percepire il peso di un’esistenza in cui si innesca la tragedia del disamore, perché in realtà ogni donna che Aldo incontra, nella ricerca di una sostituta di Irma, non è mai pienamente amante né, probabilmente, davvero amata. Un vuoto in cui si conferma la condizione dell’incomunicabilità, mentre lo smarrimento e il dolore dell’anima prendono la forma di uno deserto paesaggistico, dove né la presenza della giovane figlia né i luoghi che Aldo visita e in cui avvengono nuovi incontri – grazie ai quali gli sarebbe possibile ritrovare una ragione di vita – diventano un motivo di svolta. Questa odissea non trova uno sbocco evolutivo perché il vagabondaggio di Aldo, portandolo a contatto con il vuoto angosciante di un mondo squallido, cerca nell’altro il contatto in grado di donargli benessere, ma nel suo lungo viaggio attraverso la pianura padana, pur cercando di reagire ai suoi dolori, egli non può sfuggire al dolore dell’abbandono da Irma, la donna che per lui è stata fonte di calore e serenità. Ogni volta Aldo si abbandona all’illusione di ritrovare un riflesso dell’amore perduto in una nuova relazione e termina tra le braccia di donne che non gli fanno dimenticare il trauma originario.
Nel procedere in modo circolare, ritrovando cioè alla fine Aldo su un silos esattamente dove lo avevamo incontrato all’inizio, il film procede rendendo il paesaggio espressione dell’interiorità del personaggio, offrendo della pianura padana una percezione che riecheggia i pensieri e la cupezza vissute.

Giovanni Di Venanzo ingabbia i personaggi in campi lunghi contornati da luce morbida e diffusa che rende l’ambiente naturale, nella sua vastità, un manto oppressivo, pesante, che restituisce un tratto di irrealtà all’atmosfera.
Il film rende manifesta la visione di Antonioni sulla condizione umana e sul mondo che aveva già lasciato emergere nei film precedenti, storie di uomini e donne della classe borghese ingabbiati nel tedio di un vuoto interiore e imprigionati in una noia esistenziale che li spinge al delitto oppure al suicidio, verso la ricerca del risveglio dall’apatia o verso il disperato tentativo di porre fine al vuoto sentito come incolmabile. Dinanzi a una vita sentita come priva di significato, il delitto e il suicidio sono gesti che rappresentano una resa incondizionata al male di vivere, essendo il male oscuro una condizione non appannaggio di un’esclusiva estrazione sociale.
Il pessimismo dalle sfumature depressive è un tratto che Antonioni reca sin dal vissuto del divorzio dalla sua prima moglie, Letizia Balboni, avvenuto nel 1954 dopo oltre dieci anni di matrimonio. Il suo stato emotivo avrebbe lasciato i suoi echi nella intensa indagine psicologica de Le amiche (1955), che si conclude con la protagonista che sceglie l’indipendenza rispetto alla gabbia coniugale ed è come una sorta di prova generale del cinema dell’incomunicabilità che ne Il grido assume un punto di vista maschile ma anche molto personale, con il contributo in fase di sceneggiatura di Elio Bartolini ed Ennio De Concini, il primo dei quali tornerà a lavorare con Antonioni per L’avventura (1960) e L’eclisse (1962).

Ne Il grido Aldo, che si ritrova da solo con la figlia, tenta come può di reagire, ma si tratta di una reazione al dolore che avviene senza un dialogo interiore, senza un’elaborazione, vivendo un vero e proprio pellegrinaggio che non pare mosso da una maturazione, e di cui è specchio arido il nebbioso ambiente. La prima sosta lo conduce da Elvia (Betsy Blair), sua ex adesso sarta, a cui cerca di riavvicinarsi. Ma Elvia rifiuta di essere un momentaneo sollievo per Aldo, perché se lui vuole restare con lei deve amarla. Il ricordo di Irma è troppo forte e Aldo comprende di non poter restare, continua la ricerca di un lavoro vagabondando tra i paesini, dove incontra Virginia (Dorian Gray), vedova e proprietaria di un benzinaio, e tra i due scatta una reciproca attrazione che diventa una relazione che la presenza della figlia complica, fino a quando Aldo la rimanda da Irma e scontando anche l’incapacità di essere padre si rimette ancora una volta in viaggio da solo, fino all’incontro con Andreina (Lynn Shaw), un’altra donna da cui si allontana quando scopre che si mantiene prostituendosi.
Quelle donne, quegli incontri, sono parte di un paesaggio che si confronta con il disagio e la rigidità sentimentale di Aldo, con i falsi movimenti di un vagabondare senza uno scopo. Mentre le donne sembrano combattive e vitali, reagiscono a un contesto sociale in trasformazione, Aldo è psicologicamente impreparato, nudo e inerte dinanzi ai cambiamenti che sarebbero pensabili.
Dapprima segnato da un tradimento messo in piazza con la sequenza degli schiaffi (e Alida Valli dovette patirla più volte, perché fu ripetuta oltre tutto durante un clima molto rigido), quindi impedito dallo sguardo colpevolizzante della piccola Rosina quando tenta l’approccio sessuale con Virginia, Aldo si sente vinto, destinato a una vita ai margini, sensazione accentuata anche dall’incontro con Andreina.
Michelangelo Antonioni, influenzato da Carné e Renoir, dall’antiromanzo Novecentesco e da Pavese, trasfigura la lezione neorealista aprendo con la sua tensione autoriale la direzione di quel “neorealismo interiore” che il filosofo e critico francese Gilles Deleuze interpreta come una forma di superamento del neorealismo classico. In Antonioni la coscienza e la condizione esistenziale, attraverso la gestione del tempo e dello spazio nei piani sequenza, sono quanto di più interessante. La macchina da presa esprime il dramma interno dei personaggi trasformando il paesaggio in uno specchio della psiche, con un approccio che dal neorealismo descrittivo conduce al realismo del paesaggio interiore.

Il contesto sociale è riflesso dalla crisi emotiva del personaggio, e attraverso Aldo, nel suo disagio e nella sua capacità di affrontare il cambiamento, si consuma la tragedia de Il grido, l’estraneità al mondo che sta attraversando, come quando l’inquadratura coglie la sua figura fuori da una finestra nel momento in cui Aldo rivede Irma con il bambino avuto con un altro uomo nel momento in cui, fallita la sua ricerca di un nuovo inizio altrove, ha fatto ritorno nel paese da cui è partito. Ma il vuoto che lo circonda, il deserto dei paesaggi, la fabbrica adesso disabitata perché è in corso una dimostrazione popolare, non fanno che ribadire come non ci sia un posto per lui e per i suoi sentimenti. Raggiunge la torre dello zuccherificio che, minacciosa, si erge come il luogo grazie a cui sarà più facile togliersi la vita, inseguito a distanza dalla sola Irma che lancerà il grido destinato a risuonare come un segno hooperiano in mezzo al nulla. Un salto nel vuoto espressione di un pessimismo senza scampo, che in Antonioni significa però attenzione per i vinti, per il disagio mentale, per i sentimenti invisibili di cui nel film si dà espressione ad esempio con alcune digressioni narrative (l’incontro di Rosina con la comitiva di matti “inoffensivi”, o gli atteggiamenti del padre di Virginia).

Il disagio che ne Il grido termina con un suicidio ha evidentemente i suoi prodromi nel contesto desolato e nebbioso, in quel distributore di benzina in mezzo al vuoto e nei paesaggi sempre più cupi in cui l’uomo è solo, circondato soltanto da aridità affettiva. Aldo che si toglie la vita gettandosi dalla torre della raffineria simboleggia la sconfitta dell’individuo in un paesaggio industriale alienante messo sotto scacco dal peso dell’impossibilità di ricostruire la propria vita affettiva e anticipa l’Antonioni di Deserto rosso (1964), quando la malattia mentale di Giuliana (Monica Vitti) non sarà soltanto una questione individuale, ma il disagio e l’incapacità di adattarsi a un mondo industriale e inquinato. Il grido è particolarmente interessante anche per i personaggi femminili, vedove, “madri mancate”, prostitute, donne forti che non accettano i metodi del protagonista Aldo, inadeguato ai cambiamenti e tormentato da un male di vivere che gli impedirà un atteggiamento più responsabile anche verso la figlioletta (come nella sequenza in cui, dopo aver ricevuto uno schiaffo dal padre, la piccola si ritrova in mezzo ad anziani di paese che nonostante siano inoffensivi le fanno tanta paura). L’assenza di un dialogo, l’incomunicabilità e l’alienazione, ne Il grido riflettono un’epoca storica precisa, quegli anni che anticipano il Boom, da un’angolazione esistenziale, lucida e decisamente spaventosa.







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