“I Primi Cento”, il fumetto di Guglielmino, Scali e Costarelli, edito da Weird Book: ce lo racconta Andrea Guglielmino.

Il fandom tossico viene rappresentato come un fenomeno moderno o come qualcosa che è sempre esistito?
Credo che il fandom tossico esista da quando esiste il fandom, ma oggi diventa esponenziale con la rete i social. Negli anni ‘80 di Damien i social non esistono, e nemmeno la rete, per cui abbiamo dovuto trovare altri sistemi. Esiste un Damien Donovan Horror Club che si raduna per celebrare le sue imprese. L’innesco viene da lì.
Damien è un personaggio autonomo oppure una metafora di personaggi seriali molto noti?
È palesemente ispirato a Dylan Dog. “Erano meglio i primi cento!”, riferito ai primi cento numeri della testata, è un tormentone tra gli appassionati. Non potevamo usare Dylan e abbiamo inventato lui, il che ci ha anche permesso di fare cose che con Dylan non avremmo potuto, per esempio renderlo più ambiguo, ma per certi versi anche ancora più fragile e umano.
La somiglianza con Dylan Dog è un omaggio affettuoso, una critica o entrambe le cose?
È uno strumento. Quando non puoi usare i personaggi originali, ti rifai a un archetipo e usi un alias. Tutti ti capiscono comunue. Nel fumetto italiano si usa poco, in America è prassi comune: Watchmen, Invincible, The Boys e tante altre serie usano questo stratagemma, con ottimi risultati.
Cosa suggerisce l’idea che l’incubo peggiore di un personaggio siano i suoi stessi fan?
È uno slogan scherzoso che diventa chiaro leggendo l’albo. I fan più oltranzisti, oggi, possono fare gruppo e, in rete, influenzare con le loro lamentele le scelte di autori ed editori, non sempre in maniera costruttiva.
Gli autori prendono posizione contro i fan nostalgici oppure cercano di comprenderli?
Non si tratta tanto della nostalgia ma della pretesa aggressiva di agire sulla vita di qualcuno, credendo di poter avanzare pretese. Non abbiamo voluto prendere una posizione specifica. Piuttosto ci siamo chiesti cosa possa portare a questo comportamento, esplorando la storia personale di ciascun fan.
Il fumetto parla più del rapporto autore-lettore o del rapporto personaggio-lettore?
Decisamente personaggio-lettore, lettore che nella trasposizione diventa semplicemente “fan”. Damien, nella narrazione, è percepito come una persona reale, anche se dalle sue avventure, in story, sappiamo che vengono tratti dei fumetti.
Esiste una differenza tra critica legittima e tossicità all’interno della storia?
Certo. Ci sono molte posizioni del fandom e non è difficile capire quali siano le più sane. Anche se ovviamente, dovete tenere conto dei colpi di scena che, come dice Alessandro Borghese, potrebbero confermare o ribaltare il risultato.
Il lettore viene chiamato in causa come complice, accusato o semplicemente osservato?
Resta libero di farsi la sua opinione e di riconoscersi o meno in Damien o nei fan. Non lo chiamiamo mai direttamente in causa, anche se ovviamente citazioni e strizzate d’occhio sono un modo di coinvolgerlo.
Se Damien rappresenta un certo tipo di eroe degli anni Ottanta, cosa rappresentano i suoi fan?
Paradossalmente, sono già dei fan moderni nel modo di pensare e sragionare. Dato che hanno accesso a molte informazioni sul percorso dell’eroe, pensano di essere in diritto di influenzarlo anche direttamente. Questa posizione è emersa con la rete: è facile credersi critici o creativi solo perché si possiede un account.
Il messaggio finale è pessimista (i fandom distruggono ciò che amano) oppure più sfumato (l’amore dei fan può diventare pericoloso solo in certe condizioni)?
Non mi farete rivelare il finale! È aperto e libero, con un po’ di autocritica autoriale. Posso dire solo che ne sono molto soddisfatto.







Lascia un commento