Black Panther. Ovvero come perdere una grande occasione. Stavolta i Marvel Studios e Stan Lee (qui non solo ideatore assieme a Jack Kirby ma anche produttore esecutivo) non vincono e non convincono. Se sì escludono combattimenti coreografati e CGI ai limiti della potenzialità a cui sinora ci hanno abituato un mondo come quello di Wakanda meritava sicuramente un’attenzione migliore. Più cura nei dettagli e maggior freschezza nei dialoghi che scadono spesso nel banale. Tutti i personaggi sono appena abbozzati: forse occorreva maggior minutaggio ed una sceneggiatura di maggior peso.

La trama: dopo la morte di suo padre, mostrata in Captain America: Civil War, il giovane principe T’Challa (Chadwick Boseman) torna a casa per salire sul trono di Wakanda, un’immaginaria nazione nel continente africano, isolata ma tecnologicamente avanzata, e ricca di giacimenti di vibranio. Quando due pericolosi nemici cospirano per portare il regno alla distruzione, T’Challa è pronto a raccogliere l’eredità di suo padre e a indossare gli artigli di Black Panther. Non è la prima volta che il giovane re usa l’identità segreta per fare giustizia: nell’epica battaglia tra lo sprezzante Stark e il cocciuto Rogers, aveva già messo le sue abilità al servizio di Iron Man, in cerca dello scontro diretto con il Soldato d’Inverno. Questa volta, invece della fragile alleanza con la parte più facoltosa dei Vendicatori, T’Challa fa squadra con l’agente della CIA Everett K. Ross (Martin Freeman), completamente ignaro delle ricchezze locali, e con il corpo speciale wakandiano delle Dora Milaje, tra le quali figura anche l’amata Nakia (Lupita Nyong’o).
Insomma l’impianto non è per niente ben congegnato e si sentono lacune profonde. Anche la regia immersa totalmente negli effetti speciali perde quasi significato. Visto il risultato finale forse era meglio lasciare il Wakanda nel suo mondo di carta.
Black Panther – Recensione (di Stefano Labbia)
5
voto






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