

Tantissime le curiosità dei giffoner sul mestiere di attore: “Tutti i personaggi sono difficili. Lo sono ancora di più quelli ispirati alla realtà perché il pubblico nutre delle aspettative. Ai ragazzi che vogliono intraprendere questa carriera direi: ci vuole impegno, sacrificio e dedizione. Non è una porta facile per il successo”. Innamoratosi giovanissimo delle icone della nouvelle vague, prima di scoprire il cinema americano, e dopo una lunga “militanza” tra i film di Bergman visti ai tempi dell’oratorio, Servillo ha raccontato della sua passione per la parola scritta e la letteratura, tappa fondamentale nella sua formazione di attore. “Grazie a Truffaut ho scoperto Balzac. Se ci fossero più film con riferimenti alla letteratura forse i giovani potrebbero appassionarsi, ma ogni generazione ha le sue specificità”.

Tra i volti più interessanti del cinema, Servillo cita Alessandro Borghi e Luca Marinelli: “Faranno molto nei prossimi venticinque anni” e plaude al rinascimento del cinema napoletano, mai così fertile come in questo periodo. “A Napoli si stanno facendo tante cose, Sorrentino, Martone, Andò, De Angelis. E se vogliamo anche le vittorie a Cannes di Gomorra e de Il divo sono targate Napoli”. Il primo amore però non è il cinema, ma il teatro: “Come diceva Artaud deve essere contagioso. Dovrebbe raccontare un sentimento in una maniera nuova, alla quale non avevi mai pensato prima. Credo che le emozioni dal vivo siamo irripetibili. La forza del teatro è la sua libertà, ma è anche una trappola dalla quale non puoi scappare se non riesce a coinvolgere quel pubblico che Shakesperare in Antonio e Cleopatra battezza il mostro dalle mille teste. Il teatro è poesia”.
Si definisce attore italiano di lingua napoletana, perché, ricorda, “ogni parola di questo dialetto è uno scrigno e racchiude almeno dieci significati diversi. La lingua napoletana è la lingua dell’esperienza, quella che detta il comportamento”. Quella delle radici: “Se dovessi tornare indietro con la memoria, ripenso ad Afragola. A settembre. Mi piacerebbe rivivere quella sensazione di me bambino circondato da un gineceo di nonne, zie, cugine, tutte bellissime, che cantavano e chiacchieravano mentre facevano le bottiglie di pomodoro. Era come trovarsi nel Campiello di Goldoni, un teatro di assonanze e di rimandi. Vivevo in una palazzina nell’unica strada asfaltata del paese, la cosiddetta “a via liscia” che è un po’ il mio paradiso perduto, la mia isola di Arturo dove vorrei tornare”.







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