Firenze, 1679. Cosimo III è il penultimo granduca di Toscana discendente dell’antica e gloriosa dinastia dei Medici. Il suo lungo regno (durato oltre mezzo secolo, dal 1670 al 1723) coincide con una fase poco felice nella storia del granducato, caratterizzata soprattutto da un fervore religioso che, vanificando totalmente il laicismo illuminato dei predecessori, portò a una crescente influenza del clero cattolico, a provvedimenti drastici in materia di moralità pubblica e ad una accanita politica di persecuzione antisemita. Il declino fu tale che anche a Palazzo Pitti (da oltre un secolo residenza dei Medici) “si poteva respirare l’aria di decadenza, di crisi, che già da un po’ aleggiava” in tutta Firenze. Con la morte senza eredi dell’ultimo granduca, Gian Gastone, la Toscana sarebbe passata agli Asburgo-Lorena.
Nel1679 sul soglio pontificio siede da tre anni Innocenzo XI (al secolo Benedetto Odescalchi). Il suo papato si ricorda per il rigore dottrinale e per un’indefessa opera di moralizzazione dei costumi – anche all’interno del clero – volta a contrastare il vizio e le mode ritenute sconvenienti, in un momento storico stagnante in cui Roma e tutto lo Stato Pontificio versavano in una situazione economica e sociale alquanto critica.
È in tale contesto che si dipana l’intricata vicenda che è al centro de L’incisore, libro scritto a quattro mani da Luigi Boccia e Nicola Lombardi pubblicato da Newton Compton. “La notte su Firenze non è mai stata così buia e insanguinata”, recita il sottotitolo, come a voler dissipare ogni dubbio su ciò che attende il lettore. Romanzo storico a forti tinte gotiche degne della migliore tradizione, L’incisore è un thriller avvincente ricco di colpi di scena. Se fosse ambientato in una Torino misteriosa e sotterranea dei giorni nostri, Dario Argento potrebbe trarne un nuovo film. Alcuni dettagli raccapriccianti rendono appieno l’atmosfera:
“Una donna nuda di età indefinibile era stata fissata alla parete: il suo corpo era tenuto in posizione eretta tramite delle staffe di ferro inchiodate alla pietra e saldamente strette intorno al collo, alle mani e ai piedi. Le rimaneva soltanto una parte di testa, leggermente reclinata in avanti, perché la zona superiore era stata segata via all’incirca a metà della fronte; il resto del cranio era stato svuotato del suo contenuto. Adesso c’era solo un grande buco incrostato di sangue scuro, essiccato, laddove avrebbe dovuto esserci il cervello. Gli occhi della donna erano spalancati e fissavano un punto sul pavimento. Anche la bocca era aperta, congelata in un ultimo grido di puro terrore”.
Anche nelle frequenti analessi ambientate ad Arezzo nel 1334, pochi anni dopo la morte del sommo Dante Alighieri, non mancano particolari grandguignol:
“Con impeto affonda la lama nel collo di Alberigo, poi la strattona di lato in modo da aprire la gola quasi da un orecchio all’altro. Infine, abbandona il coltello nella carne pulsante e balza all’indietro cercando di evitare, per quanto possibile, il getto di sangue che ne scaturisce”.
Dopo aver intrapreso per conto di papa Inoccenzo XI una delicata indagine in materia di eresia che rischiava di compromettere la Chiesa e di procurargli solo guai, Flaviano Altobrandini decide di lasciare Roma e di rifugiarsi a Firenze. Qui viene convocato d’urgenza a casa del nobile Paolo de’ Medici – che morirà nel giro di breve tempo – per indagare su una serie di delitti commessi da un misterioso individuo che la cronaca popolare ha ribattezzato “l’incisore” e che agisce secondo un macabro rituale: prelevata la sua vittima, l’incisore ne divelle parte del cuoio capelluto, disegna un occhio sul cranio e lo incide, praticando un foro nel centro, e infine versa del mercurio che, agendo sui tessuti sanguigni e sulla menbrana cerebrale, crea nel malcapitato uno stato di alterazione mentale che a quanto pare consentirebbe all’omicida di accedere agli abissi più reconditi della sua memoria e carpirne un prezioso segreto. Un filo rosso collega tra loro le diverse vittime e la pista più accreditata conduce a un noto medico e alchimista, Ermete Moraldi (il nome richiama quello di Ermete Trismegisto, personaggio leggendario di età ellenistica), scomparso quindici anni prima in un incendio ma di cui non è mai stato rinvenuto il cadavere. Andando a ritroso nel tempo, si risale anche alla controversa figura del pittore napoletano Salvator Rosa e a una copia della Divina Commedia, conosciuta come Comoedia Alberici, realizzata nel quattordicesimo secolo dal folle alchimista Alberigo Grifi – divenuto monaco benedettino, non per vocazione ma per bieco tornaconto – che ne alterò alcune terzine disseminando l’opera di enigmatici indizi utili al raggiungimento di una Conoscenza proibita.
Privo di forzature e di inutili divagazioni, il libro ci accompagna dritti alla risoluzione del mistero (ma possiamo intuire l’identità del vero assassino già prima dell’epilogo) intrattenendoci con una lettura piacevole, coinvolgente, che arriva al punto, dove non mancano sentimenti e pulsioni sessuali nella breve liaison tra il protagonista Altobrandini e la bella e ambigua Lidia Grandeschi, cugina di Paolo de’ Medici, che conferiscono alla storia anche una vaga sembianza di romanzo rosa: “Dal primo momento che l’aveva vista, il suo cuore inaridito aveva cominciato a battere. Un cuore che era come un campo bruciato, un pozzo prosciugato”.
Lettura consigliata.
L. Boccia – N. Lombardi, L’incisore, Newton Compton Editori, Roma 2025







Lascia un commento