Abile nei tempi cinematografici, il lavoro di George Stevens con Cary Grant ha regalato al grande schermo l’avventuroso Gunga Din (1939) e il melodrammatico Ho sognato un angelo (1941). Il loro connubio rasenta però la perfezione nella terza collaborazione, la commedia Un evaso ha bussato alla porta (1942), co-sceneggiato da Sidney Buchman il quale più avanti si ritroverà tra le liste nere di Hollywood.
Quando si pensa a Cary Grant non si è soliti immaginare un divo schierato politicamente, in realtà le sue scelte artistiche mostrano coraggio e la predilezione per storie in cui a non salvarsi sono soprattutto i pregiudizi. Sin dall’avvio di The talk of the town (un titolo che, più dell’italiano Un evaso ha bussato alla porta, mette in risalto cosa pensa la gente), il personaggio interpretato da Cary Grant viene presentato come il criminale accusato di aver incendiato una fabbrica. Soltanto la sua amica d’infanzia Nora (Jean Arthur) e l’avvocato Sam Yates (Edgar Buchanan), proteggendolo da una folla inferocita e assetata di sangue, prendono le sue difese sicuri della sua innocenza. Grant, che è appena stato il protagonista de Il sospetto di Alfred Hitchcock, risente del bisogno di offrire ombre meno confortanti attorno al suo personaggio. Con Hitchcock ha discusso e definito un giovanotto sfacciato e arrivista, che fa innamorare di sé le ragazze di buona famiglia per avvicinarne i possedimenti, svelando l’aspetto disturbante di un giocatore seriale con i sentimenti e i denari altrui. Uno sciupafemmine bizzarro, playboy seducente che ha convinto la giovane Lina McLaidlaw (Joan Fontaine) ad uscire con lui facilitato dalle convinzioni dei genitori della donna, convinti che Lina non si sposerà mai a causa della sua timidezza. Ma presto Lina avrebbe scoperto che l’uomo non ha un lavoro e neppure un reddito, ha il vizio delle scommesse e vive di prestiti, e l’intenzione del fidanzamento che è riuscito ad ottenere si manifesta sempre più sfacciatamente come quella di ottenere del denaro per tamponare i suoi debiti.

Questo ruolo non rassicurante rivestito dall’attore conosciuto per le sue strepitose commedie si abbina molto bene con il personaggio che Grant interpreta per il nuovo film di Stevens, in un momento in cui gli Stati Uniti si trovano coinvolti nella Seconda Guerra Mondiale e il suo personaggio è chiaramente un uomo che non può rimanere indifferente ai fatti che lo circondano. Leopold Dilg è politicamente di sinistra, un operaio arrestato e condannato a morte dopo che la sequenza a episodi che introduce il film ha espresso i modi spicci in cui gli Stati Uniti cercano la giustizia. Dopo il playboy Aisgarth del film di Hitchcock, che porta la moglie a sospettare il marito di omicidio, l’operaio Leopold Dilg del film di Stevens si porta addosso la presunta sentenza di incendiario, sostenuta a spron battuto dalla stampa scandalistica, con la giustizia e l’opinione pubblica avvinghiate in un coro di reciproco condizionamento. Il comunista, già malvisto da molti concittadini, finisce per essere additato come il colpevole, tanto più che l’evasione risuona come un’ammissione di colpevolezza. I capitalisti industriali sono pronti a distruggere un malcapitato soltanto per le sue idee non allineate (Dilg è noto per le sue abituali proteste sulle condizioni di lavoro) mentre l’opinione pubblica è al servizio di una conservazione del potere che in questa commedia brillante appare chiaramente sotto la lente della ragione critica.

Mentre Dilg si proclama innocente per l’incendio, una campagna stampa abilmente manipolata spinge a ritenere il giovane responsabile del presunto omicidio del caposquadra Clyde Bracken, scomparso e ritenuto morto. I ritmi serrati sono garanti anche in questa splendida commedia che prelude ai condizionamenti che qualche anno più avanti caratterizzeranno la caccia alle streghe anticomunista e sulla scena si affrontano con affilatezza questioni come l’applicazione della legge e la corruzione dei centri nevralgici del potere. Le regole e i loro paradossi sono al centro dell’attenzione della regia di Stevens e i tre attori di prim’ordine interrogano la scena con effetti anche molto divertenti (e senza eccessive deviazioni verso il surreale, come succede solitamente nella screwball comedy). I tre protagonisti sono l’immagine di un’America misurata, rispettosa dell’individuo, su cui si erge il posato e riflessivo giurista Michael Lightacp interpretato da Ronald Colman, solitamente incline a difendere le decisioni della legge a dispetto di ogni palese dubbio, alloggiato nella stessa abitazione in cui ripara il fuggiasco.

E se Lightcap si è trasferito momentaneamente in provincia per dedicarsi in tutta tranquillità alla scrittura di un libro, condividerà con Nora e Dilg la cucina, con quest’ultimo che si fingerà giardiniere sotto altro nome per provocare Lightcap intorno al tema dell’applicazione della giustizia anche quando sonoramente iniqua. Come in un noir, il personaggio interpretato da Cary Grant è finito in un ingranaggio più grande di lui, ma la sensazione che debbano prevalere corretti principi sociali e civili anche all’ingresso di un evento epocale come la Seconda Guerra mondiale traspare nei risvolti di un’accusa che plana sul potere politico e sulla sua collusione con l’interesse privato. Nora ha difficoltà a scegliere tra il coraggioso Leopold e il posato Lightcap, mentre il giurista, conosciuto meglio Dilg, si convince della sua innocenza e lo aiuta a cercare il caposquadra ritenuto morto. In questa rappresentazione anticonformista la felicità va oltre la dimensione di coppia e l’eleganza innata di Cary Grant, a fianco dell’affiatata Jean Arthur che supporta il rinnovato coinvolgimento dei personaggi di Avventurieri dell’aria, è mirabile nei gesti da compiere per non farsi scoprire dal giurista. I tempi del racconto sono oliati dal combaciare delle entrate e delle uscite dei personaggi in un meccanismo raffinato che non perde di vista la coerenza di un racconto in cui hanno piena cittadinanza le psicologie dei personaggi.







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