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L’erba del vicino è sempre più verde di Stanley Donen

Roberto Lasagna C'era una volta Cary Grant Lug 14th, 2025 0 Comment

Stanley Donen chiama nuovamente al suo fianco Cary Grant dopo Baciala per me (Kiss Them for me, 1957) e Indiscreto (Indiscreet, 1958) – e prima di Sciarada (Charade, 1963) – per la commedia L’erba del vicino è sempre più verde (Grass is greener, 1960), un film non premiato da immediato successo che il regista non riconoscerà come tra i suoi migliori, ma che rimane un titolo di passaggio tra i fasti della sophisticated comedy e la ricerca di nuove strade da percorrere, in questo avvio di anni Sessanta pronto a rinverdire la dimensione teatrale con un cast di quattro stelle la cui comicità di parola si innesta nella caratterizzazione degli ambienti dell’alta società.

La sceneggiatura di Hugh Williams e Margaret Vyner prepara il triangolo amoroso che porta in scena in vero le caratteristiche salienti del cinema di Donen, il quale non è stato solo un grande autore del musical e della commedia ma, d’origini inglesi come lo stesso Grant, un uomo di cinema intelligente e visionario che ha partecipato inventivamente al passaggio dal cinema classico alla modernità. Accogliendo le trasformazioni e le impennate in avanti di un cinema che trasporta i sogni nelle strade come avviene letteralmente con l’avvio del sodalizio con Gene Kelly (Un giorno a New York – On the Town, 1949), Donen diede forma a un cinema spumeggiante e consapevole (si pensi soltanto ai musical Cantando sotto la pioggia e Sette spose per sette fratelli), in grado di rappresentare il miglior esempio di rivendicazione mitopoietica del cinema e del potere delle storie. Nella commedia cinematografica Donen instilla quindi il suo naturale desiderio di modernità, e L’erba del vicino è sempre più verde, ponendosi tra il più romantico Indiscreto e il realistico e psicologico Due per la strada (Two for the road, 1967), è in parte il film più statico ma nondimeno anche quello più “cattivo” nel portare in scena il dissidio tra la quieta cultura conservatrice inglese e quella americana più libertina. Una condizione che sconfina in una crisi coniugale tenuta a bada da una leggerezza che volutamente elude i toni drammatici.

L’erba del vicino è sempre più verde è un brillante adattamento dai toni inglesi che precede l’originale rilettura della commedia dalla forte caratterizzazione hitchcockiana che rappresenterà forse l’apice della collaborazione tra Donen e Grant, ovvero il fortunato Sciarada ancora oggi immune dalle lievi stucchevolezze che invece trapelano da L’erba del vicino è sempre più verde. Tuttavia il film del 1960, nel portare in scena la farsa di una coppia sedotta da un’altra coppia, ha nei dialoghi e negli interpreti i suoi punti di forza. Nell’intento di sottolineare soprattutto la differente impostazione culturale e sociale tra il capitalismo americano e la raffinata nobiltà britannica, Donen ritrova la coppia di attori di Una sposa sognata e Un amore splendido, Cary Grant e Deborah Kerr, e la sintonia tra gli interpreti è particolarmente vivida, dando vita ancora una volta a un sodalizio artistico che fa nettamente la differenza. La fragile situazione finanziaria di Lord Victor Rydall (Cary Grant) lo spinge ad aprire il suo castello alle comitive turistiche, proprio come altri “compatrioti” sono costretti a fare per tenere in vita quella parte di mondo e di tradizione. Tra i visitatori minuti di biglietto (ma anche di impudenza) si presenta un giorno il miliardario americano Charlie (Robert Mitchum), in cerca di avventure. Le sue attenzioni cadono su Lady Rydall (Deborah Kerr), la quale subisce il fascino dell’uomo, tanto che, per vedere più chiaro nei propri sentimenti, con una scusa si recherà a Londra per trascorrere qualche giorno con l’americano. Il comportamento di Hilary non sfugge a Victor, che dalle maligne rivelazioni di un’amica di famiglia da sempre innamorata di lui (Jean Simmons) viene a sapere della situazione.

Ma Victor non rimane con le mani in mano e reagisce seppure con stile apparentemente inoffensivo, perché guarda avanti e, invitando Charlie al castello per un fine settimana, senza nulla lasciar capire alla moglie, si batte con il contendente a duello. Ne esce lievemente ferito, ma non rassegnato. Invita Hilary a scegliere il suo futuro ma nel difendere la libertà di scelta non chiude le porte di un loro possibile futuro insieme qualora le dovesse essere passata l’infatuazione. Si dice anzi pronto a riaccoglierla e questa disponibilità colpisce profondamente la donna, che decide di rimanergli accanto e di rimanere vicina ai loro figli. La commozione che si scorge sul volto di Deborah Kerr ricuce una relazione che è stata messa alla prova da una scappatella terminata con una serata “brava” in un albergo, una parentesi piuttosto audace che la dice lunga sul coraggio di Donen e di questo film in cui si gioca apertamente con l’assunto “niente sesso, siamo inglesi”, perché il tradimento consumato e la gestione dell’onore portano a uno sviluppo imprevisto, a un finto duello con conseguente inaspettate, dove lo spaccato sociologico è scandito dai tempi perfetti delle entrate e uscite di scena che vedono in campo, specie nell’edizione originale del film, le versioni del “british” di Cary Grant, inglese naturalizzato americano e quella dell’“american english” di Robert Mitchum. Sono le espressioni di un contrasto sociale che vede in una diatriba aperta la coppia nobiliare inglese aristocratica composta da Grant e Kerr, a corto di denari, e l’americano di umili origini divenuto miliardario. Contrasto che da sociale si innerva coraggiosamente sul fronte psico-sessuale, incarnato dal britannico affaccendato in un’opulenza tutta anglosassone dettata dalla condizione di antico possidente terriero che lo porta a non dedicare troppo tempo all’amore per la poesia della moglie rischiando di apparire quasi asessuato al confronto con il conquistatore amoroso espressione dei “nuovi” petrolieri miliardari.

L’erba del vicino è sempre più verde, ambientato a Osterley Park, una storica villa inglese circondata da un grande parco nel Borgo londinese di Hounslow, vide dapprima impegnato Rex Harrison nel ruolo che poi andò a Grant. Grant fu subito contattato dalla produzione ma non voleva interpretarlo. Harrison, un amico di Grant, invece accettò ma dovette poi ritirarsi per rimanere vicino alla moglie gravemente ammalata. A quel punto Grant decise di assumere il ruolo del protagonista, per dare una mano ai colleghi e permettere di far procedere le riprese nei tempi previsti. Il suo personaggio è sottilmente scaltro, e la controversia che vede contrapposte Inghilterra e USA, la superbia dell’élite inglese contro la cafonaggine dei nuovi arricchiti statunitensi, si risolve in una sorta di pareggio, dove abbondano però le allusioni sessuali, di cui si fa portatrice in particolar modo Jean Simmons, l’amica londinese di Deborah Kerr.

Il film ebbe più successo nei paesi non anglosassoni e fu un flop negli USA, ma fece ugualmente scalpore per la schietta disinvoltura con cui vengono affrontati tradimenti e separazioni. Nello stesso anno in cui La dolce vita di Fellini viene condannato per immoralità, nel film di Donen a un certo punto in televisione si scorge la vicenda dell’assoluzione di un uomo geloso che ha ucciso il “compagno” della moglie. E anche qui a un certo punto si mette mano alle armi, parte un colpo, ma il vero duello sono le strategie messe in atto dal personaggio di Cary Grant per affrontare la situazione. L’analisi psicologica dell’uomo tradito offre spunti interessanti ed è poi particolarmente gustoso il ruolo di Sellers, maggiordomo scrittore con trascorsi di professore di scienze, ottimamente interpretato da Moary Watson, voce e anima di questo ambiente nobiliare attorniato da quadri e mobili preziosi ma antipatico e portatore di sofisticazione a cui il conte interpretato da Grant reagisce aprendosi al nuovo con un occhio di riguardo alle tradizioni. La commedia rispetta i canoni dell’ontologia del cinema di André Bazin: la spazialità e i movimenti sono concepiti teatralmente. Ma Donen fa uso di una tecnica cinematografica di cui è maestro, lo split screen, come quando Grant in compagnia di Jean Simmons invita Robert Mitchum a casa sua nel week end e l’americano è inquadrato in compagnia della moglie del Conte. Lo split screen è amabilmente utilizzato per raccontare il contrasto tra le vite dei personaggi e qui il Conte di Grant sembra, nonostante la condizione di tradito, essere in grado di esercitare un controllo sugli eventi in chiave farsescamente british. Gli attori, specie gli uomini, sono in stato di grazia e il garbo con cui la camera d’albergo dell’americano si chiude prima che la macchina da presa possa entrarvi fa parte del sapiente gioco allusivo di Donen, che non ci mostra ma ci dice chiaramente cosa sta succedendo dietro quella porta. A volte più del dire può l’allusione e la realtà va interpretata con sottigliezza. Da parte sua il Conte, intelligente e contrario alle scenate di gelosia che potrebbero persino essere controproducenti, invita il rivale a duello per farsi ferire deliberatamente da lui e riconquistare l’affetto di Hilary. Una strategia che funziona e rimette le cose in ordine, ma anche un cambio di prospettiva che ci dice come anche in amore si può lottare con astuzia.

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Roberto Lasagna

Saggista e critico cinematografico, ha scritto numerosi libri, tra cui "Martin Scorsese" (Gremese, 1998), "America perduta. I film di Michael Cimino" (Falsopiano, 1998), "Lars Von Trier" (Gremese, 2003), "Walt Disney. Una storia del cinema" (Falsopiano, 2011), "Il mondo di Kubrick. Cinema, estetica, filosofia" (Mimesis, 2015), "2001: Odissea nello spazio di Stanley Kubrick" (Gremese, 2018), "Anestesia di solitudini. Il Cinema di Yorgos Lanthimos" (Mimesis, 2019), "Nanni Moretti. Il cinema come cura" (Mimesis, 2021), "David Cronenberg. Estetica delle mutazioni" (con R. Salvagnini, M. Benvegnù, B. Pallavidino, Weirdbook, 2022), "Steven Spielberg. Tutto il grande cinema" (Weirdbook, 2022), "Ken Loach. Il cinema come lotta e testimonianza" (Falsopiano, 2024).

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