Fedele al romanzo originario, capolavoro della letteratura gotica, nonché primo romanzo di fantascienza, Frankenstein di Guillermo del Toro supera i suoi predecessori più velleitari, come l’autoreferenziale lavoro di Kenneth Branagh del 1994, per diventare la migliore trasposizione cinematografica dell’opera di Mary Shelley.

Il regista messicano, portando in scena dei quadri viventi, si immerge nel più orrorifico, gotico, malinconico e romantico dei drammi. Grazie anche ad interpreti efficaci e nella parte (Jacob Elordi e Oscar Isaac tra tutti), la narrazione non tradisce lo spirito del romanzo, che non mira solo a terrorizzare ma soprattutto a commuovere, raccontando la storia di un mostro, cioè uno scienziato votato al risultato, privo di scrupoli ed incapace di sentimenti, e di una creatura pura ed innocente, vittima della crudeltà e della vanità umana. La condizione dell’essere creato dallo scienziato è metafora di quella dell’uomo, alla ricerca incessante di un senso, di una spiegazione alla propria nascita e del bisogno di approvazione, amore e comprensione che ci lega gli uni agli altri.
La regia di Del Toro è piena di magnificenza ed è un peccato che sia destinata a perdersi tra i meandri distratti e chiassosi del piccolo schermo Netflix, meritando una distribuzione al cinema ben più lunga di quella proposta. La colonna sonora è stata composta dal pluripremiato Alexandre Desplat, già con Guillermo del Toro per La forma dell’acqua e Pinocchio.
Fortunati coloro che riuscuranno a vederlo al cinema!







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