Chi ha letto La strada di Cormac McCarthy, di cui avevamo già parlato il mese scorso, troverà in questo libro la stessa aura ma al femminile solo che, a differenza di La strada in cui il finale lasciava qualche speranza per il futuro del protagonista, qui abbiamo solo desolazione.
Il lettore, come la protagonista senza nome, viene tenuto all’oscuro di come il mondo sia arrivato a trovarsi in quello stato di abbandono e per quanto, fino all’ultima pagina, speri di avere delle risposte, queste non arriveranno mai. Questo è uno di quei libri che non hanno bisogno di gridare per lasciare il segno. Avanza in silenzio e in punta di piedi nella mente del lettore e ci resta fissato in maniera così potente da diventare impossibile da ignorare.

Fin dalle prime pagine si percepisce un vuoto a causa di questa assenza di contesto e spiegazione. Una giovane ragazza è rinchiusa insieme ad altre trentanove donne in una cella sotterranea in un luogo senza nome. Non sappiamo da dove vengano, chi le ha portate lì e perché, non si sa nemmeno se siano ancora sulla Terra o su un altro pianeta. Questa premessa che potrebbe sembrare opprimente, diventa invece il cuore pulsante del libro: la Harpman non vuole parlare di un mondo desolato ma di come riesce a sopravvivere chi è stato strappato da tutto ciò che conosceva. La protagonista non ha passato e non ha famiglia, non ha memoria del prima da rimpiangere come le sue compagne di cella, era troppo piccola quando è stata rinchiusa e a detta loro forse è finita lì per sbaglio, ma possiede una voce e un’intelligenza a cui si aggrappa con tutte le sue forze per non abbandonarsi alla rassegnazione come hanno fatto le altre. Lei è l’unica ad essere stata messa in quella gabbia senza una vera storia alle spalle, non ha quindi nessun bagaglio emotivo con cui fare i conti, ma è un curioso foglio bianco desideroso di essere riempito, in una stanza senza finestre. Proprio questa mancanza diventa la sua forza.
Lei si chiedeva quando avessimo capito che eravamo irriducibilmente prigioniere all’aria aperta tanto quanto lo eravamo dietro le sbarre
Quando il sistema di sicurezza del bunker viene disattivato e le donne possono uscire, il modo fuori è deserto, spoglio e completamente cancellato. Non ci sono animali o altri esseri viventi, solo loro quaranta donne e la natura desolata intorno a loro. Non c’è il nemico che temevano, non c’è la catastrofe apocalittica ipotizzata, c’è solo assenza e il modo in cui l’autrice la racconta riesce a fare molto rumore nell’anima del lettore.
La protagonista attraversa quel nulla con un pragmatismo disarmante, non si ribella e non fa ipotesi, semplicemente cammina e osserva ciò che vede per la prima volta in vita sua. Tenta di costruire una possibile esistenza mentre tutto intorno lascia intendere che nulla ormai è più possibile. Questa sua purezza dovuta al fatto di non aver conosciuto altro che quella cella opprimente nella sua giovane vita spiazza sia il lettore che le sue compagne. A differenza loro non ha nostalgia ne rimpianti, solo curiosità di conoscere tutto il sapere che le altre possono trasmetterle prima di morire. Questo suo essere profondamente umana, fragile ma anche tenace è il vero motore di tutto il racconto.
Non era il corpo a cedere ma l’anima, via via più stanca di tendere i muscoli, di far battere il cuore, di rispondere a tutte le incombenze della vita, quell’anima che non era più nutrita da niente da parecchio tempo
La morte delle altre donne con il passare degli anni, una dopo l’altra, è raccontata con toccante sobrietà e l’inevitabile solitudine finale è ciò che fa di questo romanzo un’esperienza sensoriale più che una semplice lettura. A questo punto il titolo diventa una ferita aperta. Io che non ho conosciuto gli uomini non è solo la mancanza dell’amore, dell’affetto e del desiderio, è la mancanza dell’appartenenza e dell’identità stessa. L’assenza di una storia da cui venire e di una verso cui andare.
Il finale toccante e improvviso colpisce il lettore come un vero pugno allo stomaco senza offrire risposte. Nonostante tutto restituisce un’immagine che resta addosso, quella di un essere umano che continua ad esistere nonostante tutto, forse senza un motivo, forse per semplice istinto radicato.
Nonostante queste premesse che possano sembrare desolanti, Io che non ho conosciuto gli uomini è un libro che merita di essere letto perché è essenziale, non mente, non indulge in sentimentalismi, ma parla della condizione umana ridotta all’osso: la sopravvivenza, il vuoto, la coscienza che si forma senza nulla da cui imparare e l’inesorabile scorrere del tempo.
Questo romanzo non è una compagnia ma una prova, l’autrice ci vuole far capire che esistere a volte non è un privilegio ne una tragedia, è semplicemente un dato di fatto ed è il modo in cui ci muoviamo a fare la differenza. Si legge in poche ore ma resta dentro per giorni, come quando di notte si passa per una strada buia e vuota e, pur non avendo visto nulla, si ha l’impressione che lì ci fosse qualcosa.
L’essere umano ha bisogno di parlare, altrimenti perde la sua stessa umanità.







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