C’è un momento in questo film, in cui si capisce che The Clone non è l’ennesimo sci-fi thriller travestito da blockbuster coreano ed è quando lo sguardo ferito di Min Gi-heon (Gong Yoo) si incrocia con quello limpido e quasi disarmante di Seo Bok (Park Bo-gum). È uno scambio breve, quasi insignificante, eppure dentro quel frammento di silenzio si apre il cuore del film, si avverte tutto il peso di chi ha vissuto troppo e la meraviglia di chi non ha vissuto affatto.

Lee Yong-ju costruisce una storia che parte da un presupposto semplice (un uomo incaricato di proteggere il primo clone umano) e lo trasforma in un viaggio che somiglia più a un pellegrinaggio emotivo che a una missione militare. Non c’è nulla di patinato, si sente il freddo dei corridoi sterili dei laboratori, il tremito trattenuto di chi tenta di sopravvivere a una vita che gli scivola tra le dita, la colpa, la speranza e la paura. Tutto si mescola in un ritmo che avanza come un battito regolare ma imprevedibile.
Min Gi-heon è un uomo spezzato, uno che non crede più nella redenzione e che, come chi ha perso la strada, alza uno scudo e reagisce con il modo duro e crudo dei disillusi. Il suo è un continuo trattenere rabbia, dolore e infine anche l’istinto di affezionarsi rischiando di farsi ancora più male. Seo Bok al contrario mostra una fragilità nuova e quasi infantile che illumina le scene, con una forza che nasce non dall’addestramento ma dal desiderio di capire chi è e perché esiste.

La forza di questo film non è nelle sequenze d’azione, seppur ben costruite, ma nei momenti in cui il film si ferma per far respirare lo spettatore. Una domanda sussurrata, un passo indietro, un gesto di protezione che non dovrebbe esserci, sono tutti piccoli accorgimenti inseriti a regola d’arte dal regista per far immergere lo spettatore in una storia toccante e introspettiva che difficilmente si trova in questo genere di film d’azione. Mentre i due protagonisti percorrono la strada che li conduce inevitabilmente verso la verità, il film ci pone una delle domande più importanti che l’uomo si chiede da sempre: Cosa rende un essere umano…umano?
L’immortalità qui non è un superpotere ma una condanna, è la promessa che tutti desiderano e che nessuno dovrebbe avere. Seo Bok, creato per vivere per sempre, è prigioniero della sua stessa esistenza. Min Gi-heon condannato a morire, non trova pace. Tra loro si crea quel legame che solo la mancanza condivisa può generare.

Il film non ha paura di mostrare la crudeltà del potere, la violenza della scienza quando si dimentica l’etica e l’enorme fragilità che si nasconde dietro il sogno di controllare la vita. Il finale dolce, amaro ed inevitabile, chiude il cerchio con una malinconia che resta addosso come quando si chiude una porta e si ha la consapevolezza che dell’altra parte sia rimasto qualcuno che avremmo voluto salvare ma che non potremo più vedere.
La figura del clone non è utilizzata come simbolo futuristico ma come specchio delle emozioni umane più elementari ovvero la paura, il desiderio e il bisogno di appartenenza. Molte scene intime e toccanti tra i protagonisti sono girate con camera a mano per esaltare vibrazioni, tremolii e semplici respiri, amplificando così la sensazione di realismo emotivo. La trasformazione di Seo Bok dall’innocenza alla consapevolezza è costruita quasi senza dialoghi e puntando tutto su sguardi, posture e micro espressioni. Per Park Bo-Gum questa interpretazione impeccabile del clone è stato un vero e proprio trampolino di lancio che lo ha reso uno degli attori più amati e richiesti del cinema coreano attuale.
The Clone è un film che non prende per mano lo spettatore ma lo fissa dritto negli occhi e gli chiede di salire in macchina senza indugi con Seo Bok e Gi-hon alla ricerca della verità.
Disponibile su PrimeVideo







Lascia un commento