Quando si parla di valori e di integrazione sociale, le parole non sono mai abbastanza: non risuonano così immediate e forti come invece fa la musica, che unisce e lega, distrugge il vecchio, abbatte i pregiudizi e costruisce il nuovo, su sempreverdi valori che però hanno un profumo di nuovo, di modernità. Moderno, ecco, attuale: come attuale è il tema dell’immigrazione, dello straniero, della difficoltà di vivere in un unico mondo che sembra essere stato frammentato in tante microrealtà in cui è difficile con-vivere. Si, convivere, proprio nel senso di vivere insieme. Si sa, le persone spesso presentano differenze inconciliabili che neanche la buona volontà riesce a superare, ma questo quando si parla di caratteri, di personalità, che esula dal concetto di nazione, di origine o di etnia.

E per quanto riguarda invece le differenze geografiche, culturali o visive? Siamo tutti sotto lo stesso cielo, in fondo, e lo stesso cielo svetta su di noi sia che si tratti di interi stati, che di piccoli o grandi quartieri, dove le persone hanno imparato a vivere insieme, rispettandosi, accettandosi, perchè sotto sotto cosa c’è davvero da accettare? Chi vive in località dove ci sono più o meno alte concentrazioni di stranieri non ci fa neanche più caso: non importa da dove provengano o dove siano nati; ora fanno parte della città, del quartiere… del mondo.
Cosa dire quindi di questo film indipendente, diretto da Mario Tronco e Gianfranco Cubiddu?

Violetta Zironi e Ernesto Lopez Maturell in una scena del film
Il discorso è spinoso deve essere strutturato su più livelli. Quello dell’idea, del messaggio e del valore che si vuole trasmettere e quello dell’esecuzione, dell’impatto con il pubblico.
La storia parte da Piazza Vittorio, a Roma, quando il guardiano al calar della sera chiude i cancelli e quell’attimo sembra essere come congelato nel tempo. Quando le luci diurne si spengono, il sogno prende il sopravvento e la storica piazza romana e il sipario onirico si apre, rivelando una realtà fiabesca che lascia sorpreso lo spettatore.

El Hadji Yeri Samb ed Ernesto Lopez Maturell in una scena del film
La trama ricalca proprio quella del tradizionale “Die Zauberflöte”, un Singspiel scritto da Emanuel Schikaneder e con lo strepitoso e inimitabile contributo musicale del genio Wolfgang Amadeus Mozart. Tuttavia, alcuni personaggi non sono del tutto prevedibili come vorrebbe un’opera conosciutissima e riproposta da secoli, sia conservandone la tradizione, sia scomponendola. Il Flauto Magico di Piazza Vittorio lascia che i personaggi agiscano nello spazio come se vivessero davvero, come se fossero dei personaggi in cerca del proprio destino all’interno di un mondo fiabesco e un po’ luccicante, in cui le loro scelte influenzeranno il corso del loro destino, ribaltando lo script che li predestina da secoli alla solita conclusione.

Petra Magoni in una scena de Il Flauto Magico di Piazza Vittorio
Un giovincello viene inseguito da un mostro rettile (o rettiliano?) e si scopre che il baldo giovane è Tamino (Ernesto Lopez Maturell) che sviene su una spiaggia quando il mostro lo raggiunge. Ma il mostro che ha fatto tanta paura a Tamino sembra più che altro una tenda da doccia verdastra in cui si è avvolto niente di meno che il mostro della laguna. Tamino viene trovato dall’uccellatore Papageno (El Hadji Yeri Samb, di cui diventa amico) e dalle tre dame della Regina della Notte che appaiono sulla riva del mare, coloratissime e un po’ svampite, illuminando la notte con le loro gonne a ritmo di musica. Una scena d’impatto che richiama molto Fantasia della Disney del 1940 quando, proprio sulla musica classica di Tschaikowsky, le fatine si accendono e si spengono, danzando leggiadre sulla Natura che loro stesse risvegliano. Ma la terribile Astrifiammante (Petra Magoni), Regina della Notte, fende l’aria con il suo arrivo (ed è proprio il caso di dirlo, visto che proprio lei canterà “Der Hölle Rache kocht in meinem Herzen” una delle arie più famose e riprodotte della storia della musica anche conosciuta come Aria della Regina della Notte) e incarica Tamino e Papageno di liberare la Principessa Pamina (Violetta Zironi) dalle grinfie di Sarastro (Fabrizio Bentivoglio) il Gran Sacerdote accompagnato dal vessillo di un grande sole che in questa versione è nientemeno che il padre della giovane Pamina. Foto di Pamina alla mano, inizia il viaggio dei due baldi giovani alle prese con prove sempre più dure, in cui non mancano riferimenti a lunghi e difficili viaggi, che lasciano intendere con un tocco velato le notevoli difficoltà con cui esseri umani provenienti da molto lontano approdano su coste nuove, un percorso fatto di tentativi, di passi e di inciampi costanti, ma che alla fine porta alla meta sognata: i cancelli del Palazzo di Sarastro.
Fabrizio Bentivoglio interpreta il gran sacerdote Sarastro
Tra i due genitori di Pamina non corre affatto buon sangue e lo si capisce anche quando Sarastro dice a sua figlia che bisogna sconfiggere la “superba” Regina madre (che indossa abiti in cui risalta sempre una sgargiante mezzaluna) per la sua cattiveria e per il suo carattere oppressivo, ma poche lacrime della ragazza hanno il potere di addolcire questa versione di saggio Sarastro e far contenta la sua bambina, desistendo dal suo intento. Ma proprio alla fine della prova dell’aria, dell’acqua e del fuoco, in cui viene coinvolta anche Pamina, i due genitori si scontrano come se stessero per saltarsi addosso in una danza e contraddanza coreografica in cui entrambi sono abbigliati con mantelli e abiti scuri, pronti ad azzannarsi alla giugulare, ma poi arriva Pamina che dice la sua, scegliendo di deporre l’odio e di far trionfare l’amore. Così, i due genitori che fino a quel momento si erano dimenticati, giurati morte e vendetta e di nuovo dimenticati, si baciano appassionatamente, vestiti ora con abiti chiari e fastosi che li fa sembrare Cleopatra e Marcantonio al ballo. Il lieto fine è per tutti, ma proprio per tutti: per i due opposti Astrifiammante e Sarastro, che hanno generato una figlia “mezza illuminata”, per Pamina e Tamino e anche per Papageno, che anche se in questa versione ha fatto a meno della sua Papagena, canta la gioia di aver trovato l’amicizia vera insieme ai due comprimari Tamino e Pamina, andandosene da Piazza Vittorio tutti e tre mano nella mano il Papageno & Papagena Duet che qui diventa un Trio.
Insomma, una sceneggiatura improntata sulla favola che però non convince del tutto. Il solo fatto che sia una favola non vuol dire che i meccanismi debbano essere tutti così semplici e che i personaggi cambino completamente natura solo perchè qualcun altro dice qualcosa di giusto. Questo disorienta lo spettatore, abituato a personaggi solidi anche se negativi, che hanno comunque un messaggio da trasmettere, antieroi da cui non prendere esempio, che perseverano nelle loro cattive abitudini o sembrerebbero bipolari. Le rivoluzioni interne, per l’appunto, avvengono per gradi, subiscono fasi di input, interiorizzazione e reazione esattamente come in una dialettica. Non sono istantanee come i cibi extra fast che scaldi al microonde e in pochi secondi sono pronti e fumanti.
Le scelte registiche di Mario Tronco e Gianfranco Cubiddu non si discutono: scene ben girate, un’ottima prospettiva soprattutto in scene realizzate al computer, in cui nel grande classico dell’opera sono stati inserite novità ultramoderne come i fondali scenografici con i pixel che Tamino e Papageno attraversavano come inizio del loro viaggio iniziatico, l’ambientazione un po’ pop e fumettistica, a tratti cartoonistica che è sicuramente una scelta voluta, e anche se non a tutti piace, sicuramente colpisce.
Alcuni personaggi forse sono stati un po’ troppo estremizzati, soprattutto la Regina della Notte che sembrava potesse esplodere da un momento all’altro, dallo stile tra il punk e una capigliatura “alla vichinga” tipica delle sottoculture di borgata, ma è pur sempre una scelta che hanno ponderato. Un rischio. Un rischio che hanno calcolato e che hanno avuto il coraggio di correre, per creare un prodotto sicuramente innovativo e diverso da qualsiasi altro genere. Chissà se è stato ispirato anche dallo Die Zauberflöte di Barrie Kosky e Suzanne Andrade, una compagnia internazionale che ha fatto tappa anche al Teatro dell’Opera di Roma.
Rintracciabili erano anche gli elementi tipici della musica classica come i virtuosismi, uniti però ad una musica prettamente moderna. Un mix moderno che con la versione canonica dell’opera potrebbe stonare non poco, ma che si capisce subito dà un sound attuale all’opera, unendo lingue in 8 canti e in tutti stili musicali ad esso connessi. Insomma, in questo film si cavalca il genere musicale senza avere un’etichetta, lo si stravolge ma si rispettano i temi più importanti, musicali e drammaturgici.

I registi Mario Tronco e Gianfranco Cubiddu
Multilingua, multiculturale, per l’appunto.
Un cenno di merito va anche all’Orchestra di Piazza Vittorio, nata nel 2002 e finanziata dai cittadini di Roma, un’orchestra multietnica che parla lo stesso codice: la musica. Si, perchè quello che ci hanno insegnato la storia della musica, i grandi artisti e che ribadisce anche questa pellicola è che musica è un linguaggio universale che può unire e creare davvero qualcosa di buono, di profondo, capace di arrivare a tutti. Non a caso l’ambientazione è proprio quella di Piazza Vittorio un quartiere tragico-romantico che sembra raccogliere le storie di tutti, mescolandole in un unico impasto che trova posto a chiunque voglia dire la sua, sentirsi parte di qualcosa di più grande, sentirsi parte della società e di questo mondo. La piazza, quindi, si trasforma e si trasfigura, diventando scenario di una fiaba irreale e al tempo stesso dolce e sospesa.

In definitiva, questo progetto nasce con lo scopo di includere, accettare, abbracciare il diverso e incarnare dolori, gioie, speranze ed angosce di tutti, perchè in fondo siamo umani e il nostro sentire è lo stesso del nostro vicino.
- DATA USCITA: 20 giugno 2019
- GENERE: Musicale, commedia
- ANNO: 2019
- REGIA: Mario Tronco e Gianfranco Cubiddu
- CAST: Ernesto Lopez Maturell, Violetta Zironi, El Hadji Yeri Samb, Fabrizio Bentivoglio, Petra Magoni
- PAESE: Italia
- DURATA: 83 minuti






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