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In anteprima sul set del nuovo film di Riccardo Camilli: Guarda chi si vede

Emanuela Di Matteo Cinema indipendente Gen 16th, 2020 0 Comment

Qualcosa bolle in pentola nel mondo della commedia italiana, ci sono lavori in corso, un nuovo set aperto, brulicante di idee e di persone e Inside The Show è qui per raccontarvelo.
Immagini prese direttamente dal set e confidenze in anteprima (senza peli sulla lingua, da Massimo Troisi a Checco Zalone) ci troviamo insieme al regista Riccardo Camilli, uno degli autori indipendenti più onesti, seri e autenticamente bravi della nuova generazione, per capire di cosa si tratta.

Riccardo, con “Peggio Per Me” ci hai fatto commuovere e sorridere, portando del vento fresco e sincero in un panorama, quello della commedia italiana, spesso stantio e fossilizzato in certi stereotipi, solite facce, soliti schemi. Come si intitola e di che cosa parlerà il tuo nuovo film?
Intanto grazie a voi di Inside The Show che date spazio al cinema indipendente allo stesso modo di quello mainstream, anzi, forse anche con più disinteressato affetto. Il titolo del mio nuovo film è “Guarda chi si vede”, che ho estrapolato da un verso di una vecchissima canzone di Ron che si intitola “Occhi da chi si è visto si è visto”. La trovo una frase semplice ma efficace ed evocativa per la storia che racconto stavolta.

La protagonista è Claudia, una donna dolce e forte che è rimasta vedova troppo presto, dopo i 35 anni, in seguito alla perdita del marito Marco in uno dei tanti disastri tutti italiani, dovuti ad abusivismo e scarsa manutenzione. Difatti Marco perde la vita, alla guida della sua auto, trovandosi sul ponte sbagliato al momento sbagliato (anche se non viene mai citato esattamente il ponte, proprio per non deviare minimamente il film in ambiti politici e istituzionali.) A tre anni da questa tragedia, Claudia inizia a “materializzare” Marco nella sua mente, a vederlo prima in casa, poi ovunque, a lavoro, nei bar, nei parchi. Mentre lei cerca di metabolizzare il lutto di suo marito con questa sua nuova bizzarra “ossessione”, le donne della sua vita, sua figlia ormai diciottenne, la madre separata, la sorella maggiore coatta e autodistruttiva, la sua logorroica migliore amica, sono tutte come “bloccate” sentimentalmente, in modi diversi, sentendo dei sensi di colpa nei confronti di Claudia, che vorrebbe ricominciare una nuova vita ma che non riesce a vedere una luce, carica, a sua volta, di sensi di colpa verso Marco.

Ma è proprio la “visione” di Marco (non il fantasma, ma solo una semplice proiezione mentale di Claudia) che cercherà di spronarla a darsi pace per una scomparsa cosí improvvisa e inaccettabile. Ho scelto di far morire Marco non di malattia, non di incidente stradale o sul lavoro, ma proprio in un contesto ancora più duro da accettare, quello della non curanza delle strutture, dell’abusivismo edilizio tutto italiano, senza minimamente trattare di responsabilità e colpevoli, perché non è assolutamente un film “inchiesta” ma è semplicemente una storia su chi rimane. Cerca di trattare, nel modo più sincero e più leggero (per quanto sia possibile, con tragedie come queste) la mancanza, l’assenza di chi muore cosí, solo perché si trova nel posto sbagliato nell’attimo sbagliato. È una storia molto semplice e lineare ma raccontata, spero, con molta coerenza e molto cuore.

Puoi dirci qualcosa anche sul nuovo cast?
Ho scelto la protagonista Gioia Vicari, ballerina e attrice romana, dopo quasi 50 provini, perché mai come questa volta, ero convinto che dovevo “beccare” la fisionomia, gli occhi e la voce, prima ancora della capacità recitativa, che comunque già prometteva dal suo provino. Poi, una volta sul set, Gioia è andata ben oltre le mie più rosee aspettative, regalando a Claudia, mille sfumature in più e recitando al meglio ogni singola scena lasciandomi ogni volta sempre più soddisfatto, sia di lei che della mia scelta. Il film ruotapraticamente tutto attorno a Claudia anche se ci sono tantissimi personaggi: stavolta mi sono regatato la parte del morto, quindi Marco avrà la mia faccia. Poi ci sono attori che hanno già lavorato con me più volte come la bravissima Tania Angelosanto, qui al terzo film con me, nei panni di Katia, la sorella “scapestrata”, Ferruccio Lanza, nel ruolo del padre di Claudia, mio fratello Claudio Camilli nei panni di Fabrizio, il ragazzo di Katia, anche lui un personaggio abbastanza fuori di testa, ci sarà il mio amico e mito assoluto Angelo Orlando, finalmente non più in un cameo “mordi e fuggi” ma in un ruolo vero e proprio, poi Elisabetta Ventura, con cui ho già lavorato nel mio precedente “Peggio per me” con un personaggio, come quello di Tania, completamente diverso dal precedente. E tante facce nuove (per i miei film) con cui sono felicissimo di lavorare perché hanno già dimostrato una bravura e una professionalità che fanno solo bene a chi vuol fare questo mestiere, Claudia Salvatore, Alessia De Mattia, Matteo Quinzi, Marina Pasqui. Infine, mio padre e mia madre, ebbene sí, lei in una brevissima apparizione e lui per una “esigenza” di somiglianza, oltre che chiaramente per un lato puramente affettivo.

Angelo Orlando

Con che criterio scegli i tuoi attori?
Mentre scrivo, alcune facce mi si “materializzano” davanti alle battute, quindi vado abbastanza sicuro alla proposta diretta con l’attore che conosco, sento istintivamente che un determinato attore può fare qualcosa di completamente diverso da lui e vado a colpo sicuro, come è stato stavolta con Tania Angelosanto, con Claudio Camilli e con Matteo Quinzi. Altri personaggi, invece, hanno bisogno di più “opzioni”, ho le caratteristiche bene in mente e difficilmente me le tolgo dalla testa, quindi vado alla ricerca della persona “perfetta” sia per recitazione ma soprattutto per fisionomia, ed è il caso, in questo film, di Gioia, (Claudia, appunto) , di Claudia Salvatore (Martina, la migliore amica di Claudia) e di Alessia De Mattia (che interpreta la figlia di Claudia, Nina), tutte scelte tra decine di provini.

Anche stavolta ci sarà un amarcord? So che sei un amante delle atmosfere degli anni 80.
Sono un amante di quegli anni lí, si, e anche dei 70. Ma la matrice ancora prettamente ultra-indipendente dei miei film, non mi consente di poter ambientare storie intere in quel passato. Stavolta è tutto nel presente, in una periferia non ben definita di Roma.

A che punto siete col girato? Hai già qualche aneddoto da raccontarci dal set?
Tra il 9 e il 20 Dicembre abbiamo fatto 10 giorni di ripresa in cui abbiamo portato a casa circa metà film. Rimangono fondamentalmente gli interni e un giorno in spiaggia, per il quale bisognerà attendere almeno maggio. Di aneddoti particolari non me ne vengono in mente, posso dirti che si è creata una squadra affiatatissima (tra gli attori e i pochi della troupe, il direttore della fotografia Alessandro Milo, il fonico Daniele Spito, la truccatrice Sara Santucci, l’assistente Giulia Marcoaldi) e che molte bellissime locations sono state messe a disposizione da amici trentennali compaesani, come negozi, pub, bar e bistrot. Non li ringrazierò mai abbastanza.

Sei e sarai sempre vocato alla commedia?
La Commedia per me è il più difficile e il più nobile tra i generi Cinematografici, attraverso di essa, quando è fatta con cuore, criterio e sincerità verso lo spettatore, puoi raccontare anche le cose più tragiche del mondo ed entrare in simbiosi con la coscienza della gente, facendo emozionare e sorridere. Un dramma, raramente ti darà quello che ti lascia una buona Commedia. Essendo cresciuto con Massimo Troisi, con Francesco Nuti e con il primo Carlo Verdone, ho sempre avuto questa idea. La Commedia è una cosa seria. E troppo spesso viene abusata e maltrattata.

Quali sono secondo te le 3 qualità che fanno di un regista un bravo regista?
Le prime due che mi vengono in mente sono forse le più “tecniche”. La prima è saper dirigere (o almeno aver la passione di dirigere) gli attori. Se poi sei un regista di commedie, secondo me, devi necessariamente essere anche un po’ attore, altrimenti difficilmente porterai i tuoi attori al massimo delle loro potenzialità. La seconda, per me, è che un buon regista deve essere anche un po’ montatore, mentre gira deve avere almeno in gran parte, il film davanti agli occhi. Per me la regia non può prescindere dal montaggio, anche se sei un regista con la passione dei piani-sequenza. Terzo… Forse un buon regista deve essere sempre onesto con il suo pubblico. Non sto dicendo che deve compiacerlo, no, anzi, tutto il contrario: deve portare lo spettatore nel suo mondo, ma per farlo, non deve usare mezzi compiacenti, consolatori, ipocriti, ruffiani, già battuti, già testati. Lo deve fare a modo proprio, e questo richiede dei rischi, rischi che nel Cinema “grande” ci sono e non ci sono.

Possibile che nonostante la qualità e il riscontro positivo di pubblico, i produttori siano così paurosi ed attaccati ai soliti cliché da non trovare il coraggio di puntare sul nuovo?
Quante pagine ho per rispondere? Purtroppo è un discorso che va ad intaccare molti aspetti, uno è quello della pigrizia, sia dei produttori, che propinano le stesse facce e gli stessi autori perché appunto, mancano di coraggio (e che si appoggiano a distribuzioni che decidono tutto, dalla regia alla sceneggiatura agli attori), sia del pubblico, che vedendo le stesse facce e gli stessi autori, alla fine si auto convince che esistano solo quelli e che quelli bravi siano davvero tutti lí. Poi ci sono discorsi politici, economici (nel modo più semplice del termine, cioè persone che si auto producono film milionari coi soldi di famiglia) ma qui si rischierebbe di entrare noi in cliché che poi, in quanto chiché, sono banali quanto veri. E’ un mondo davvero bizzarro, il Cinema italiano: produttori che esaltano i tuoi lavori ma producono registi bolliti che non fanno un film decente da anni ma hanno un nome che è un’istituzione e quello basta. Autori che fanno miliardi al botteghino per due, tre, quattro film consecutivi e all’improvviso, ogli occhi del pubblico, diventano pretenziosi e arroganti se, con coraggio, toccano la politica e l’italiano medio (Checco Zalone) e altri che fanno sempre lo stesso film (Pieraccioni, Brignano, Siani ecc…) che vengono massacrati da pubblico e critica ma continuano ad essere finanziati per produrre sempre, immancabilmente lo stesso film.

E’ curioso anche il pubblico, quello sui social, che massacra un film di genere, un horror, un triller, un action, un fumetto, solo perché è italiano e salva qualsiasi cosa sia americana. E ancora, molti irruenti, urlanti, sboccati, arroganti critici youtubers, messi su un piedistallo da loro stessi, che vomitano su qualunque film sia popolare e riconosciuto dalla massa, solo per il gusto di sentirsi controcorrente a tutti i costi e orde di giovanissimi nerd, spesso aspiranti registi, frustrati prima di girare una sola inquadratura, che li seguono come fossero dei guru.
Insomma, essere un regista indipendente, oggi, è diventata anche una grande prova di autocontrollo.

 

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Emanuela Di Matteo

Una vita senza cinema, letteratura, musica, arte...sarebbe come abitare in una casa vuota e senza finestre. E poiché la vita è solo un sogno, come diceva Calderón de la Barca, come non affacciarsi verso le infinite possibilità, identità e universi di questo sogno?

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