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Clint dirige Clint: Gli spietati

Roberto Lasagna Clint dirige Clint Lug 31st, 2024 0 Comment

Gli spietati (Unforgiven, 1992) è l’inaspettato western che permette a Eastwood di dare maggiore spessore al suo personaggio, abbondonando, dopo Il texano dagli occhi di ghiaccio (The Outlaw Josey Wales, 1976), l’aspetto granitico dell’uomo senza nome a favore dei toni più esitanti di un ex-pistolero dall’aspetto affaticato, un vedovo il quale, ormai sconfitto dai rimorsi e dal tempo, vive nel ricordo della moglie, la quale seppe dare alla sua precedente vita violenta un po’ di conforto umano e di dignità.

Da quando la moglie appena ventinovenne ha lasciato solo William Munny (Clint Eastwood), questi ha smesso di essere quello che era prima del loro incontro, cioè un assassino senza esitazioni dedito all’alcool e incapace di ascoltare ragioni diverse da quelle dettate dalla sua Smith & Wesson. E nel rispettare la promessa fatta alla defunta di non bere più neanche un goccio di liquore, di non uccidere e di dedicarsi ad accudire, grazie ai proventi di un allevamento di maiali, i loro due figli, William ha la memoria annebbiata.
Del passato si è abituato a ricordare soprattutto i momenti felici vissuti con la sua donna, istanti che avevano saputo cambiarlo e nei quali aveva dimostrato di portare rispetto almeno a uno straccio di punto di riferimento ideale.
Se Munny-Eastwood è da lungo tempo arroccato nella sua autarchia, vive lontano dal villaggio e dalla società di Big Whiskey, bisogna chiarire come l’alternativa che egli si troverebbe di fronte è il quotidiano confronto con un mondo popolato da brutti ceffi e loschi sceriffi per i quali l’etica è soltanto una questione di conti mentre la giustizia non può vantare leggi seriamente difese. Ne è prova l’atteggiamento dello sceriffo verso le donne, che per lui sono come i cavalli (così la pensa Little Big Dagget-Gene Hackman, in risposta alla protesta dello spontaneo comitato di difesa di una prostituta che vorrebbe vedere puniti i due miserabili che le hanno sfregiato il volto a seguito del risolino della donna nel vedere gli attributi poco virili di uno dei due; lo sceriffo infatti sostiene che qualche cavallo di risarcimento possa bastare per “evitare ulteriori spargimenti di sangue”).


Un mondo fatto da loschi tenutari di saloon e da un’accozzaglia di miserabili ciarlatani, tra cui il bevitore e celebre giocatore d’azzardo Bob l’inglese (Richard Harris), famigerato e vigliacco killer la cui pistola è stata sempre dalla parte dei padroni (sono suoi i colpi finiti nei corpi di alcuni operai cinesi trattati come schiavi per la realizzazione della linea ferroviaria Transpacific).
Un mondo di pistoleri che può vantare anche un biografo, come quello che segue le gesta di Bob l’inglese (Beauchamp) ed è una figura che rappresenta tutti i vigliacchi disposti a piegarsi al potere e a diventarne strumento di esaltazione attraverso la parola scritta (e Munny li disprezza particolarmente, anche perché sa che la leggenda imbastita dai ciarlatani della penna è colma di menzogne).
Molto meglio allora restarsene appartati e magari dedicarsi a una famiglia, una piccola società che si conosce e dalla quale si sa sempre cosa aspettarsi, in cui probabilmente è anche più facile esprimere sé stessi.
Con la solitudine e l’isolamento (sia autoimposto perché sentito come necessario, sia vissuto come il risultato di una società che teme i dissidenti) il temuto Munny è diventato un brav’uomo e, se oggi può pensare di tornare in città, è soltanto perché i maiali del suo podere hanno la febbre e lui ha bisogno di denaro per assicurare il sostentamento quotidiano ai bambini.
Per quanto sia abbastanza trasgressivo della tradizione Western vedere un buon padre di famiglia guadagnare il pane per sé e per i suoi figli rivestendo i panni e i modi del cacciatore di taglie, ciò è però quel che succede a William Munny quando apre la porta di casa a un giovane sbruffone che del nostro conosce soltanto l’aura leggendaria e che gli propone di unirsi a lui nel dare la caccia ai due cow boy dello sfregio alla prostituta del saloon di Big Whiskey. In palio c’è un premio di mille dollari che è quanto le altre prostitute hanno raccolto in un fondo comune da destinare a chi farà giustizia, dato che lo sceriffo Little Big Dagget se ne è lavato le mani.


Insomma, William Munny ridiventa pistolero per un pugno di dollari e, quando dovrà affrontare di nuovo il duello nel paese dei miserabili, sarà in virtù del suo ruolo leggendario, quello diffuso dalle voci della gente e dalla stampa cialtrona dell’epoca, a ritornare protagonista e pretendere giustizia. Come dire che in una società corrotta, nella quale dominano le leggende violente e la paura, a vincere è sempre chi possiede lo scettro della leggenda e di tutto ciò che crea persuasione, e questa è una condizione che non è forse sbagliato vedere rispecchiata anche ai nostri giorni, per esempio nel ruolo dei sondaggi pilotati dagli aspiranti alle cariche pubbliche che ottengono attraverso i media di condizionare gli esiti delle elezioni politiche.
Munny stesso ritorna pistolero perché questa storia della prostituta offesa è stata un po’ gonfiata nei dettagli a tal punto da rendergli insostenibile il non prendere posizione e fortuna vuole che almeno William Munny il problema della giustizia se lo sia posto, a un certo punto della sua vita, più di quando non abbia fatto lo sceriffo del paese (“tutti ce lo meritiamo”, è quanto risponde a Little Big Dagget che gli rinfaccia di non meritare la morte agghiacciante – una pallottola in gola – che l’uomo a un certo punto starà per procurargli).
Le sequenze conclusive de Gli spietati, con la sparatoria nel saloon ai danni degli scagnozzi dello sceriffo e del gestore del locale, responsabili della violenza subita dalla prostituta e anche della morte del nero Ned Logan (Morgan Freeman, un che come William Manny è stato costretto al riposo e mantenuto lontano dal paese per ovvi motivi razziali) – s’intonano più che con la restaurazione della leggenda Munny, con lo stile essenziale e profondamente teso di Eastwood, il cui racconto inesorabile è proteso a fare giustizia dell’antica e fordiana predilezione per la leggenda.

Nel film infatti c’è poco spazio per il disincanto della leggenda: il protagonista fatica a rimontare in sella e cade più volte da cavallo; i suoi due compari sono come lui mossi soltanto dalla motivazione del denaro e per poche monete tornerebbero a uccidere; addirittura è messa in dubbio la virilità del protagonista il qualche dichiara di non sentire troppo il bisogno di una donna e finanche i duri e violenti cow boys sono sbeffeggiati dalle prostitute che se la ridono dei loro attributi sessuali. I duri del West non corrispondono dunque al ritratto che il cinema americano della frontiera ce ne ha sempre fornito, piuttosto sono imbottiti di pessimo liquore, come William Munny, orbi, come il giovane spaccone Scotfield Kid, e, più in generale, vigliacchi e codardi capaci di spararti alle spalle più di averla vinta.
Questo il vero volto della vecchia America secondo Gli spietati e sono le donne a far muovere al paese i primi passi verso una pratica della giustizia ispirata da una morale meno bigotta e filistea, ma è ancora una donna a far maturare il protagonista, in quello che è probabilmente il primo western seriamente dalla parte della donna.
Ne Gli spietati anche il pistolero western di Eastwood finisce, come quello urbano, per riabbracciare l’illegalità, così da rimanere fedele alla propria moralità, cioè torna a sparare per potere, oltre che vendicarsi del violento assassinio dell’amico Ned Logan (Morgan Freman) da parte degli uomini dello sceriffo Little Bill, anche ritornare alla solitudine, al “mondo perfetto” cui è stato costretto dalla vita, ma che gli permette almeno di essere fedele a quell’ideale di integrità scelto come feticcio in onore della moglie morta (in una splendida sequenza William Munny rifiuta dalla giovane prostituta sfregiata un acconto in natura sulla taglia per avere sistemato il primo dei due ricercati, e il rifiuto viene motivato in virtù del desiderio di restare fedele alla moglie che la giovane donna non sa essere morta qualche anno prima). William Munny è un personaggio tragico e grandioso, fedele a quel che gli resta, il ricordo di una promessa. Pur restando l’unico sopravvissuto al duello conclusivo del film, si porta dentro il peso delle sue azioni; il suo destino è di scomparire non dimenticato, unforgiven appunto, nella solitudine e forse nel tormento di aver dovuto trasgredire i desideri della tanto amata moglie. Questa non lo avrebbe voluto vedere indossare ancora una volta i panni del pistolero dal sangue freddo come il ghiaccio.

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Roberto Lasagna

Saggista e critico cinematografico, ha scritto numerosi libri, tra cui "Martin Scorsese" (Gremese, 1998), "America perduta. I film di Michael Cimino" (Falsopiano, 1998), "Lars Von Trier" (Gremese, 2003), "Walt Disney. Una storia del cinema" (Falsopiano, 2011), "Il mondo di Kubrick. Cinema, estetica, filosofia" (Mimesis, 2015), "2001: Odissea nello spazio di Stanley Kubrick" (Gremese, 2018), "Anestesia di solitudini. Il Cinema di Yorgos Lanthimos" (Mimesis, 2019), "Nanni Moretti. Il cinema come cura" (Mimesis, 2021), "David Cronenberg. Estetica delle mutazioni" (con R. Salvagnini, M. Benvegnù, B. Pallavidino, Weirdbook, 2022), "Steven Spielberg. Tutto il grande cinema" (Weirdbook, 2022), "Ken Loach. Il cinema come lotta e testimonianza" (Falsopiano, 2024).

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