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Come raccontare l’amore al cinema in chiave fantascientifica

Matteo Zoia Notizie Giu 11th, 2017 0 Comment

Il genere cinematografico sentimentale e quello fantascientifico possono sembrare difficilmente conciliabili tra loro. D’altronde l’amore è un sentimento legato a qualcosa di irrazionale e inspiegabile, non è una scienza esatta. La parola fantascienza, invece, che porta in seno il termine scienza, o conoscenza, richiama i concetti di razionalità e oggettività. Eppure questo connubio ci ha regalato delle pellicole speciali, piccoli capolavori che mostrano l’uomo e i propri legami sotto nuove prospettive raramente esplorate prima.

Her (Spike Jonze, 2013) è un film da annoverare in questo contesto. Il futuro messo in scena da Spike Jonze qui non è poi così lontano dal nostro presente. La tecnologia digitale ha fatto passi da gigante. I sistemi operativi dei computer sono così sofisticati da possedere una propria coscienza. Tra uomo e macchina si crea sintonia. La storia d’amore raccontata in questo film intreccia proprio queste due realtà, un uomo ed un sistema operativo, Theodore (Joaquin Phoenix) e Samantha (Scarlett Johansson). Il regista sceglie di raccontarcela attraverso le immagini e i primi piani del protagonista concedendo allo spettatore di prendersi il suo tempo per assimilare questa relazione amorosa distopica e di empatizzare con i personaggi. Il sentimento che sta alla base del rapporto uomo-macchina nel film non è tanto diverso da quello generato tra due essere umani, se non fosse per la mancanza della relazione fisica. Noi non vediamo Samantha, possiamo solo ascoltarla e percepirla attraverso gli auricolari di Theodore. Ovviamente questo aspetto non è dettaglio da poco e nel film è sviscerato in modo intelligente e stimolante. Interessante è anche il pensiero del regista in merito alla tecnologia. Se Black Mirror ci mostra l’utilizzo negativo che la tecnologia può produrre, Spike Jonze non prende una posizione netta e si limita a narrare un possibile scenario futuro dove la tecnologia ha sicuramente cambiato il modo di vivere i rapporti umani. In peggio o in meglio? Questo sta allo spettatore deciderlo.

In Se mi lasci ti cancello (2004) — o per meglio dire, Eternal Sunshine of the Spotless Mind — di Michel Gondry, la tecnologia non gioca un ruolo determinante. E’ solamente un abile espediente per entrare nella mente di Jim Carrey e del suo Joel. Quante volte siamo andati incontro ad una delusione amorosa? Quante volte abbiamo pensato, “Sarebbe stato meglio se non ti avessi mai incontrato.” Questa fantasia, qui, diventa realtà dove grazie ad un sofisticato apparecchio è possibile eliminare dalla nostra memoria tutti i ricordi che ci legano ad una determinata persona. La storia d’amore tra Joel e Clementine (Kate Winslet) sembra essere arrivata ai titoli di coda e Michel Gondry spazia dalla commedia al dramma dimostrandosi abilissimo nel raccontarla nei suoi momenti più belli ed intensi fino a quelli più bui. Sono proprio i momenti più difficili che il film descrive al meglio il rapporto tra i due personaggi. Si percepiscono il dolore e gli strascichi che questo sentimento porta con sé. Per questo dalla pellicola traspare un alone di pessimismo e realismo.

Nel semi-sconosciuto Non Lasciarmi, (Mark Romanek, 2010), ambientato in un universo distopico, gli alunni “speciali” dell’istituto Hailsham sono addestrati per essere dei veri e propri donatori di organi viventi, pezzi di ricambio a disposizione di altri. Logicamente il loro destino è già stato scritto in partenza, sanno di avere una “data di scadenza”, un ciclo di vita simile a quello di un prodotto industriale, che cesserà di esistere quando l’ultimo organo vitale verrà trapiantato su un’altra, privilegiata, persona. Questo lato “meccanico,” che dovrebbero avere i personaggi, si scontra con la profonda umanità degli stessi che, in quanto umani, provano sentimenti, amano e soffrono. I protagonisti sono Tommy (Andrew Garfield), “un grande cuore con qualche scatto di collera,” Ruth (Ella Purnell) e Kathy (Carey Mulligan). I caratteri di Ruth e Kathy coincidono con l’atmosfera del film. La prima è a tratti cinica, fredda e glaciale. La seconda, invece, è dolce, tranquilla e pacata. Non lasciarmi, proprio come Her, lascia parlare le immagini. I movimenti di macchina sono riservati e silenziosi. Incredibile come un semplice triangolo d’amore riesca a descrivere con tale spessore argomenti delicati come il tempo che passa e la fragilità dei rapporti umani. La pellicola è tra le più struggenti del suo genere.

Distopia è la parola chiave anche in The Lobster (Yorgos Lanthimos, 2015). Nel folle universo del film alle persone non è consentito essere single, pena la deportazione in un apposito hotel in cui gli ospiti sono obbligati a trovare la propria anima gemella in un brevissimo lasso di tempo. Se l’ospite fallisce viene trasformato in un animale a propria scelta. Questa premessa così assurda non può che avere risvolti e conseguenze ancora più paradossali. L’obbligo di coppia altera sensibilmente l’amore e i rapporti umani che diventano sempre più freddi ed impostati, quasi come se i sentimenti fossero diventati di plastica. All’interno di questo sistema di vita ve ne è un altro, costituito da chi si ribella. I ribelli, appunto, sono liberi da questa imposizione. Esiste solo un’unica regola imprescindibile, mai innamorarsi. Il protagonista David, (Colin Farrell), si trova schiacciato tra queste due fazioni in cui l’amore è considerato o un obbligo o un divieto assoluto. Lanthimos costruisce questo mondo di plastica per estremizzare alcuni concetti, sempre in tema di rapporti umani, tipici del nostro mondo, dove certe imposizioni sociali ci spinìgono ad intraprendere relazioni sterili e passive piuttosto che rimanere soli. Nonostante tutto in The Lobster c’è spazio anche per una storia d’amore pura, ingenua e a tratti quasi commovente, per ricordarci che è impossibile imporre divieti ad un qualcosa di irrazionale che non possiamo controllare.

Infine, in Wall-e, (Andrew Stanton, 2008), si narra la storia d’amore tra due piccoli robot, Eve e Wall-e. Si tratta di un’opera semplice ma non banale e al quanto originale nella sua narrazione, considerando che il film è per il 75% senza dialoghi. L’odissea nello spazio dei due protagonisti ci apre però a delle altre chiavi di lettura riguardanti la specie umana. Costretti a vivere su un’astronave a causa dell’inagibilità del pianeta terra, gli umani non si muovono più, non pensano più e non hanno nemmeno più bisogno di parlare tra di loro, completamente lobotomizzati e in perenne stato sognante. A tutti i loro bisogni provvede una sorta di computer di bordo, una sorta di Hal 9000 di Odissea nello spazio (Stanley Kubrick, 1968), che può rappresentare anche un’allegoria del consumismo più sfrenato di cui gli umani sono succubi all’interno dell’astronave. Lo spazzino Wall-e e la sua amata Eve sono gli unici personaggi attivi e dinamici di questo film. Avranno il merito di svegliare l’uomo dal letargo mentale in cui è caduto e di indirizzarlo nuovamente verso il proprio pianeta di origine, quella terra che oramai è sepolta dall’immondizia prodotta da loro stessi. Il robot, in questo caso, funge da figura salvifica che riesce a registrare imprese eroiche laddove gli umani falliscono. L’amore è il motore che spinge Wall-e verso queste imprese. L’uomo ogni tanto abbandona questi sentimenti lasciandosi viziare e tentare dal materialismo e dal consumismo.

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Matteo Zoia

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