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La calda estate della femme fatale

Emanuela Di Matteo Articoli Ago 17th, 2019 0 Comment

E’ nella sale in questi torridi giorni estivi Serenity di Steven Knight, nel quale Anna Hathaway, con cappello di paglia a falda larga sui capelli biondi, cerca di convincere l’ex, Matthew McConaughey, a uccidere il marito. La vicenda però, sfortunatamente, prende una piega sonnacchiosa, forse perché già vista, forse perché la femme fatale del film non è all’altezza della situazione.

Una scena di “Serenity”

Perché, sì, per essere una vera femme fatale, bisogna essere all’altezza e non bastano un cappello che nasconde per metà il volto grazioso, una sigaretta a mezza bocca, una voce arrochita. Ingenui maschi che desiderate una storia d’amore, complice la calda estate, fate attenzione: non crediate che la donna fatale sia un perverso stereotipo. Proprio in questo, forse, la Hathaway, sguardo allucinato e capelli lisci con l’onda, ha fallito. La vera donna fatale è, per definizione, esattamente quello che voi desideriate che sia: un Angelo Azzurro (1929), come Marlene Dietrich in reggicalze e languido sguardo, una ragazza innocente e inconsapevole, come la ferina Simone Simon nel capolavoro di Jacques Tourneur, Cat People (1942), o semplicemente la donna perfetta: Theresa Russell ne La Vedova Nera (1987) ed il titolo basti a favi un’idea di cosa vi attende.

Simone Simone in “Cat People”, in italiano “Il Bacio della Pantera”

In origine, cinematograficamente parlando, si chiamavano vamp, una parola danese che sta per vampira, colei che ruba la linfa vitale dell’altro fino a portarlo alla morte, ed era applicata alle dive del cinema muto. Anche Greta Garbo, in seguito, con la bella e pericolosa spia Mata Hari ne incarnò alla perfezione lo spirito. Certo, lei poi, nel film di Fitzmaurice del 1931 si innamorava e si sacrificava per amore, ma il protagonista maschile faceva lo stesso una brutta fine, e questo è l’importante. Solo verso gli anni 40 la figura e la definizione di femme fatale entrò nel mondo del cinema.

Marlene Dietrich in “L’Angelo Azzurro”

Inserito al sessantunesimo posto della classifica dei migliori cento film statunitensi di tutti i tempi arriva poi il capolavoro di Alfred Hitcock: Vertigo, ovvero La Donna che Visse Due Volte (1958). L’avvocato e poliziotto James Stewart, soffrirà parecchio di vertigini, a causa di un trauma del passato e delle continue altezze in presenza della misteriosa e bellissima Kim Novak, una volta bionda, una volta mora, e così via dicendo fino a fargli girare definitivamente la testa.

La Donna Che Visse Due Volte

Ma fu il francese Francois Truffaut, grande ammiratore del genio di Hitchcock a rendere onore alla figura della femme fatale, unendo il suo interesse per il genere noir alla passione per il sentimento amoroso e le splendide donne. Come dimenticare La Mia Droga si Chiama Julie, film del 1969 tratto dal romanzo Vertigine senza Fine (non a caso…) di William Irish (pseudonimo di Cornell Woolrich)? In esso una Catherine Deneuve dall’algida e delicata bellezza irretisce letteralmente il coltivatore di tabacco Jean Paul Belmondo, fingendosi un’altra (che ha nel frattempo ucciso) e portandolo così a un matrimonio di interesse e morte. Film dedicato a Jean Renoir, La Mia Droga Si Chiama Julie è in realtà un film sull’amore, travestito da giallo, ed è proprio attraverso l’amore, assoluto, totalizzante e fatale, che i due protagonisti impareranno a conoscere se stessi e il mondo.

La Mia Droga Si Chiama Julie

Ma era forse meno fatale la misteriosa Jeanne Moreau che vestiva di giorno i panni della vedova e della sposa, alternando il bianco virginale al nero fatale? Ne “La Sposa In Nero” la bella Jeanne, non poi tanto giovane né poi così filiforme, ma non per questo meno affascinante, per vendetta li uccide freddamente uno alla volta ma dell’ultimo si innamora. Cosa deciderà di fare? Non è poi così difficile immaginarlo.

Quentin Tarantino, con la saga di Kill Bill, ha tratto a piene mani ispirazione proprio dalla fatale vedova che non si arrende mai.

La Sposa In Nero, Jeanne Moreau, 1968.

Quando l’estate è così calda che i vestiti si attaccano alla pelle sudata, solo una bionda, bellissima, vestita di bianco e con una bibita ghiacciata in mano, può farvi venire i brividi: è Kathleen Turner in Brivido Caldo (1981), il magnifico thriller di Lawrence Kasdan, ad alto tasso erotico.

Cosa può fare l’avvocato William Hurt per opporsi al suo richiamo e ai suoi desideri (omicidi)? Completamente rintronato dal fascino di lei, può ben poco. Ispirato a un romanzo di James Cain, già portato al cinema da Billy Wilder ne La Fiamma Del Peccato, Brivido caldo è un giallo quasi perfetto che trae forza dal fascino e dall’intesa chimica, quasi palpabile, fra i suoi due indimenticabili protagonisti, sex symbol dell’epoca.

Kathleen Turner e William Hurt in “Brivido Caldo”

Nel 1992 escono invece due film che hanno come protagonista la femme fatale: l’americano Basic Instinct, diretto da Paul Verhoeven e interpretato da Michael Douglas e Sharon Stone. La pellicola è al numero 310 nella classifica dei maggiori profitti della storia del cinema, considerata uno dei film più scandalosi di tutti i tempi. Un’esagerazione forse. In fondo Sharon Stone, da quel film in poi divenuta la più celebre  diva di Hollywood, dimentica semplicemente di indossare la biancheria intima durante un interrogatorio della polizia, ed accavalla le gambe: niente di più.

Basic Instinct

Il secondo film di quell’anno è Il Danno, di Luis Malle. Jeremy Irons è un importante politico inglese che non riesce a contenere la passione scatenata dalla conoscenza della fidanzata del figlio, Juliette Binoche. Felicemente sposato, socialmente e lavorativamente affermato, perde del tutto il controllo fino a ritrovarsi responsabile della morte del figlio, quando esso, sconvolto, scopre la verità. Malle ritrae la società degli anni 90, elegante, fredda e formale in contrapposizione alla passione violenta che travolge i protagonisti. Lei soltanto sopravviverà.

Il Danno (1992)

Il solitamente bravo Brian De Palma, decide di scivolare in un’operazione meramente commerciale proprio sul tema della fatalità del fascino femminile e nel 2002 dirige Femme Fatale, uno dei peggiori lungometraggi della sua carriera. Perché la bellezza e l’appeal erotico, uniti a velleità di furto ed omicidio, da sole non bastano per smuovere nel profondo gli oscuri sentimenti legati all’amore e alla morte.

Femme Fatale (2002)

Non per nulla Baudelaire affermava: “la donna è proprio nel suo diritto, e anzi compie una sorta di dovere, quando si studia di apparire magica e sovrannaturale: è necessario che stupisca e incanti. Idolo, deve dorarsi per essere adorata, prendere a prestito da tutte le arti e i mezzi per meglio soggiogare i cuori e colpire gli spiriti”.

E’ emblematico che attualmente non ci siano – ancora – film iconici o anche solo memorabili con una vera femme fatale come protagonista. Forse perchè la donna forte e manipolatrice ha ricominciato a fare paura e non le si dà più molto spazio, neppure al cinema, se non in ruoli da “oggetto” erotico e non più soggetto pensante, imprevedibile e pericoloso? O forse il problema è il sesso? Omicidi ed orrori di ogni sorta sono concessi anche in prima serata, ma l’amore passionale è sempre più censurato. La domanda attende ancora una risposta.

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Emanuela Di Matteo

Una vita senza cinema, letteratura, musica, arte...sarebbe come abitare in una casa vuota e senza finestre. E poiché la vita è solo un sogno, come diceva Calderón de la Barca, come non affacciarsi verso le infinite possibilità, identità e universi di questo sogno?

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