Un regista come Alfred Hitchcock, con titoli come Il sospetto (Suspicion, 1941) e Notorius – L’amante perduta (Notorius, 1946) lavora per rendere più complessa l’immagine di Cary Grant e questa complessità appare in una luce apparentemente più “glamour” nel film Caccia al ladro (To catch a thief, 1955) dove la presunta colpevolezza del personaggio viene chiarita unicamente nelle scene finali.

La filmografia dell’attore, pertanto, continua ad alternare commedie a film di generi differenti e nel 1945 Grant, dopo la candidatura all’Oscar nel 1942 come miglior attore protagonista per il film George Stevens Ho sognato un angelo (Penny Serenade, 1941), riceve la seconda e ultima nomination per il premio oscar per la sua interpretazione di Ernie Mott nel dramma Il ribelle (None But the Lonely Heart, 1944), diretto dal commediografo Clifford Odets. Nel film l’incertezza esistenziale di un giovane accordatore di pianoforte figlio di un caduto della grande guerra si accompagna al complicato rapporto con la madre malata (Ethel Barrymore, premiata con l’oscar come attrice non protagonista per il ruolo, nel cui personaggio si riflette almeno un’ombra di quel difficile rapporto con la madre che segnò Grant), ad una maturazione per nulla scontata che lo condurrà alla decisione di lasciare la città e le amicizie, buone o cattive, per diventare sindacalista. Per il drammaturgo Odets, che poteva vantare una lusinghiera carriera teatrale, Il ribelle rappresentò il battesimo cinematografico, e dove nel romanzo di Llewellyn il protagonista era un diciannovenne, la possibilità di avere come protagonista un attore quasi quarantenne lasciò preoccupato il regista: “Non capisco, il romanzo parlava di un ragazzo di 19 anni con i brufoli i cui soli due desideri erano avere una ragazza e comprare un vestito nuovo”. La scelta di Grant, voluta dalla produzione, avrebbe quindi spostato la dimensione del romanzo di formazione di un teppistello verso le sfumature esistenziali di un uomo adulto seppure ancora immaturo, in cerca di un proprio posto nel mondo. Un film incentrato sulla ricerca della propria identità, dove Ernie Mott si propone come un individuo senza radici, in giro per l’Inghilterra con il cane Nipper, fino a quando non decide di tornare a casa. Quasi una fiaba per adulti, avviata tra le luci della nebbia inglese, dove traspare lo stile del drammaturgo di fede socialista con un’attenzione sensibile al mondo dei proletari, in cui il personaggio di Ernie Mott interpretato da Cary Grant con intensità e ironia, conserva, nonostante il finale tragico, la speranza di una vita onesta celebrata da un monologo-confessione: “Pace, non voglio altro dalla vita. Solo vedere gente felice, semplice, senza sporcizia e senza dolore. La cosa ti sorprende, vero? Pace, a milioni non desiderano altro, e senza doversi rifare sul pesce più piccolo, pace senza essere mastini e neppure prede, solo pace e dignità, e almeno una vita decente! È chiedere troppo forse?”.

Un altro Cary Grant matura dunque con un titolo come Il ribelle che non nasconde un’attenzione al disagio, mette in luce problemi e ingiustizie all’interno della comunità e affianca alla prediletta commedia aspetti di rivendicazione sociale, come nella regia di Gorge Stevens Un evaso ha bussato alla porta (The Talk of the Town, 1942), dove il suo personaggio è apertamente un dissidente di sinistra, o ne La gente mormora (People Will Talk, 1951), in cui il Noah Praetorius di Cary Grant è un medico indipendente i cui metodi sono sottoposti a un processo in cui non è forzato vedere riflesso il clima di paranoia del maccartismo.
Pur non manifestandole apertamente in politica, le simpatie e le idiosincrasie di Grant affiorarono grazie ai suoi film, e quando nei primi anni Cinquanta si fece largo la famigerata “caccia alle streghe” del senatore Joseph McCarthy, l’attore parteggiò apertamente per Charles Chaplin, messo sotto accusa dalla commissione antidemocratica.
Se le più recenti ricostruzioni psicologiche della vita dell’attore, in ragione della genealogia familiare, diagnosticano una presunta sindrome abbandonica che Grant avrebbe dovuto affrontare nella sua esistenza per il rapporto tormentato con la madre malata, con il correlato bisogno di amore (cinque matrimoni), e di piacere al suo pubblico, la sua movimentata vita sentimentale non deve oscurare l’impegno dell’attore, che fu parallelamente una delle più grandi star di Hollywood ma anche un ribelle. Poco incline a esternazioni in pubblico, Grant, nonostante la popolarità, era in rotta con le regole degli Studios e prese le distanze dall’Academy che gli precluse la possibilità di vincere un Oscar e fece ammenda soltanto nel 1970 con un premio onorario. E quando Hitchcock lo chiamò per la terza volta al suo fianco, nel 1955, l’attore si era ormai convinto a ritirarsi. Il regista inglese però lo convinse a dare nuovamente il meglio e con lui egli ebbe modo di tornare alle sue radici con Caccia al ladro.
Il film è disponibile su RaiPlay e YouTube.






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