La Mediateca dello spettacolo e della comunicazione del Centro Civico “G. Buranello”, a Genova nel quartiere di Sampierdarena, organizza come di consueto una serie di incontri e retrospettive molto interessanti, che solitamente si svolgono il mercoledì pomeriggio. Nell’ambito dell’iniziativa Lezioni di cinema, a cura di Elvira Ardito e Giancarlo Giraud, si sta per concludere un ciclo di sei proiezioni dedicato agli adattamenti per il grande schermo delle opere di George Simenon.

A partire da mercoledì 6 novembre, invece, avrà inizio un breve ciclo dal titolo Buňuel in Messico che prevede la visione di tre dei film realizzati in Messico dal grande Luis Buňuel: I figli della violenza (Los Olvidados, 1950), L’Illusione Viaggia in Tranvai (La ilusion viaja en tranvia, 1953), Nazarin (Nazarín, 1958).
Il cinema è un’arma magnifica e pericolosa se è uno spirito libero a maneggiarla. E’ lo strumento migliore per esprimere il mondo dei sogni, delle emozioni, dell’istinto. Il meccanismo creatore delle immagini cinematografiche è, a causa del suo funzionamento, quello che, fra tutti i mezzi di espressione umana, richiama meglio il lavoro dello spirito durante il sonno.
Sono parole dello stesso Buňuel e risalgono ai primi anni Cinquanta, una riflessione che esprime al meglio gran parte della poetica cinematografica del regista spagnolo, a cominciare dalle trasgressioni scandalosamente selvagge di Un chien andalou (1929) e L’âge d’or (1930), per i quali Adelio Ferrero parlò di “disoccultamento, l’esplosione di una zona vitale ed estremamente produttiva dell’inconscio, dell’onirico e dell’immaginario”.

I Figli della Violenza (1950)
Nato nel 1900 a Calanda, in Aragona, primo di sette figli, nell’infanzia e nell’adolescenza la sua personalità fu segnata da un’educazione religiosa presso i gesuiti che generò in lui un sentimento fortemente anticlericale, un aspetto che avrà un peso notevole nella sua formazione culturale e nella carriera di cineasta. Prima di laurearsi in lettere nel 1924 a Madrid, alla Residencia de Estudiantes della capitale spagnola conobbe e frequentò Federico Garía Lorca, José Moreno Villa, José “Pepín” Bello, Rafael Alberti e Salvador Dalí. Insieme al geniale Dalí, nel 1925 si recò a Parigi per gravitare attorno al gruppo dei surrealisti, capitanato dallo scrittore e poeta francese André Breton, autore di un Manifesto del surrealismo ch’era il fondamento teorico di un’avanguardia basata “sull’onnipotenza del sogno, sul gioco disinteressato del pensiero”. E’ con queste premesse, e dopo un apprendistato di aiuto regista con Jean Epstein, che videro la luce il cortometraggio Un chien andalou e il lungometraggio L’âge d’or, realizzati da Buňuel a Parigi con un violento spirito di rivolta contro il “putridume” dei salotti bene, degli ambienti accademici, della Chiesa, delle istituzioni. L’âge d’or, in particolare, con la sua dirompente carica eversiva e il blasfemo accostamento tra Gesù Cristo e il Marchese De Sade, provocò grave scandalo e ne furono sospese le proiezioni.
L’Illusione Viaggia in Tranvai (1954)
Nel giro di breve tempo, Buňuel si staccò dai surrealisti perché cominciava a non condividerne più l’idea esclusiva di “aristocrazia intellettuale”, distinta dal resto del mondo, che finiva per escludere il gruppo da qualsiasi forma di socialità e di confronto. Rientrato in Spagna, dove girò il crudo documentario su un’impervia zona dell’Estremadura, Terra senza pane (Las Hurdes, 1932), con la guerra civile e l’instaurazione della dittatura franchista il regista fu costretto a espatriare, prima negli Stati Uniti e poi in Messico, la sua patria di adozione dove prese la cittadinanza nel 1948. E arriviamo, dunque, al tema della rassegna. In Messico, dal 1946 alla metà degli anni Sessanta, Luis Buňuel girò più di venti pellicole, alcune delle quali erano coproduzioni. Pur concedendosi più d’una volta al cinema dei circuiti commerciali (a partire da Gran Casino, 1956, e El gran calavera, 1949), non solo per ragioni economiche ma anche per “la volontà di stare comunque dentro il cinema, a costo di dire anche solo un terzo di ciò che gli premeva ma di dirlo” (parole di Adelio Ferrero), Buňuel non ha mai perso i tratti distintivi della sua poetica e ha saputo ancora scandalizzare (pensiamo a Viridiana, 1961, accusato di blasfemia, o a Bella di giorno, 1966, uno dei film capolavori girati in Francia nell’ultima parte della sua carriera). Lo ha fatto anche in film apparentemente così diversi dall’esordio surrealista, come i tre titoli degli anni Cinquanta che saranno proiettati alla mediateca del Centro Civico Buranello di Genova Sampierdarena.

Nazarin (1958)
Per I figli della violenza, storia brutale di tre ragazzini di strada nella periferia di Città del Messico, e L’illusione viaggia in tranvai, bizzarro affresco della società messicana dell’epoca a bordo di un vecchio tram obsoleto, i critici hanno parlato di riferimenti al neorealismo. Ma anche qui troviamo alcune costanti del cinema di Buňuel: la dimensione psicanalitica del sogno e dell’inconscio e la critica all’ordine costituito. Premiato per la miglior regia al Festival di Cannes, I figli della violenza fece dire a Bazin: “il miracolo si è compiuto: a 18 anni e 5000 chilometri di distanza è lo stesso, l’ineguagliabile Buňuel, un messaggio fedele a L’âge d’or e Las Hurdes”. In Nazarin invece, storia di un mite prete cattolico che nel Messico di inizio Novecento mette in pratica con perseveranza i principi del Vangelo ma in cambio riceve solo maltrattamenti, c’è quel rapporto di Buňuel con la religione e la Chiesa (che ritroveremo anche in pellicole più recenti, come La via lattea, 1969, o Il fascino discreto della borghesia, premio Oscar come miglior film straniero nel 1973) che lo stesso regista ha sintetizzato con poche, incisive parole: “io sono profondamente e coscientemente ateo, e non ho nessun tipo di problema religioso… non è Dio che mi interessa, ma gli uomini”.






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