” Guardatevi dai falsi profeti che vengono a voi travestiti da pecore, ma che dentro sono lupi feroci”. Matteo 7, 15-20
Definire un tesoro dimenticato La morte corre sul fiume è un azzardo, trattandosi probabilmente del più bel film della storia del cinema americano. Non del migliore, ma del più bello, se la bellezza è data dalla levatura dei proponimenti, dall’intensità dell’ispirazione e da quello che appaga la vista e l’anima. Non a caso è stato inserito al secondo posto nella lista dei cento migliori film di sempre dei Cahiers du Cinéma. Tuttavia è difficile che questo film appaia nelle recenti classifiche, surclassato da più noti registi, mentre La Morte Corre sul Fiume è l’unico film che Charles Laughton, di professione attore, abbia mai girato, il primo e l’ultimo.

E’ giusto che questa fiaba nera sia accolta nella fila dei film del terrore, non contenendo elementi soprannaturali? La morte corre sul fiume è un thriller totalmente immerso nella spiritualità e nel sogno, che parte dalle stelle del cielo per scendere sulla terra e raccontare la storia delle storie, quella che vede l’inerme e l’indifeso oppresso dal malvagio, e che incarna il Male assoluto nella figura di un uomo: il predicatore Harry Powell (Robert Michum). Raramente è stata vista al cinema una figura tanto terribile: giovane, prestante, incantatore, dotato di una voce melodiosa e di una parola che affabula, l’uomo è un assassino seriale di vedove, sessuofobo e non si farebbe minimo scrupolo di uccidere bambini, per sete di denaro. Più che un essere umano, il predicatore Powell è l’archetipo dell’uomo nero, del mostro che appare la notte per fare del male agli indifesi, per portarseli via, è colui che non dorme mai, è il lupo cattivo, una bestia selvaggia.
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Su un pugno porta tatuata la scritta “amore”, e sull’altra “odio” ed inscena una lotta fra i due estremi, fingendo di essere quello che non è.
Il destino vuole che si ritrovi in carcere con un padre di famiglia appena condannato a morte per furto e omicidio. Compreso che i soldi della refurtiva sono stati nascosti e che la moglie e i figli probabilmente sanno dove, Powell, fingendosi un amico del morto, si reca dalla vedova (Shelley Winters). Riuscirà a farsi sposare, nell’approvazione collettiva della piccola comunità, senza riuscire ad ingannare però i due figli, John (Billy Chapin) e Pearl, di dieci e cinque anni. In particolare John gli terrà testa anche quando la mamma scompare e l’uomo farà di tutto, minacciandoli e perseguitandoli, per estorcere loro il luogo del nascondiglio della refurtiva.
Ogni inquadratura è perfezione pittorica, dipinta a colpi di luce e di ombra, e ricorda il cinema espressionista tedesco, grazie alla fotografia di Stanley Cortez, che aveva lavorato per Orson Welles. La morte corre sul fiume omaggia l’eredità di Griffith anche nella scelta della grande attrice Lillian Gish, che era stata adolescente nei film di quest’ultimo e che interpreta una sorta di fata integerrima, ultimo avamposto delle forze del bene: un albero anziano ma robusto, che può sostenere ancora molti nidi.

La sequenza dei viaggio dei due fratellini via fiume, di notte, addormentati su una barchetta, in balia delle acque, tra il cielo trapunto di stelle e lo sguardo di animali notturni di ogni genere, è un testo biblico, è la rappresentazione del destino umano, che scorre per vie apparentemente casuali, tra mille pericoli. Pearl, la bambina (Sally Jane Bruce) era stata scelta all’epoca tra le vincitrici di un concorso canoro ed infatti la sua piccola voce incanta mentre narra una nenia infantile che sembra alludere alla loro vita.
La Morte corre sul fiume nasce dal profondo senso religioso di Laughton, che era stato stato scritturato per leggere la Bibbia in giro per gli Stati Uniti (si diceva che la gente restasse ammaliata dalle sue parole) e anche se i riferimenti sono tutti al cattolicesimo, la spiritualità profonda che pervade il film li trascende, divenendo una storia universale.

La Morte Corre sul fiume ammonisce spesso il genere femminile, tenero di cuore e alla ricerca di amore, che può peccare di ingenuità, fidandosi delle persone sbagliate. Ma se le donne sembrano quasi sempre vittime o sventate, una per tutte, la severa signora Cooper (Lillian Gish) imbraccia un fucile. Non ci si può fidare neppure dell’opinione della gente, superficiale, facile agli eccessi e presto pronta a cambiare parere.
Il film, girato in un mese, non ebbe molto successo commerciale alla sua uscita, perchè scoperchiava una piaga degli Stati del sud americani: quella dei falsi predicatori di una religione corrotta e farisaica. Forse per questo Laughton, in età già matura ma ancora pieno di progetti, non girò più nulla, regalando al mondo uno dei film più ispirati, poetici e al contempo terrificanti della storia del cinema.
Il pensiero corre fatalmente a Fanny e Alexander di Ingmar Bergman (1982) nel quale due fratelli, alla morte improvvisa del padre, devono accettare la presenza di un nuovo patrigno, un pastore protestante che trasforma la loro vita in un incubo.







Bellissima!