Dal 21 marzo ritorna nelle sale cinematografiche Così lontano, così vicino (In weiter Ferne, so nah!, 1993), il film di Wim Wenders concepito come seguito de Il cielo sopra Berlino (Der Himmel über Berlin, 1987) e che ricevette il Gran Premio della Giuria al 46° Festival di Cannes. Il cinema esistenziale, aulico e umanista di Wenders invita a guardare la realtà come a un teatro di simboli nonché a un’esperienza fisico-sensoriale in cui viene difeso il bisogno di amore universale.

Cassiel (Otto Sander), come Damiel (Bruno Ganz), è un angelo divenuto uomo per meglio comprendere la vita umana, e sperimenta adesso le sofferenze e la solitudine, non riuscendogli più di sentire i pensieri delle persone come quando, da buon essere di spirito, si avvicinava a loro per confortarli e amarli. Il sogno e l’utopia si offrono come i “messaggi” di cui si fanno testimoni gli angeli (“Non siamo il messaggio, siamo i messaggeri”, dicono gli angeli Cassiel e Raphaela – Nastassja Kinski – osservando gli umani sulla terra). Muovendosi con eleganza, Wenders ritrova simboli e immagini rubate alla realtà in un racconto che ospita nuovamente, come il film precedente, anche il tenente Colombo (Peter Falk), protagonista attivo e ironico di questa adunata di fratelli celesti traditi dall’esistenza umana. Se l’ironia trova maggiore spazio questa volta, il tema degli esseri umani invasi e conquistati da un mondo di immagini “senz’anima” sta molto a cuore al cineasta, che non evita di sottolineare l’aspetto imprigionante e l’abbruttimento prodotto sugli individui dalla società capitalistica, la cui estetica contribuisce a mortificare il senso dell’autentico e del sacro. Dice Cassiel: “gli uomini credono al mondo molto più che a noi”, e Raphaela replica: “e per potergli credere sempre di più si sono creati un’immagine di ogni cosa, con le immagini pensano di avere realizzato le loro speranze”.

Ancora una volta, per Wim Wenders reduce dalla realizzazione di un film ambizioso sul rapporto tra le immagini e l’autenticità (Fino alla fine del mondo, 1991), gli uomini vacillano in un orizzonte alientante che fa annegare i motivi stessi di una solidarietà in senso umanistico, brancolano perché non sono più capaci di amare. E nel suo film-carillon del 1993, il regista tedesco diffonde il gusto di una meditazione filosofica come quando Cassiel, vagabondando vicino alla macchina da scrivere dell’anziano tassista, legge: “Il tempo passa sempre più lentamente”, e conclude: “che pensiero singolare, è come se fosse un dolore il tempo”.
Lo scorrere del tempo, anche metaforizzato dalla figura demoniaca di Emit Flesti (il Tempo Stesso, se letto alla rovescia, una misteriosa figura più volte ostile a Cassiel e pronta a spingerlo nell’alcolismo), è motivo per un’interrogazione esistenziale che Così lontano, così vicino, nella sua verbalità divagante, consegna nel plurimo monito a divenire fratelli di chi ci è lontano e vicino (“portare la vicinanza a chi ci è lontano), e a vivere l’esistenza cogliendo ogni attimo e occasione “fatale” (dice Raphaela, con il morente tra le braccia: “c’è un tempo per amare, c’è un tempo per odiare, c’è un tempo per lottare, c’è un tempo per la pace”). Nonostante la riunificazione tedesca dopo la quale molto è cambiato, Cassiel, che nel film perderà la vita, scopre che gli uomini perseverano in tante piccole prigioni, mentre la solidarietà e la “redistribuzione della luce verso il prossimo” sono una rarità propria di alcuni “angeli terreni” (Wenders chiama in causa anche il grande unificatore, Michail Gorbaciov, in meditazione sulle sue carte di pace). Una sintesi del Wenders più visionario e predicatorio con la straordinaria colonna sonora che comprende le musiche originali di Lurent Petitgand e brani di Lou Reed, U2, Johnny Cash, Nick Cave, Laurie Anderson.







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