The Wolf Man di Leight Wannel trae libera ispirazione dall’omonimo film del 1941 di George Waggner ed è prodotto dalla Blumhouse Productions, distribuito sempre dalla Universal. Il regista australiano è noto per aver creato insieme a James Wan le saghe di Saw e Insidious, ma anche una accattivante versione, in chiave contemporanea, de L’Uomo Invisibile.
Un bambino e il suo severissimo padre, vanno a caccia nei boschi dell’Oregon, venendo attaccati da una misteriosa creatura, il cui aspetto il regista ha il buon senso di non rivelarci subito. Trent’anni dopo l’ex bambino (Christopher Abbott), ormai scrittore e uomo, venuto a conoscenza della scomparsa del padre, decide di tornare nella casa avita e di portarsi dietro la moglie (Julia Garner) e l’amata figlioletta, tanto per non far correre loro pericoli. Indovinate chi incontreranno, appena messo piede in Oregon?

Partiamo dal presupposto che sia emozionante che la Universal abbia deciso di riproporre uno dei suoi mostri storici, dopo The Wolf Man di Joe Johnstone (2010) con Benicio del Toro, e che il regista avesse tutte le carte in regola per proporre un lungometraggio interessante. Ed in effetti, The Wolf Man di Leight Wannel, è davvero interessante, pieno di suspence, con credibili effetti speciali, un mostro agghiacciante e commiserevole, e una trama senza asperità, forse troppo prevedibile e veloce nelle risoluzioni ma che vorrebbe trarre sostanza dalle relazioni affettive tra i personaggi.
Per la prima volta, vediamo il mondo esattamente come lo vede il “mostro”, non uno scialbo bianco e nero da teoria sulla vista canina, ma fatto di luci vitali, energie naturali che scorrono lungo gli alberi, vene umane pulsanti di sangue e quindi di cibo. La trasformazione dell’uomo lupo non cade in eccessi e in artifici, ma appare credibile, inesorabile ed inquietante. Il salti sulla sedia ci sono, perchè Wannel calibra con molta attenzione la paura e l’ambivalenza tra l’uomo buono, il padre protettivo e la sua ombra violenta e animalesca, agli occhi di una bambina, fa rabbrividire, ricordandoci le vecchie fiabe dei fratelli Grimm.
Desiderato, epico e anche edipico, lo scontro fra due uomini lupo ed è raggelante vedere il bravo protagonista che cerca di mangiarsi il braccio o che si stacca a morsi un piede chiuso in una tagliola, come fanno i lupi.
Come si spiega allora lo scarso successo del film? Cosa ha di meno il licantropo, rispetto a un vampiro come il Nosferatu di Eggers, facendo entrambi i personaggi parte del folk horror che in questi ultimi decenni sta avendo un autentico revival?

E’ presto detto: il regista, nel suo processo di modernizzazione, spoglia completamente l’opera di qualsiasi retaggio magico, esoterico e morale. La licantropia non è più una maledizione, come deve essere, ma è una malattia. Non mentale, che già sarebbe stato qualcosa, ma fisica, ancor peggio: un virus. Giusto pensare che oggi, dalla pandemia in poi, sia la malattia il nostro peggior incubo sociale, ma forse la teoria può essere applicabile con successo agli zombie, ma non ad un personaggio così tormentato e complesso come l’uomo che si fa animale feroce, che incarna il dio selvaggio come da rito sciamanico.
E soprattutto, come si può togliere la luna ad un licantropo? “L’amico ed io non possiamo patire la luna: al suo lume escono i morti sfigurati dalle tombe, particolarmente donne avvolte in bianchi sudari, l’aria si colma d’ombre verdognole e talvolta s’affumica d’un giallo sinistro, tutto c’è da temere, ogni erbetta ogni fronda ogni animale, una notte di luna”. Spiegava Tommaso Landolfi in un suo celebre racconto dedicato alla licantropia.

Robert Eggers ha saccheggiato a piene mani trattati di magia nera, occultismo e necromanzia, per dare una pallida e macabra vita al suo morto vivente, perchè senza mistero e magia, la vita si riduce ad un film ben girato, ben interpretato, ma che non lascia nulla ed annoia presto. Ad ogni mostro, il suo. Abel Ferrara aveva reso tossici i vampiri ma c’era dolenza e tormento, una maledizione anche in questa dipendenza (The Addiction) senza via di ritorno. In Dog Soldiers di Neil Marshall persisteva il mistero.
Il licantropo e il vampiro sono figli dell’occulto, non possono essere uccisi da un fucile da caccia, ma rispettivamente dall’argento o da un paletto di legno, perchè ad ogni male corrisponde un rituale magico di purificazione, ad ogni dolore c’è la consolazione di una fede e noi andando al cinema, soprattutto andando a vedere The Wolf Man, siamo già dentro ad un mondo magico.
Trattare un mostro spirituale per eccellenza come il licantropo togliendogli lo spirito, cercando di rimpiazzarlo con scienza e psicanalisi elementare, non lo rende più moderno, ma solo meno divertente.






Lascia un commento