Introdotto da un antefatto che funge da disturbante biglietto da visita, Kopis di Lorenzo Lepori si rivela una scheggia di cinema fieramente libero, capace di elevare la propria dimensione artigianale a un vero e proprio vessillo di nobiltà estetica. Il teatro della vicenda è un maniero isolato e superbo, un simulacro di eleganza decadente di proprietà di un padre insopportabile — figura irascibile e prepotente, smarrita in un eterno altrove fatto di viaggi libertini. In questa dimora, la figlia Francesca dà sfogo alle velleità edonistiche di un manipolo di amici: tre ragazzi e tre ragazze immersi in una notte di eccessi, tra fumo, alcol e quella noia esistenziale così tipicamente contemporanea. Francesca, “stellina” dei social prigioniera della propria immagine, è perennemente tallonata da un fidanzato la cui gelosia è una patologia tanto irrequieta quanto vana.

In questo ecosistema di tensioni latenti si insinua un assassino che sembra evocare le ombre metafisiche di Belfagor e l’iconografia dei killer argentiani: celato da un soprabito d’altri tempi, il misterioso carnefice indossa una maschera che ricalca, in un macabro sdoppiamento, le fattezze della stessa Francesca. La morte, sotto la lente di Lepori, si fa rito galante e ferocemente carnale: l’omicida bacia le sue vittime solo dopo averle trafitte, quasi a voler suggellare col sangue un’unione che la vita non aveva saputo offrire.
Scritto con la precisione chirurgica da un grande esperto del genere come Antonio Tentori, il film trasforma il low-budget in una forza anarchica e geometrica. La regia si muove con gusto tra le pareti del maniero, facendo coabitare le silhouette eleganti di Mario Bava con la brutalità viscerale dello slasher d’oltreoceano. Tuttavia, il vero hapax visivo che riconcilia con l’essenza del genere è la sequenza in cui il Kopis — l’antica lama ricurva greca — trafigge un cellulare e continua a infierire con metodica furia. È l’annientamento fisico di un dispositivo che, con la sua dittatura dell’apparire, uccide l’identità molto prima del metallo.
Con una violenza coreografata con un’autenticità che l’asettico digitale ha ormai dimenticato, Kopis è un’opera senza filtri che trascina lo spettatore in una mattanza dove l’erotismo e il sangue possiedono il medesimo peso specifico. Lepori non ci regala un’operazione nostalgia, ma il ritorno di un horror che non teme di essere ruvido e provocante. Ci ricorda che, a volte, per ritrovare la perduta bellezza del cinema di genere, bisogna avere il coraggio di baciare l’orrore dritto sulla bocca.







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