Filotei e l’opera lirica L’ultima estate, dal terremoto al ricordo di piccoli luoghi indimenticabili
A dialogo con Marcello Filotei, compositore in scena alla Istituzione Universitaria dei Concerti con la sua opera lirica L’ultima Estate (Roma sabato 16 alle 17.30, seminario introduttivo un’ora prima). E si sa, avere informazioni musicali direttamente dal compositore è occasione imperdibile. L’opera lirica in un atto prende spunto dalla vicenda personale del compositore che, nel devastante terremoto in centro Italia del 2016, ha perso genitori e amici a Pescara del Tronto, frazione di Arquata con 135 residenti.
Dalla tragedia Marcello Filotei scrive un libro e successivamente un’opera con il drammaturgo Vincenzo de Vivo.

Marcello Filotei
L’ultima Estate è il racconto non lineare di storie, ricordi, incontri che si incastonano nella realtà del terremoto fatta di macerie. Non ci sono cadute sulla rappresentazione voyeuristica del dolore, ma il desiderio di tenere in vita l’anima del luogo e di tenere conto della tragica trasformazione che ovunque potrebbe accadere all’improvviso. Ascolto Marcello Filotei e mi rendo conto che i piccoli posti sono tutti uguali, piccoli mondi in cui sei associato a una vita che non conduci più e dalla quale ti sei emancipato. Nell’opera i personaggi sono la sopravvissuta Alexandra (sorella di Filotei, rimasta sotto le macerie per ore e poi impegnata per nove mesi nella riabilitazione), il Poeta, il Vigile urbano, il Gestore del circolo, il Rivoluzionario, il Fotografo. Sono archetipi che ritroviamo in ogni luogo.
Del coinvolgimento personale sulla trama sappiamo già. Parliamo della musica iniziando dalla struttura dell’opera divisa in due parti, con un intermezzo che segna una cesura.
L’opera è un continuo flashback. Parte da un elemento musicale discendente, che potrebbe ricordare il Lamento barocco, e si interseca con Actus Tragicus di Bach. L’intermezzo ha la funzione di uno stacco con un cenno di stornello e le campane, perché poi c’è la tragedia. Il finale riprende l’inizio, quell’insieme di sovrapposizioni, ma stavolta tutto è frammentato, proprio perché qualcosa si è sgretolato.
Con 3 indizi, cerchiamo di evidenziare alcuni elementi del linguaggio musicale di quest’opera.
Oltre all’inizio di cui abbiamo già parlato (dal minuto 2.35 del link RaiPlay sotto), ricorderei la scena che vuole ricreare i suoni della terapia intensiva con onomatopee (dal minuto 4.38). E proporrei anche L’ultimo zio, scena in cui si alternano consonanze e dissonanze a seconda del riferimento a questo parente, cioè se è presente nel racconto o se si distoglie lo sguardo da lui (dal minuto 51.08). In generale, mi piacerebbe che l’uso della consonanza restituisse il senso del ricordo e della malinconia, mentre la dissonanza evocasse la tragedia.

Mimmo Strati, foto al microfono
Nell’ensemble strumentale, le percussioni sono protagoniste e danno molti colori, i fiati sono molto presenti…
Le percussioni sono il cammino costante, tra malinconia e distruzione. Creano aloni o sono secchi e precisi. Legni e ottoni danno un senso di lontananza e gli archi danno instabilità. Tengo anche a sottolineare i significati dei silenzi, che fanno parte integrante della musica.
A costruire il racconto c’è una voce recitante e un quartetto vocale con uno stile contrappuntistico che canta versi di Leopardi. Perché scegliere un poeta classico e non uno contemporaneo e perché non ci sono cantanti solisti?
Ho evitato il declamato solito dei cantanti, forse perché non ho una soluzione diversa dalle solite per una nuova vocalità. Affidando a una voce recitante il testo ho potuto esprimere tutta la drammaticità che sentivo. Il quartetto lascia un commento poetico alla vicenda. Il drammaturgo Vincenzo de Vivo ha avuto un ruolo fondamentale nel passaggio dal libro alla prosa, in modo che il quartetto non risultasse un doppione del parlato.
Non sempre il pubblico ama le composizioni contemporanee, si lamenta di non trovare quel meccanismo di tensione/distensione tipica del sistema tonale e dintorni. Come vive il compositore il rapporto con il pubblico, soprattutto quello con un DNA sonoro tradizionale?
Mi sembra che oggi sia un buon momento perché, finalmente, le ideologie si sono messe da parte e si compone con tutto ciò che la storia della musica ci ha messo a disposizione. Possiamo spaziare fra tecniche e stili, anche se il nostro mondo è diverso da quello dei compositori dei secoli scorsi e bisogna sempre fare i conti con nuovi codici.

Gabriele Bonolis, direttore
E qual è il rapporto con il maestro concertatore quando si mette in scena una propria composizione, cioè con il direttore che ha il compito di tradurre i segni della carta in suoni? Avere il compositore a disposizione crea attriti o alleanze?
Vedere come si rivela pian piano un’opera scritta è emozionante e il rapporto con i musicisti arricchisce questo momento. Il filtro umano è fondamentale. Può anche succedere che un effetto immaginato nella scrittura non risponda ai desiderata nell’esecuzione e così il suggerimento di chi suona contribuisce a realizzare quell’intenzione, quella complessità.
L’ultima estate è teatro musicale ma alla IUC non ci sarà messa in scena.
Nella versione che vedete su RaiPlay c’era una mise en éspace che potenziava il significato, ma l’opera ha una consistenza che la rende potente anche senza.
E tutta questa potenza la vogliamo sperimentare dal vivo, con i luoghi del cuore che possono improvvisamente diventare altro, anche un toccante racconto in musica.
Ippolita Papale
concertiiuc.it/eventi/ultimaestate/
Link su RaiPlay
L’ultima Estate – Video – RaiPlay
L’ultima estate
Musica e libretto di Marcello Filotei
Drammaturgia di Vincenzo De Vivo
opera lirica per voce narrante, quartetto vocale ed ensemble strumentale
Prima esecuzione Teatro Flavio Vespasiano di Rieti 7 novembre 2021
Ensemble Strumentale del Conservatorio “Giovanni Battista Pergolesi” di Fermo
Allievi dell’Accademia d’Arte Lirica Di Osimo
Louise Guenter soprano
Tamari Kirakosova mezzosoprano
Alessandro Fiocchetti tenore
Aleksandr Utkin basso
Gabriele Bonolis direzione
Mimmo Strati voce recitante
Aula Magna, Palazzo del Rettorato, Sapienza Università di Roma





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