Folco Orselli conosce il significato di fare musica. Artista poliedrico e cantautore milanese si definisce outsider in un panorama musicale dove è impossibile per il “vero” artista inserirsi.
Cosa è giusto, il mero squallore di un impatto mediatico, quale quello a cui ci abituano i talent show, o un percorso (la cosiddetta gavetta) capace di emancipare la sensibilità artistica dell’individuo?
Cantautore milanese con una carriera alle spalle fatta di successi e di partecipazioni imortanti, basti ricordare San Remo nel 1995 con il duo Caligola o il fatto di aprire tour d’eccezione di grandi artisti, come Zucchero o Tina Turner, Orselli ha in mente cosa significhi essere al passo coi tempi e non si riconosce in questo, ponendosi come portavoce di un sentimento, comune a quello di altri musicisti, di repulsione verso un decadimento della vera tradizione musicale.
Con l’uscita, oggi 4 Dicembre 2015, del suo album OUTSIDE IS MY SIDE, siamo di fronte alla volontà di richiamare l’attenzione sullo spreco di talenti, sulla perdita quasi totale dell’identità dell’artista.
Noi di MyReviews abbiamo avuto modo di fare due chiacchiere con lui grazie a Parole e Dintorni, ecco come è andata:
1) Iniziamo parlando del titolo del tuo nuovo album, “OUTSIDE IS MY SIDE”, che celebra la libertà di seguire la propria strada restando fuori dagli schemi. Oggi come oggi siamo di fronte ad un panorama musicale viziato dalla presenza di numerosi talent show che, paradossalmente, riducono il talento e limitano la creatività artistica secondo la legge del mercato. Cosa ne pensi e quanto è difficile per un genere come il blues trovare uno spiraglio?
Outside è il contrario degli inside mainstream, quelli che in questo momento si stanno mostrando nel loro apice più evidente in senso negativo, arrivando al culmine della “vuotezza”, il talent show in cui c’è chi si presenta ad un casting come se andasse a fare un casting di musica o condurre una rivista pomeridiana. Si presentano armati di pochissima esperienza, forse con un bella voce ma che non giustifica il mestiere di artista. Questo ha creato un momento in cui bisogna schierarsi. La schiuma di questa storia ormai è rivelata, i cantanti da talent show propongono dei contenuti che vanno bene per gruppi di quindicenni o poco altro, perché sono vuoti, non hanno esperienza, non sono cantautori, non scrivono fondamentalmente, non convincono e non hanno la possibilità di arrivare ad un pubblico di un certo tipo.
Un po’ ce ne si è accorti di questa cosa e la mia è una provocazione (outside is my side), in quanto vi sono molti “non votanti” (dato che molta gente non partecipa più alla questione artistica, dato che non si sente riconosciuta da nulla). Però se siamo in tanti si potrebbe fare marcia critica a questa tendenza proposta dai “non-produttori”, che non esistono più dato il fallimento della discografia . E’ il momento di darci una svegliata. Invito tutti a fare outsiding.
2) L’album nasce da una collaborazione con Gino & Michele. Come è stato lavorare con loro e su cosa hai preferito puntare durante la realizzazione dei brani?
Con Gino e Michele è nata un’affinità elettiva in questi anni. La musica d’autore ha sempre avuto un ruolo nella scuola milanese, con il cabaret, con la satira, con l’ironia. Loro sono dei vati in questo senso e ci siamo conosciuti grazie ad amici comuni, poi loro mi hanno chiesto di fare le musiche di uno spettacolo che stiamo portando in giro adesso e che si chiama “Passati col rosso” che racconta i loro 40 anni di carriera, e da li è nata una collaborazione per cui poi ad un certo punto io stavo realizzando il mio quinto disco e gliene ho parlato e chiesto se avessero intenzione di collaborare.
La realizzazione di questo album è vicina al titolo, nel senso che dovevo essere più sincero possibile in questo disco (nei miei dischi precedenti ho usato il teatro, la forma-canzone anche mascherata); mi sono voluto togliere tutte le maschere e scrivere in modo realista, personale. Vi sono anche però pezzi, come Il Lupo, meno realisti ma pur sempre legati ad accadimenti reali.
E’ un disco dark, vi sono degli anfratti che richiamano queste atmosfere, né tristi né malinconiche ma che ne evidenziano questo tratto “oscuro”.
3) I brani presenti in Outside is my side raccontano di esperienze di vita, passioni, delusioni e rinascita.
Perché oggi come oggi la grande musica d’autore, che tu riproponi con questo album, non viene colta, perché forse si pensa sia materia impegnativa e viene quasi screditata? Cosa manca alla musica nostrana?
Io conosco tanta gente che è appassionata di musica d’autore ed è alla costante ricerca di cose; conosco artisti validissimi, miei colleghi che attuano una divulgazione sincera e valorosa del mestiere del cantautore.
I tempi hanno portato, attraverso l’iper sfruttamento dei social network, ad una realizzazione del desiderio di curiosità. Io davanti a Facebook inconsciamente per 30, 40 minuti di ricerca appago il mio desiderio inconscio e non ho bisogno di ricercare altre cose.
Il “rincoglionimento” mediatico in atto sta dando i sui frutti, perché se cominciamo ad abituarci a questi artisti che non hanno nulla da dire ciò porta al non essere abituati ad ascoltare qualcosa di più impegnativo di una storia d’amore adolescenziale. Credo comunque in un neo-umanesimo che deve rinascere perché il potere delle arti, in generale, fatte con trasporto e con amore da parte degli artisti ha un potere penetrativo superiore rispetto a quello delle “saponette”. Sono fiducioso che questi siano momenti storici in cui si sta toccando solo un momento basso della musica d’autore, sdoganata dal mainstream. Teniamo duro ed è il momento in cui le battaglie vanno affermate, io dico Outside is my side proprio perchè voglio far capire che fuori da questa storia c’è qualcosa di molto più buono per la mente.
4) Oggi come oggi, se dovessi scegliere nel panorama musicale italiano odierno, con chi ti piacerebbe collaborare?
Mi piacerebbe collaborare con tante persone, come già in passato ho fatto, colleghi che stimo. Abbiamo fatto un progetto io, Carlo Fava e Claudio Sanfilippo che si chiamava Scuola Milanese, un lavoro che abbiamo fatto per due anni alla Salumeria della musica.
Ho lavorato col mio amico Federico Sirianni che è un altro cantautore che vive tra Torino e Genova. Io se avessi voglia di lavorare con qualcuno, e questo me lo ha insegnato la mia esperienza, prendo il telefono e lo chiamo. Perchè non provare? Per esempio nel disco scorso ho provato a contattare Mina per una collaborazione, ci siamo sentiti e alla fine la sua casa discografica non le ha permesso di fare questa cosa, anche se ho aperto una relazione con una persona importante. Lo faccio con tutti coloro che stimo, Flavio Pirini, Gianni Resta. Mi piace il sottobosco, chissà che magari dal sottobosco riparti la nuova forestazione, lo spero.





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