Montagne innevate del Wyoming, la guerra civile americana è finita da qualche anno. John “The Hangman” Ruth (Kurt Russell), cacciatore di taglie celebre per portare le sue prede sempre vive al patibolo, è diretto a Red Rock insieme alla latitante Daisy Domergue (Jennifer Jason Leigh) per riscuotere la sua taglia da diecimila dollari. Sul suo cammino incontra una vecchia conoscenza, il maggiore Marquis Warren (Samuel L. Jackson), ex-soldato dell’Unione anch’egli diventato un temuto cacciatore di taglie, diretto nello stesso luogo per incassare le taglie di tre uomini. Con alle spalle una violenta bufera e con l’approssimarsi del buio, saranno costretti a fare tappa all’emporio di Minnie per aspettare qualche giorno prima di riprendere il loro cammino.

Quentin Tarantino ha ancora un conto in sospeso con il western. A più di tre anni di distanza da Django Unchained, che gli valse l’Oscar alla migliore sceneggiatura originale, il regista del Tennessee si cimenta in un altrettanto mastodontico lavoro di regia. I tratti caratteristici saltano subito all’occhio, dai particolari titoli di testa all’ormai canonica divisione in capitoli, ma The Hateful Eight, nella sua forma ed essenza, si presenta al pubblico come qualcosa di ancora più grande. I dieci minuti di overture, l’introduzione musicale a schermo nero o fisso che tanto celebre era stata resa da pietre miliari del cinema come Ben-Hur e Lawrence d’Arabia, dimostrano la volontà di Quentin Tarantino di creare un kolossal, qualcosa che segni il cinema in maniera indelebile come fecero i capolavori dell’epoca. La scelta di girare il film in pellicola da 70mm, oltre che essere una scelta di regia e fotografia e un forte messaggio all’ormai predominante mondo del digitale, vuole essere un tributo alla grande cinematografia del passato, poiché proprio Ben Hur e molti altri film dell’epoca usarono la 70mm Ultra Panavision per creare eccezionali opere visive. Il tremore dell’immagine che da tempo immemore avevamo dimenticato, i colori, i riflessi, gli ambienti riprendono quella nuova vita/linfa che il digitale aveva brutalmente soffocato.
Tarantino dunque, che al passato vi è indissolubilmente legato, affida l’importantissimo aspetto della fotografia a Robert Richardson, che con lui aveva già lavorato in Kill Bill, Bastardi senza gloria e Django Unchained. L’ampio formato utilizzato permette infatti una visione di campo di molto maggiore che il regista sfrutta per cogliere, oltre a ciò che accade in primo piano, anche ciò che accade sullo sfondo o su un piano secondario. La tecnica è validissima tanto negli esterni quanto nell’unico interno della pellicola, l’emporio di Minnie. L’intensissima apertura del film è infatti un lentissimo pianosequenza che sfrutta tutta la profondità possibile del campo, introducendoci la diligenza diretta a Red Rock, mentre nell’emporio le scene ambientate su due livelli di azione (più personaggi agiscono nella stessa scena, separatamente) si sprecano.
Dentro questo bellissimo e curiosissimo involucro sono contenuti i personaggi, l’aspetto del film che Tarantino ha dimostrato di tenere particolarmente a cuore. Gli “odiosi” otto ci sono presentati gradualmente, quasi a fazioni, benché ci sia un’abilità di fondo nel “costruire” ciò che sta per accadere, lasciando trascorrere almeno una novantina di minuti in una calma apparente, sferzata solo dall’ululare del vento e dallo sferzare della tempesta. Ci si sofferma solo saltuariamente su alcune componenti dell’ambiente che solo in seguito acquisteranno un senso per chi osserva. Ancora una volta viene fuori la capacità narrativa di Tarantino (nella teoria, e nella pratica visto che presta anche la voce narrante al film), capace di trasformare la già citata calma prima in suspense e solo dopo in sfrenata azione, quasi tendente all’horror. Esatto, perché proprio all’horror, non solo negli ettolitri di sangue ma nel genere stesso, non manca un forte riferimento. Automaticamente scattano analogie con La Cosa di John Carpenter sia nella claustrofobica ambientazione sia nella “caccia all’uomo” che si viene a creare. L’emporio di Minnie, colto in ogni aspetto dalla straordinaria fotografia, diventa il quadrato degli hateful, ambiente apparentemente domestico che di domestico ha ben poco. L’atmosfera che si crea da un certo momento di svolta della pellicola ha del surreale, quasi del “duello western indoor”, dove Tarantino decide di svestire i panni di lento gestore e curatore per trasformarsi nel carnefice burattinaio (affrontando la narrazione anche con dinamici ed esplicativi flashback) condendo il tutto con una tagliente ironia che non abbandona mai il film, sia tramite le battute dei protagonisti che attraverso i protagonisti stessi (Senor Bob, Oswaldo Mobray)
Se Samuel L. Jackson diventa il pazzesco e fantastico ibrido tra Jules Winnfield di Pulp Fiction e Stephen di Django, tutto discorsi e fisicità scenica, Kurt Russell si rende portatore di anacronistici (per il nostro tempo, non per il loro) ideali di giustizia, di una legge americana severa ma garantista, l’unica al mondo che permette a qualsiasi uomo, anche alla feccia del pianeta, di avere un regolare processo. Se Marquis Warren è il compromesso e “Il Boia” Ruth uno dei due estremi, l’altro estremo è Chris Mannix (Walton Goggins), il radicalismo anti-neri (e via con la cosiddetta n word, l’immancabile susseguirsi di nigger reso celebre da Quentin), contro l’abolizione della schiavitù e che, malgrado la sconfitta nella guerra, non rinuncia ai suoi astrusi ideali. Anche per questo, ed in generale per le numerose riflessioni etico-morali-sociali che il film porta in evidenza, si è arrivati a poter in parte definire The Hateful Eight come uno dei film più politici di Tarantino, malgrado questo aspetto non risulti mai pesante e invadente, ma esplicativo di tutte le sfaccettature di una variegata e complicata realtà sociale.
Scandito dall’inizio alla fine dalle maestose musiche del maestro Ennio Morricone, che con “L’ultima diligenza per Red Rock” tocca punte altissime di composizione musicale, il film scorre fluidissimo in tutte le sue fasi. Le musiche non sono una semplice riproposizione del tema western, ma si scuriscono quando necessario cogliendo tutte le sfumature che Tarantino offre. Ciò perché in The Hateful Eight c’è tutto, ma un tutto limitato all’universo d’immaginazione tarantiniana (che immaginiamo comunque molto vasto): non c’è quel più che a qualcuno aveva fatto storcere il naso in Django, ma c’è l’esagerato che, con il regista del Tennessee, non è mai esagerato. Sindacabile o meno, a tenere legato ogni aspetto del film è l’unico senso comune di giustizia, giustizia più o meno condivisibile che, come quella “giustizia” del “furiosissimo sdegno” che lo stesso Jackson si prometteva di far cadere, citando le Scritture, su chi si fosse frapposto tra lui ed “i suoi fratelli”, si abbatte sul nemico. Giustizia rievocata e messa in atto con scene forti, crude, brutali, sanguinarie, aberranti e, perché no, disturbanti. Ma è la meravigliosa e affascinante giustizia tarantiniana, dopotutto.
Scheda film
Titolo: The Hateful Eight
Regia: Quentin Tarantino
Sceneggiatura: Quentin Tarantino
Cast : Samuel L. Jackson, Kurt Russell, Jennifer Jason Leigh, Walton Goggins, Demian Bichir, Tim Roth, Michael Madsen, Bruce Dern, James Parks, Channing Tatum, Dana Gourrier, Zoe Bell
Genere: Western, Giallo, Thriller, Drammatico
Durata: 187′ (70mm) – 167′ (versione digitale)
Produzione: The Weinstein Company
Distribuzione: 01 Distribution
Nazione: USA
Uscita: 4/2/16






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