Filippo Dini, attore e regista teatrale, torna a dirigere, e lo fa con Il borghese gentiluomo, commedia di Molière. In scena con lui, la stessa équipe artistica di Ivanov di Cechov, che Fondazione Teatro Due ha prodotto insieme al Teatro Stabile di Genova nel 2015, e che ha vinto il premio Le Maschere del Teatro Italiano 2016 per la Miglior Regia. Qualche giorno fa lo abbiamo incontrato per parlare dello spettacolo.
Questa commedia sembra un saggio sui sensi della vista e fonetica, entra spesso in gioco una recitazione che da spazio al corpo più che alle parole. Come hai lavorato su questo aspetto con il cast?
FD: la componente fisica è una conseguenza dell’impianto generale della commedia, tutto lo spettacolo è ambientato nell’arco di una giornata inizia dall’alba e si conclude di notte, questo funge come metafora della vita di un uomo, iniziando dall’educazione di un fanciullo con due maestri (quello di musica e di ballo) che lo instradano alla conoscenza dell’arte passando al maestro d’armi che lo educa alla forza riflettendo il periodo dell’adolescenza arrivando infine a quello di filosofia che lo porta alla presa di coscienza di se, ovviamente tutto in forma parodiata e critica nei confronti della società di Moliere. Ciò che mi entusiasmava di più da ragazzo erano due filoni principali che ancora oggi sono presenti, ovvero quello di tradizione (rappresentato dal maestro di musica) e d’avanguardia/ sperimentale (rappresentato dal maestro di ballo) quindi ho voluto fare una critica al presente attraverso queste due figure ma ritengo che l’elemento fondamentale della commedia sia l’imitazione infatti lo spettacolo inizia con il maestro di ballo che imita un gallo, una sfumatura che protrae lungo tutto il racconto dove Jourdain vuole imitare i nobili, vorrebbe diventare come loro, parla di cose solo per sentito dire dal conte, ritengo dunque l’imitazione la primordiale forma dell’uomo, cercare di essere un altro, nei movimenti, nel modo di parlare e negli argomenti.
Lo spettacolo potrebbe essere visto anche come racconto di un emarginato che aspira a diventare un nobile senza però sapere cosa significhi veramente (se la nobiltà risieda nell’animo o nel denaro) e della serie di incontri che fa nel corso della sua vita con coloro che lo hanno reso tale.
FD: Il titolo in se è un ossimoro in quanto ” gentiluomo ” è sinonimo di nobile, vorrebbe quindi dire il borghese nobile.
All’epoca si poteva accedere alla nobilità solo per discendenza di sangue e non diventarlo; la ricca borghesia parigina, soprattutto quella dell’artigianato alla quale si presume apparteneva Jourdain ( era un mercante di stoffe, probabilmente ) ebbe una grande espansione e molti borghesi si erano arricchiti ancora più dei nobili.
Non possiamo quindi pensare ad una casta vera e propria alla quale si accede per discendenza nel contemporaneo , i nostri giornali sono piene di queste figure, di politici italiani o mondani, personaggi del quotidiano che hanno raggiunto un enorme benessere economico che non gli è sufficiente: vogliono essere ricordati dai posteri come intellettuali, politici o grandi statisti quando in realtà sono avvocati o imprenditori, gente che ha fatto soldi per vie esterne a quelle della cultura e questo carattere ‘ho riconosciuto nella figura di Jurdein. Il riferimento più vivo ed attuale mi è sembrato quello de ” La Dolce Vita ” e ” La Grande Bellezza ” queste due opere hanno raccontato un gruppo di persone che vivono una vita parallela a quella dei comuni mortali ma senza spartire nulla con loro, c’è una battuta nel film di Sorrentino che mi ha particolarmente dato da pensare ” quando voi vi alzerete, domattina, io andrò a dormire ” Servillo interpreta uno scrittore mentre ne ” La Dolce Vita ” Mastroianni un giornalista mondano, sono soggett chei vivono nella nostra realtà ma con i quali non interagiamo, in questo senso abbiamo raccontato il Conte e la Marchesa; ci sono due o tre battute che non sono prese dall’opera di Moliere ma dalla sceneggiatura di Fellini, quando la Marchesa si presenta per la prima volta dice ” adesso che si fa ? ” e le rispondono ” siamo rimasti cosi in pochi ad essere rimasti scontenti di noi stessi ” per fortuna in pochi colgono questo riferimento e ciò significa che si è amalgamato bene nella commedia e non forzosamente al fine di raccontare una nobiltà vuota, senza nessun desiderio o passione, completamente priva di vitalità in contrapposizione alla vitalità di Jourdain che vorrebbe appartenere ai nobili senza essere cosciente della vuotaggine a cui aspira.
La messa in scena di questo spettacolo è qualcosa di sorprendente, la scenografia e l’illuminazione danno l’illusione di non essere davanti ad un palcoscenico ma ad un grande schermo, avete attinto ad altri riferimenti cinematografici oltre ai due sopracitati?
FD: Per la scenografia e l’illuminazione non abbiamo avuto riferimenti esterni, l’idea iniziale era di un luogo decadente, all’epoca avevo fatto molte foto di vecchi ed aristocratici palazzi abbandonati in aggiunta ad una accurata ricerca fatta dalla scenografa, la locandina è stata scattata in una discoteca abbandonata da diversi anni con il proposito di raggiungere un risultato polveroso, nella recitazione invece ci siamo rifatti in alcuni frangenti a Totò per lo scolapasta in testa al posto del turbante, ma nulla di più.
Ci sono degli spettacoli in cui il tema trattato è in contraddizione al pubblico a cui è destinato?
FD: ciò accade spesso, Moliere era un autore che criticava la società in cui viveva e per questo incappava in problemi e per evitare risse era costretto a fuggire dalla città in cui viveva. Abbiamo provato anche noi a criticare il contemporaneo senza diventare volgari, il che è difficile dal momento che proprio l’ambiente dello spettacolo ( non tanto quello del teatro ma della televisione ) lo è ma per noi il fine era una critica nei confronti dei questi due filoni: il teatro di tradizione e sperimentale, entrambi hanno avuto stelle illuminanti ed illuminate che ci hanno mostrato una via ed arricchito la nostra storia, d’altra parte in casi meno riusciti si sono verificate delle catastrofi nella nostra cultura. Capita ancora oggi che ci siano degli spettacoli che poco riescono a mettersi in contatto con la gente, e lo dico perché i miei maestri Carlo Cecchi, Valerio Binasco e Toni Servillo sostenevano un teatro popolare che parli con il pubblico e non rinunci ad essere anche teatro d’arte.
Il teatro è rimasto uno dei pochi luoghi a non essere risucchiato dall’avvento del digitale, dove si sta dirigendo l’industria teatrale italiana, oggi?
CI sono stati tentativi da parte di alcuni registi nel teatro sperimentale con risultati timidi, credo che il teatro si fondi sulla figura dell’attore che è il centro fondante della creazione artistica e che la sua libera espressione sia l’arte più pura e innovativa che si possa pensare al giorno d’oggi, non ho sicuramente previsioni riguardo all’industria teatrale italiana perché viviamo in un’epoca difficile e contraddittoria, non tanto per la mancanza di denaro ( molti autori se ne lamentano ma sinceramente non sono interessato a questo aspetto ) quanto al vuoto di idee, c’è una tristezza diffusa ed una cappa malinconica che contagia tutti, vedo nel teatro un’occasione per ritrovarsi e gozzovigliarsi. Non ho quindi previsioni per il futuro perché la nostra epoca è in uno stato di elaborazione del lutto, nel nostro recente abbiamo avuto grandi maestri amati ed odiati al tempo stesso, da me più odiati ma alla loro scomparsa questo sentimento si è trasformato in lacrime quando ho cominciato a realizzare che non c’è successione alla loro maestria, credo siano stati la ricchezza e l’affossamento al tempo stesso della nostra cultura e finanze.
Sono sempre stato molto critico verso la figura del regista in Italia. che è molto giovane essendo nata all’inizio del secolo scorso, al contrario di altri paesi però possediamo una tradizione attoriale che ha insegnato alla culture di altri paesi, basti pensare a Stanislavskij che ha elaborato il suo metodo osservando proprio i mattatori italiani, si deve perciò ricominciare dalla figura dell’attore che deve essere libera da quella dittatoriale del regista e questo è l’atteggiamento più rivoluzionario che si possa adottare nel teatro di oggi, ancora di più dell’avvento delle nuove tecnologie che meritano di essere accolte solo se portano nuove idee, in caso contrario non le ritengo il fulcro per un uovo teatro.





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