La Storia è importante conoscerla per fare in modo che non si ripeta. E’ un’affermazione sacrosanta, in cui è giusto credere e per cui è necessario lottare. Eppure, gli avvenimenti degli ultimi giorni sembrano togliere smalto e luminosità a questo proposito. Liliana Segre protetta da una scorta in seguito alle continue minacce rivoltele nelle ultime stetimane è un atto che dimostra quanto poco l’Italia abbia imparato da quella Storia che non le rende alcun merito. C’è bisogno di una scossa, servono piccoli passi per ripartire, ed uno di questi è un docufilm distribuito da Nexo Digital che arriva in sala l’11, il 12 e il 13 novembre: #AnneFrank – Vite parallele di Sabina Fedeli e Anna Migotto.

Si tratta di un film costruito su tre livelli – tre strade parallele – che pur non incontrandosi mai trasportano il comune obiettivo di “creare memoria”, e di rinfrescarla a chi le ha lasciato prendere troppa polvere. Alla base troviamo il Diario di Anna Frank, letto dal premio Oscar Helen Mirren, che è anche la voce narrante del film. Seguono i ricordi e le testimonianze di cinque donne sopravvissute ai campi di concentramento. E infine arriva il presente, raffigurato da una ragazza che si mette in cammino sulle tracce di Anna Frank in un viaggio fatto di scoperte e di post sui social media che riportano in tempo reale emozioni e dati storici che è sempre bene aver presenti.

Anne Frank e sua sorella da bambine
Fedeli e Migotto vogliono sensibilizzare, far ricordare, aiutare a capire, e cercano di farlo nel modo più dinamico possibile, evitando ogni sorta di didascalismo inopportuno. Il loro docufilm non è solo mera testimonianza, vuole anche essere un’esperienza visiva, oltre che un viaggio della coscienza. Non a caso la narrazione e la lettura di Mirren vengono riprese tra quattro mura che non son quelle di una stanza qualsiasi, bensì quelle di una fedele e realistica ricostruzione della stanza di Anna Frank nel rifugio di Amsterdam in cui lei e la sua famiglia sono rimasti nascosti per anni, realizzata all’interno del Piccolo Teatro Strehler di Milano. Le parole di Anna, i suoi oggetti, il magnetismo di un’interprete di rara eleganza attraggono lo spettatore e lo fanno entrare in quella stanza.

La stanza di Anne nel backstage
Solo una volta in contatto con Anna, raggiunto l’obiettivo di rendere ancora più incisivo e penetrante uno scritto che ogni individuo dovrebbe aver letto almeno una volta in età adolescenziale, si è pronti ad affrontare il racconto in prima persona di Sarah, Helga, Andra, Tatiana ed Arianna, e quelle dei loro nipoti che, con commuovente trasporto, raccontano fino a che punto si sono spinti pur di diventare loro stessi veicoli di una memoria che deve tramandarsi, integra, di generazione in generazione. Superati questi primi due “livelli di visione esperienziali” si è pronti a seguire il viaggio nei luoghi della memoria: un percorso inverso – alternativo – nella vita di Anna Frank e delle altre vittime che hanno condiviso il suo stesso destino: da Bergen Belsen si torna ad Amsterdam, fino a quell’appartamento sul retro le cui stanze sono rimaste vuote, ma che l’immaginazione, il racconto e la conoscenza sapranno colmare.

Le vite parallele di Anna e delle cinque testimoni ricostruiscono le atrocità della deportazione e della vita in campo. Fedeli e Migotto lasciano che la realtà venga a galla senza porre alcun filtro. Lavorano perché siano le bambine a parlare, le creature strappate alla loro infanzia, costrette a diventare adulte prima del tempo, umiliate, spersonalizzate, torturate, e poi sopravvissute. Anna Frank credeva nel futuro, in quello che il mondo avrebbe avuto in serbo per lei una volta finita la guerra. Anna voleva lasciare un segno e ci è riuscita; il suo diario – il suo testamento, come dice Helen Mirren – è il suo regalo al mondo, a quei milioni e milioni di adolescenti che come lei vorrebbero solo vivere la loro esistenza al meglio. Ma il coraggio di Anna non è stato riposto solo su carta, il coraggio di Anna è in un sorriso che una delle testimoni si è vista rivolgere sulla porta di una delle baracche di Bergen Belsen, è entrato in lei ed ha dato origine ad una lunga, instancabile e sempre combattiva staffetta che arriva fino allo spettatore – e in qualche modo fino a me che scrivo questa recensione.
#AnneFrank – Vite parallele scava nell’intimità con rispetto. Valorizza l’emotività, trasforma la fragilità del mettersi a nudo in una significativa prova di appartenenza, in un atto che oggi è più militante di qualunque dichiarazione politica. In un mondo che cambia e che sovverte l’equilibrio che dovrebbe essere alla base di una società civile, anche andare al cinema è una presa di posizione. Vedere per ricordare, vedere per non negare, vedere per schierarsi in favore dell’umanità e dei suoi diritti.






Lascia un commento