
Disponibile su Youtube Senso, un film del 1954 diretto da Luchino Visconti, con Farley Granger e Alida Valli quali interpreti principali. Assistenti alla regia furono Francesco Rosi e Franco Zeffirelli, entrambi all’epoca quasi all’inizio della carriera. Il film è tratto da un omonimo e breve racconto di Camillo Boito, parte di una «bella antologia di novelle intitolata Il maestro del Setticlavio» pubblicata a cura di Giorgio Bassani, presso l’Editore Colombo di Milano. Quali interpreti di Senso Visconti aveva pensato a Ingrid Bergman e Marlon Brando, ma questa sua idea non poté essere attuata. Quanto agli altri attori principali, oltre a quelli che da tempo lavoravano nel cinema o nel teatro con Visconti, come Rina Morelli o Massimo Girotti, vi fu la presenza della giovanissima Marcella Mariani, eletta “Miss Italia” 1953 a Cortina e che poi perirà tragicamente nel 1955 in un disastro aereo. A fronte delle tante difficoltà e ostilità incontrate, Senso ebbe una «rivincita al botteghino» dato che il film riscosse presso il pubblico un lusinghiero successo, incassando 628 milioni di lire. Risultò in tal modo in ottava posizione nella classifica dei film italiani prodotti nell’anno 1954. Campione di incassi per quell’anno risultò Ulisse di Mario Camerini, con un incasso di un miliardo e 800 milioni seguito da Pane, amore e gelosia di Comencini, che sfiorò il miliardo e mezzo.
Trama
Venezia, 1866. La nobildonna Livia Serpieri si innamora del tenente austriaco Franz Mahler e ne diventa l’amante. Il cugino di Livia, un patriota, consegna alla donna i fondi necessari all’insurrezione, ma lei li dà a Franz per corrompere un medico. Quando però raggiunge l’amante a Verona, lui la respinge. Livia allora lo denuncia come disertore.

Senso provocò un’accesa discussione nell’ambiente cinematografico dell’epoca. Guido Aristarco e Luigi Chiarini svilupparono sulle pagine del quindicinale Cinema Nuovo un lungo dibattito, il cui nodo del contendere fu, come in molti altri casi in quegli anni, il neorealismo. Mentre Aristarco sosteneva l’opera di Visconti come una maturazione «dal neorealismo al realismo» mettendone in evidenza il gradimento del pubblico, Chiarini la criticava per essere soltanto «uno spettacolo, seppur di altissimo livello, ma che rappresenta un’aperta contraddizione col neorealismo», quindi disattento alla realtà. La polemica fu col tempo ridimensionata. Lino Micciché la giudica «di puntigliosa asprezza inversamente proporzionale alla sua utilità» e Di Giammatteo la ritiene una «discussione abbastanza inconcludente nella sua astrattezza», anche se Bruno Torri, tuttavia osserva come tale contrasto illustri il clima culturale del tempo e quindi «per quanto datato, ancora oggi può essere proficuamente ricordato».
Su Senso esiste una letteratura critica enorme. E in effetti nessuna opera sul cinema – italiano e non solo – ha trascurato di parlarne. Lo stesso regista è più volte intervenuto con dichiarazioni e commenti. «È un film romantico – dichiarò – vi traspare le vera vena dell’opera italiana. I suoi personaggi fanno dichiarazioni melodrammatiche». In un’altra occasione egli accentuò più l’attenzione sul dato storico: «Quello che mi interessava era raccontare la storia di una guerra sbagliata, fatta da una sola classe e che fu un disastro».

Tutti i commentatori hanno comunque messo in evidenza la novità di Senso rispetto ai film precedenti di Visconti. «Visconti – è scritto ne Il Cinema. Grande storia illustrata – abbandona per la prima volta la gente povera, gli sfondi populistici per scegliere personaggi e ambienti in quel mondo aristocratico da cui proviene ed al quale, malgrado ogni distanziamento critico, si sente legato. Non si tratta quindi di un rifiuto del Neorealismo, ma di un modo diverso di affrontare la realtà senza perdere di vista i grandi motivi ricorrenti della tormentata evoluzione della società italiana». Anche secondo il critico Renzo Renzi, Senso «segna comunque il primo vero, “ritorno a casa” del suo autore, dopo quei tre viaggi nell’”altro da sé” dei film precedenti. A casa, cioè, nel proprio ceto di origine». Analoga la visione di Brunetta, secondo cui «l’anima populista, a cui pure Visconti aveva dato ascolto, tace per lasciare posto alla rappresentazione di un mondo nei confronti del quale egli prova al tempo stesso un doppio sentimento di attrazione e repulsione».
Dal punto di vista storico «quello offerto da Visconti è il primo quadro cinematografico di un Risorgimento non retoricamente rievocato, non scolasticamente rappresentato, visto come rivoluzione mancata o “tradita”». Pur non essendo l’unico film storico di argomento risorgimentale prodotto in quegli anni (erano usciti nel 1953 Il brigante di Tacca del Lupo di Germi e nello stesso anno 1954 il poco fortunato La pattuglia sperduta di Piero Nelli), Senso è tuttavia, come ha scritto Spinazzola «il primo autorevole esempio di “superspettacolo d’autore”, una formula che ebbe parte decisiva, in bene e in male, nella rinascita del cinema italiano nel biennio 1959-60».







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