Christian Spaggiari è un regista che sin da Come in terra così in cielo, nel 2014, aveva manifestato un desiderio di investigazione nel campo dei sentimenti umani, sulla colpa, il riscatto e la ricerca di una propria spiritualità. Già in questo primo film le vite umane si intrecciavano e tessevano destini, sui quali, anche grazie a immagini dai tempi e angolazioni non usuali, incombeva un senso di pietà profonda.

La Rugiada di San Giovanni racconta un episodio storico reale che ha riguardato la piccola frazione di La Bettola, al confine tra i comuni di Vezzano sul Crostolo e Casina, nell’Appennino reggiano. L’eccidio della Bettola fu un famigerato crimine di guerra nazista accaduto il 24 giugno 1944, durante il quale vennero uccisi più di trenta civili.
La notte di due giorni prima, un gruppo di partigiani era sceso dal bosco allo scopo di far saltare un ponte strategico, missione andata male. Il mattino successivo la vita degli abitanti della zona, per la maggior parte sfollati dalle città, in cerca di luoghi lontani dai centri nevralgici della guerra, dopo un breve interrogatorio da parte dei soldati tedeschi, era ripresa normalmente. Tra di loro i Predieri, che vivono all’interno della locanda e Rosa, una donna il cui marito è disperso in guerra. Nella casa di fronte la famiglia Prati e la famiglia Spadacini. Il loro quotidiano è scandito da semplici rituali paesani e contadini: le cure domestiche, la vita nei campi, i panni da lavare. Ma anche le chiacchiere alla locanda, davanti a un bicchiere di vino e i momenti spensierati di confidenza e racconti, di canti popolari di donne, e qualche tentativo, da parte dei ragazzi, di vivere la propria età, nonostante la morte incomba e li circondi.

Il 24 giugno infatti è data del solstizio d’estate e a Parma e provincia è tradizione festeggiare. Le ragazze raccolgono, attraverso dei teli stesi nell’erba, quella rugiada mattutina che si dice sia magica e che, secondo antiche tradizioni, possa guarire da tutti i mali e portare salute e felicità. Ma non c’è nulla di umano nella guerra e niente di spirituale nell’uomo quando si lascia andare alle bassezze più efferate.
La stessa sera infatti i partigiani tornano a La Bettola per cercare di portare a termine la loro azione bellica: quel ponte deve saltare. Scoppia uno scontro a fuoco, alcuni soldati tedeschi restano uccisi. Poche ore dopo un gruppo di nazisti arriva alla piccola comunità allo scopo di sterminare barbaramente tutti i suoi abitanti, presunti collaborazionisti dei partigiani. Vecchi, donne, perfino bambini – tra i quali, da fonte storica, anche Piero Varini, un bambino di diciotto mesi, consegnato dalla madre ai soldati sperando che venisse risparmiato, che fu gettato nel fuoco ancora vivo – furono trucidati nel giro di poco tempo. Qualcuno si salvò, si nascose, fuggì ferito per i campi. In 32 morirono.

Il regista, grazie ad un cast riuscito (tra i tanti: Ivana Monti, Paola Lavini e Giuseppe Sepe, già fattosi notare ne L’Ultima Notte di Francesco Barozzi), punta molto sui sentimenti e sul senso di straniamento e incredulità che ha l’arrivo improvviso dell’orrore all’interno della comune vita familiare. In questo modo La Rugiada di San Giovanni, che evita retoriche didascaliche, diventa una testimonianza preziosa di ciò che non si deve mai dimenticare: non esistono buone ragioni che giustifichino la perdita della propria umanità.

E poichè il male non ha nazionalità ma nasce dall’ottenebramento della coscienza, un piccolo episodio compassionevole da parte di un soldato tedesco ribalta il fatto storico del bambino bruciato vivo – nel film non riportato alla lettera – e illumina quell’alba del 24 giugno con una tenue luce rosata, intrisa di molto sangue ma mitigata da un bagliore di fratellanza.






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