Migliaia di anni fa l’unione delle forze di Amazzoni, Atlantidei, divinità greche, Lanterne Verdi e uomini respinse la terribile minaccia di Steppenwolf e dei suoi Parademoni, scesi sulla Terra per conquistarla. Nella ritirata, il demone lasciò sul pianeta le tre “scatole madri”, fonti di un potere avanzato e incontrollabile, talmente potenti da dover essere nascoste dai rispettivi popoli in luoghi sicuri e ai più sconosciuti. Con la scomparsa di Superman, protettore della Terra, le scatole madri si risvegliano. Steppenwolf è pronto a riprenderle per ultimare il suo piano. La Justice League è decisa ad impedirglielo.

Ancora un altro appello per un filone cinecomics che fatica immensamente a carburare di capitolo in capitolo. Con il concreto rischio di essere ulteriormente bocciato, il franchise DC gioca la sua carta più importante portando su schermo sei dei suoi superheroes di punta. Wonder Woman, Batman, Superman, Aquaman, Flash e Cyborg condividono la stessa pellicola e si spalleggiano a vicenda per risollevare le sorti del brand, benché per Flash, Aquaman e Cyborg sia ancora in cantiere un film “dedicato”, al contrario di quanto avvenuto per gli altri eroi principali. Ciò non impedisce ai più “piccoli” di ritagliarsi un ruolo interessante, spesso capace di essere ben più efficace dell’opaca prestazione dei “big”.
Fin da subito ci si accorge delle incertezze alla regia, altalenante e intermittente. Il lutto familiare che ha costretto Zack Snyder ad abbandonare la direzione del film ha lasciato il posto per la post-produzione (e il discutibile reshooting di alcune scene) a Joss Whedon, che di supereroi si era già occupato con Avengers ed il suo seguito, Age of Ultron. La dissonanza stilistica è evidente, palese, ed è forse il sintomo più alto di un film che manca di amalgama in moltissimi dei suoi aspetti. D’impatto (nel senso più negativo possibile) il lavoro di CGI sui tanto chiacchierati baffi di Henry Cavill: l’interprete dell’eroe di Krypton ne esce con un’espressione facciale gonfia ed assolutamente innaturale.
L’amalgama, appunto. Justice League soffre tremendamente il miscuglio di eroi maldestramente costruiti. Il fatto che le precedenti avventure cinematografiche degli eroi DC non siano state positivissime è ulteriormente aggravato da ruoli che, in questo film, si limitano al minimo sindacale. Al di là della freschezza di un piacevole Flash (tutt’altro che semplice specchio della sua controparte Marvel/Fox Quicksilver) e di qualche apprezzabile siparietto di Aquaman, la caratterizzazione di Cyborg non è pervenuta così come è latitante una prospettiva di spessore sulle punte di diamante della Justice League of America. La mancata valorizzazione dipende anche da una gestione delle scene che non fa nulla per rendersi memorabile: non si pretende l’ “indimenticabile”, ma almeno la capacità di esaltare scene potenzialmente epiche che, forse anche per l’assenza di Snyder, risultano scialbe e spente, prive di qualsiasi mordente.
Justice League intrattiene, ha un discreto comparto sonoro (e anche apprezzabili musiche) e rompe la tradizione “solenne” dei suoi predecessori. Provando ad essere un punto di raccordo tra la pomposità di Batman v Superman e il “cazzeggio” di Suicide Squad, finisce per essere un ibrido amorfo e privo di personalità. Le due ore scorrono in scioltezza, consacrando Justice League come il film del nuovo DCU più in grado di intrattenere come praticamente nessuno dei predecessori era riuscito. Quel poco di spina dorsale che si era cercato di donare all’universo narrativo con i precedenti capitoli sembra essere però svanito, sacrificato sull’altare della mediocrità cinematografica.






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