The Silent Man è un film che affronta una tematica tanto cara agli americani, lo scandalo Watergate, da un punto di vista diverso dalle altre pellicole più o meno famose che hanno trattato questo argomento.
Non ha riscosso il successo sperato, soprattutto in America, solo perché uscito a pochi mesi di distanza dall’acclamato The Post di Steven Spielberg, che tratta lo stesso tema ma dal punto di vista del giornale che in quegli anni pubblicava le informazioni trafugate dal Bureau.

Gli anni Settanta in America hanno lasciato il segno. Il discusso presidente Nixon si preparava per il secondo mandato, ma lo scandalo Watergate, chiamato così per il nome dell’hotel dove alcune spie fecero irruzione per organizzare delle intercettazioni illegali, lo ha costretto alle dimissioni.
L’FBI è sempre stata nota per la sua integrità apolitica, e finché è stato al comando J Edgar Hoover, questa integrità è stata difesa e mantenuta. La morte di Hoover nel 1972 però, dopo 48 anni di servizio a capo dell’agenzia federale, sconvolge l’istituzione e mina le basi su cui si era poggiata per tanto tempo.
Mark Felt (Liam Neeson), vicedirettore e braccio destro di Hoover, pensa di succedere al suo predecessore essendo, come lui, rigoroso e fedele alla causa, ma la posizione viene occupata da Pat Gray, un uomo profondamente legato alla Casa Bianca. Per la prima volta il potere politico riesce ad infiltrarsi nell’agenzia che conserva tutti i segreti delle persone più potenti d’America.
Felt, che comincia ad accorgersi dell’intromissione della politica al Bureu quando vede che il nuovo direttore vuole insabbiare il caso Watergate, decide di rivendicare l’autonomia della sua agenzia e comincia una lotta dietro le quinte trasmettendo informazioni importanti a un giornalista del Washington Post. Rimasto nell’anonimato fino al 2005, quando decide di venire allo scoperto attraverso un’intervista a Vanity Fair e alla pubblicazione della sua autobiografia un anno dopo, il suo agire per anni nell’anonimato gli fa guadagnare, tra i giornalisti, il soprannome di “Gola profonda”. Nonostante in molti all’interno dell’FBI avessero capito che c’era lui dietro la fuga di notizie, non lo rimossero mai dall’incarico perché era un uomo potente che sapeva troppo, e un’ulteriore dispersione di dati avrebbe potuto far crollare il velo che nascondeva informazioni delicate per il bene pubblico.
Peter Landesman da giornalista investigativo diventa sceneggiatore e poi regista, e conThe Silent Man lo vediamo alla sua terza esperienza alla regia di film tratti da storie vere. Ha scelto un approccio caratteristico questa volta, per distinguersi dagli altri che hanno trattato lo stesso tema, e ha colto nel segno. A causa della particolarità della struttura del film volutamente anti-scenografico probabilmente rimarrà una pellicola di nicchia, più per appassionati cinefili che per le masse ma è indubbiamente un film da vedere.
Insieme a The Post e allo storico Tutti gli uomini del presidente, The Silent Man completa il trittico della narrazione dello stesso tema affrontato da 3 punti di vista diversi, quello dei giornalisti, della cerchia ristretta di Nixon e dell’informatore dell’FBI.
La fotografia è quasi tutta in penombra, incorniciata dal grigiore del fumo delle sigarette e la cupezza degli ambienti. Questo, insieme ai lunghi dialoghi e all’assenza di scene madri che possano dare una scossa alla narrazione, è l’ago della bilancia tra gli amanti del genere e coloro che da ciò che è stato mostrato dalle anteprime si aspettavano di più.
Liam Neeson ci regala un’interpretazione perfetta. La sua professionalità si trasforma nella solennità che il personaggio richiede. Uomo impostato e inflessibile che anche solo dall’aspetto riesce a trasmettere il suo potere e la sua sete di giustizia.
Con questa pellicola, il giornalista che è in Landesman vuole mostrare come l’FBI dovrebbe lavorare, ovvero in maniera distaccata e indipendente dalla politica, perché deve poter indagare senza ostacoli anche sulle minacce alla democrazia che potrebbero arrivare dalla Casa Bianca.
Il suo obiettivo infatti non è raccontare cosa è successo, perché questo ormai è di dominio pubblico, ma descrivere il più fedelmente possibile il come, e per farlo deve servirsi di questa narrazione priva di azione e ricca di dialoghi.
Poco spazio viene dato alla storia della figlia Joan, interpretata da Maika Monroe, che invece per Felt è stata una vera e propria battaglia parallela alla sua ricerca di giustizia. Poco più che adolescente scappa di casa con degli hippie ribelli e dediti ad alimentare sommosse, e Felt non smette di cercarla nonostante le vicende del Watergate lo tengano molto impegnato.
Così come per la figlia, anche la moglie Audrey, interpretata da un’impeccabile Diane Lane, rimane un personaggio di contorno senza mai emergere del tutto.
Prodotto da Ridley Scott, The Silent Manè un thriller politico ben fatto che ha come obiettivo quello di insegnare e non di intrattenere.






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