1998. Ci troviamo a Nalchik, nella Cabarda-Balcaria, repubblica della Federazione Russa nel Caucaso settentrionale che conta circa duecentomila abitanti e nella quale si trovano i Cabardi e i Balcari, entrambe popolazioni di religione musulmana, ma anche una piccola comunità di Ebrei, “Ebrei del Caucaso” o Juhuro.
La comunità ebraica sopporta il clima di diffidenza esibita dalla popolazione più numerosa di credo musulmano, atteggiamenti che stanno stretti alla ventiquattrenne Ilana (Darya Zhovnar), che lavora come meccanico insieme al padre e cerca di difendere la sua identità che lei vuole lontana dal modello materno, indossando la sua salopette rossa e con il libero amore appassionato nei confronti di un cabardo che la sua famiglia mal digerisce. A poche ore dalla celebrazione del fidanzamento di suo fratello minore David, quest’ultimo viene rapito assieme alla promessa sposa Lea. Il prezzo del riscatto è elevato e la famiglia non ha i soldi necessari: nonostante la gravità della situazione, invece di recarsi alla polizia, padre e madre domandano a Iliana di sacrificarsi per permettere a David e a Lea di salvarsi. Ilana tenta strade alternative, dapprima ricevendo la protezione della comunità ebraica che si offre di trovare i denari, poi però i conflitti interni si amplificano e il clima di tensione esplode.

Closeness è l’interessante opera prima dell’all0ra ventisettenne Kantemir Balagov, allievo di Aleksandr Sokurov, che attraverso la messa a nudo delle tensioni di un’enclave, ha conquistato i consensi a Cannes 2017 con un dramma senza compromessi – reso inesorabile anche dalle tinte poco luminose e dal piglio energicamente rabbioso – sulla chiusura sociale, familiare e culturale che circonda e permea la famiglia ebrea Koft e chi la circonda.
Una dimensione di accerchiamento esistenziale evidenziato dal formato 4:3 e dall’uso persistente del piano ravvicinato, da un tono di urticante che si alterna a momenti più contemplativi, per rendere la comprensione della dura realtà patita in una comunità nello stesso momento in cui in Cecenia è in corso ancora la guerra (all’epoca dei fatti, il regista era ancora un bambino). Il dramma dentro il dramma storico, trova l’avvio nel rifiuto della comunità ebraica di rivolgersi alle autorità locali, per un senso di attaccamento alle loro tradizioni e alla loro unità che significherà l’inferno per la famiglia e i suoi membri.

La ribellione era già nel sentire di Ilana, che rifiutava di unirsi a un ebreo come avrebbe voluto il matrimonio combinato della famiglia, rifiutando la purezza virginale richiesta per le giovani in età da marito, iniziando una relazione con un membro della comunità cabardita che per molti versi è simile a quella ebraica.
Nel fare uso con sobrio orgoglio della povertà di mezzi, Closeness porta note di melodramma familiare in un denso clima di ambienti ebrei russi legati con pesanti fatiche a tradizioni che si vogliono superare. La bellezza del film è nella capacità di rendere la sofferenza e il senso materico, ruvido e liso, di un dramma a quattro, composto da un padre, una madre, una figlia e un altro figlio, promesso sposo e rapito che raffigura il figliol prodigo atteso.
Ma è Ilana la vera protagonista, e nei suoi ventiquattro anni è una splendida ragazza selvaggia che cerca di liberarsi delle strettoie del suo mondo scavalcando le regole imposte. Testarda, energica, euforica, assetata di vita e d’amore, rifiuta la logica della tribù e veste come un maschiaccio con jeans e un maglione stropicciato. Non le interessano le norme (anche esteriori) della vita ebraica che invece riguardano il fratello minore, pronto a sposarsi. Quest’ultimo è il solo per il quale la famiglia si mostra disposta a perdere tutto, perfino l’amore di loro figlia, pur di salvarlo.
Il 1998 in cui si ambienta il racconto, vede finire l’era di Eltsin, e iniziare quella di Putin. Il Caucaso è territorio di massima temperatura incendiaria per via della guerra d’indipendenza cecena, dove la controffensiva russa riporterà i ribelli sotto il controllo di Mosca. A margine di queste lacerazioni, anche le tensioni dentro la comunità ebraica determineranno cambiamenti.
Calato nella profondità dei vissuti, il racconto di Bagalov è uno straordinario lavoro di scavo sulla sopravvivenza di un’identità corrosa dal conformismo e dagli squilibri enormi che circondano Ilana, la quale vive il rapimento del fratello come la sconcertante situazione purtroppo diffusa al termine dei caotici anni Novanta, dove gli ebrei erano spesso il bersaglio della razzia. La polizia corrotta ed inefficiente assiste senza intervenire, l’unica soluzione è pagare il riscatto, ma l’aiuto della comunità e la decisione di padre di David di vendere tutto non bastano. A Ilana viene chiesto di sacrificarsi e il suo amore con il ragazzo islamico inizia a risentire del clima di radicalizzazione.
In questo cinema tesissimo, in cui le rivelazioni sono di continuo rinviate e le svolte narrative rimandate, Bagalov mostra la consapevolezza espressiva ammirevole di un autore, che preferisce concentrarsi sui suoi personaggi evitando l’affresco ambientale ad ampie pagine, ma lascia intuire e suggerisce quando non mostra, rendendo poi agghiacciante il clima come nel video in cui si mostrano i guerriglieri ceceni mentre tagliano la gola ad alcuni russi prigionieri. Il punto di vista è insolito, trattandosi di un microcosmo come filtro per uno scontro di civiltà, ma le visuali scomode e ubique attraversano il film, come la sequenza di sesso offerta da una prospettiva che rispetta il pudore della protagonista che si concede unicamente per conservare la sua libertà.
Angolazioni e punti di vista ribaditi dalle scelte estetiche, dal formato 4:3 alla musica tradizionale ai titoli di testa artigianali che evitano qualunque moda. Nel ribadire una riflessione sul presente, pur rimanendo a distanza di oltre vent’anni dai fatti, Balagov, allievo di Sokurov alla scuola di cinema creata all’università di Nalchik, struttura il suo film tra lo stare appresso e il guardare da lontano, facendo balneare le regole di un mondo chiuso che risucchiano la vita di Ilana condannandola ad un destino già scritto in quella prima immagine soffocante in cui la ragazza è scorta dalla botola dell’officina, senza luce e con pochissima aria, a guardare una vettura che rappresenta un lavoro solitamente per soli uomini.
Nel rapporto con gli spazi, Balagov studia i suoi personaggi senza freddezza, non posandosi su di loro con giudizi di maniera, ma ne cogli i gesti, i modi in cui Ilana si rivolge agli altri personaggi, ad esempio negli sguardi bloccati o nelle posizioni che caratterizzano il rapporto con la madre, occasioni ripetute di abbracci negati che ribadiscono un bisogno d’amore continuamente tradito. E Bagalov, rendendoci testimoni vicini e al contempo distanti del vissuto di Ilana, con le inquadrature strette ci fa sentire dentro e, appena un istante dopo, fuori dalle immagini: noi come Ilana sentiamo il bisogno di quell’abbraccio che viene a mancare.
In un’idea radicale di cinema come prossimità e distanza, Bagalov filma il dolore ma nega l’urlo, inquadra le vene tese del collo che sembrano sul punto di scoppiare poi ci tiene in pugno espressivamente (e controlla la narrazione) concludendo il film con la voce spezzata di Ilana che riceve troppo tardivamente l’abbraccio di una madre dolente. Quest’ultima ha scelto di trasformare il suo amore in potere e al suo cospetto non rimane che il vuoto, la straziante assenza di qualcuno da amare.
Proposto con entusiasmo nel 2017 a Un certain regard e approdato soltanto ora nelle sale, Closeness (Tesnota in lingua originale) è visionabile proprio quando il suo regista ha ormai bissato il successo a Cannes 2019, ricevendo il premio della regia (presieduta da Nadine Labaki) nella sezione “Un certain regard” per l’opera seconda Beanpole – Une grande fille.




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