Todd Philips realizza con Joker la sua regia più ambiziosa: in bilico tra il grottesco e il surreale, intende dare corpo alla realtà del suo tempo in maniera più dichiarata rispetto ai precedenti lavori ispirati al personaggio anti-Batman per antonomasia, i film di Nolan e di Burton diversamente devoti all’iconografia del fumetto. Modelli con cui il personaggio interpretato da Joaquin Phoenix non sembra voler innescare il confronto, trattandosi, nel caso del film premiato con il Leone d’oro a Venezia, di un racconto tragico sul disagio che si discosta con malcelata evidenza dall’universo DC Comics o Marvel.
Il realismo infernale viene direttamente dall’estetica anni Settanta, con Martin Scorsese un po’ pretestuosamente in primo piano, a tal punto che il Joker di Phoenix s’imparenta a Travis Bickle di Taxi driver, mentre il candidato da uccidere questa volta non è un senatore ma un popolare presentatore televisivo che rappresenta la medietà e l’indifferenza, un individuo non a caso interpretato da Robert De Niro che permetterà al clown licenziato Arthur Fleck di diventare la sua nemesi e re per una notte, con l’efferatezza che la risata esasperata del personaggio lascia presagire lungo tutto il film come il ripetuto avvertimento di un sociopatico.
Nel corso del racconto di 122 minuti, l’efficace ma moralistico film di Todd Phillips presenta innegabili motivi di interesse e qualche nota stonata. Film del disagio psichico che sembra ereditare gli umori sporchi del cinema dei giustizieri degli anni Settanta, graduale trasfigurazione di un solitario abituato all’indifferenza di Gotham City (la grande città che nasconde chiaramente il nome di New York), Joker ci mette in allarme sull’immaginazione distorta di Arthur Fleck – reietto ai margini della società, clown triste che scopre la liberazione della violenza ed è il prodotto di un mondo di indifferenza e mancate cure mediche.
Il film plasma la sua innegabile scintilla visionaria sull’interpretazione ebbra di Phoenix, dimagrito di venti chili per la parte, che rafforza la visceralità di questo racconto della disperazione, liberando la follia nella convergenza di furore e allucinazione, sulle note di Frank Sinatra che canta That’s life e sancisce l’avvenuta trasfigurazione di un personaggio che si libera progressivamente del sorriso conveniente suggeritogli dalla madre come maschera sin dalla più tenera età (a lui, individuo povero, senza attenzioni e cure, il compito di accudire l’anziana donna, e in questo il film punta il dito sulla condizione di un’America priva di tutela per chi vive il disagio). L’indifferenza, l’emarginazione, sono combattuti da Jocker che vacilla nel delirio, con una risata che è un sintomo di disarmonia, mentre il film, che cerca e a tratti trova una sua originalità, non riesce ad evitare qualche momento poco plausibile o addirittura forzato, che nemmeno l’interpretazione eccellente del protagonista e la riscrittura fuori dai canoni del comic riescono completamente a far dimenticare.
Cionondimeno, il film, premiato a Venezia con la sorpresa di molti, possiede momenti visceralmente inquietanti: riporta alla New York della droga e della povertà, dei guerrieri della notte forse più che della problematica conflittualità scorsesiana. Sulla pelle di Phoenix è scritto il disagio della solitudine e dell’emarginazione. A lui giustamente i maggiori meriti dell’exploit, nel ritratto di sociopatia nascosta dietro una risata e dietro i silenzi causati dalle auto-censure, che trovano momenti spiazzanti negli scatti comici o aggressivi.

A livello strutturale il racconto presenta incongruenze ed effetti di banalizzazione. Lo sviluppo finale per cui la violenza del protagonista solleva una rivolta diffusa – come l’esito patologico di una contro-patologia latente nella collettività – è un pretesto per dire che Jocker innesca quanto già in embrione nella grande città della violenza sporca brutta e cattiva. La follia come spettacolo e la conclusione populista non ci fanno ridere di gusto pensando al possibile sequel, ma la drammaticità del personaggio resta abilmente resa dal suo protagonista, senza il quale il film difetterebbe della principale attrattiva.






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