Il fine settimana al cinema proposto dal critico Roberto Lasagna presenta due commedie con diverse sfumature, favolistica e horror-gore, insieme a una biografia sportiva. Tre titoli lontanissimi l’uno dall’altro ma di uguale interesse.
The Bra – Il Reggipetto
Regia: Veit Helmer. Interpreti: Predrag “Miki” Manojlovic, Denis Lavant, Chulpan Khamatova, Ismail Quluzade, Paz Vega. Durata: 90’. Paese: Germania, Azerbaijan, 2018
Veit Helmer, regista tedesco pluripremiato, con la sua favola poetica realizza un film senza dialoghi, ritornando a quell’arte che in tempi recenti ha avuto prove di successo con The Artist e Biancaneves. Non un film muto vero e proprio, The Bra – il reggipetto conduce in atmosfere alla Buster Keaton, soprattutto per la presenza del treno che influenza le vicende personali e per lo stralunato protagonista di questa vicenda surreale ridotta all’osso, mentre è poi la forma del racconto a fare la differenza. Ambientato in una landa di universo che non esiste più, il quartiere “Shangai” di Baku demolito poco dopo le riprese, il film ci presenta Nurlan, macchinista che vuole visitare ancora una volta il paese prima di andare in pensione. Durante la corsa, il treno raccoglie un reggiseno blu tra i fili della biancheria, così che Nurlan decide di restituirlo alla proprietaria, e per riempire il vuoto della solitudine affitta una piccola stanza e cerca la donna bussando ad ogni porta. I mariti notano l’uomo che insegue le loro mogli e la missione ossessiva obbliga il ferroviere a trovare metodi e creatività per convincere le donne a indossare il reggiseno. Attorno a lui le presenze diventano maschere di una rappresentazione alla Kaurismaki. Mosso come una piuma dalle musiche sempre presenti di Cyril Morin, il film vive di leggerezza e colori pittoreschi, in uno spettacolo che non ha nulla di morboso ma che, come in una favola, ha una morale e conduce a un risvolto a sorpresa quasi sussurrato, in una dimensione cinematografica che da noi aveva avuto come precedente la grazia del Maurizio Nichetti di Ratataplan. Tra le botte dei mariti e la presenza di un’infanzia costretta a vivere nell’indigenza assoluta, scorre la danza musicale di una comicità che ci fa pensare anche al cinema, tutto da rivedere, di un Jacques Tati. Il regista tedesco Veit Helmer è da tempo impegnato a realizzare film negli ex territori asiatici dell’Unione Sovietica. Questa volta ambienta il suo racconto in Azerbaigian, che è Absurdistan, e ha dichiarato di aver realizzato un film senza dialoghi perché per lui il parlato è un modo per raccontare storie non cinematografico. Non possiamo desimerci dal sottolineare come il rischio del suo metodo sia anche quello di un racconto favolistico e carino che può non essere digeribile per chi mal sopporti l’onnipresenza di toni vintage e di una evocazione anacronistica in cui l’innocenza dell’ossessione feticista lascia emergere un’indole e colori fuori dal mondo.
Per chi ama le favole e il cinema (quasi) muto.
Zombieland – Doppio colpo
Regia: Ruben Fleischer. Interpreti: Woody Harrelson, Jesse Eisenberg, Abigail Breslin, Emma Stone, Zoey Deutch. Durata: 99’. Paese: USA 2019
Non è un cinema raffinato Zombieland, ma la farsa si vuole gustosa. Lontano dalla politica di George Romero, Ruben Fleischer porta di nuovo in scena il suo team produttivo alla volta della Casa Bianca, sede del gruppo di resistenti al mondo di zombie che obbligano i sopravvissuti a stare sempre all’erta. E’ il clima affiatato del gruppo a diffondersi con spirito ironico tra lo studio ovale e la camera da letto di Lincoln, con Columbus che vorrebbe portare a nozze l’evitante Wichita mentre Tallahassee pensa di legarsi a Little Rock, che invece vuole lasciare casa. Un’alchimia che è la conferma della squadra del film capostipite, qui sostanzialmente ripercorso come se si trattasse semplicemente di un nuovo episodio di una serie, con ospiti di della puntata tutti da gustare. Il tono è sempre quello diretto, autoironico, con l’originalità di non voler apparire in un horror quanto piuttosto in una commedia di sentimenti in cui, a fianco delle scorribande amorose, si profilano gli zombie, occasionalmente condotti in una successione di massacri ed effetti gore a piene mani, con il ritmo di un carillon. D’altro canto, gli zombie appaiono un po’ come dei disturbatori delle evoluzioni sentimentali, in questo ironicamente privati di alcuna sensibilità. Qui non si parla più di resistenza, il team ammazza gli zombie al suono di battute (più che altro freddure) dal suono mortifero e rimbalzato sui toni heavy dei Metallica. Per fortuna non siamo dalle parti di una spudorata copia del primo episodio e nemmeno del rimescolamento di scene già viste in altri contesti: se il tono è più o meno lo stesso del primo film, il riferimento alle serie TV e al cinema delle invasioni di morti viventi è metabolizzato con disinvolta allegria e dissacrata al punto giusto in questa giostra che guarda a The Walking Dead ma anche ai Simpson passando per Io sono leggenda. La squadra riconfermata di attori, regista, sceneggiatore e compositore, non dimentica nulla, nemmeno che i morti non muoiono….
Per chi ha l’anima nel gore.
Le Mans ’66 – La Grande Sfida
Regia: James Mangold. Interpreti: Matt Damon, Christian Bale, Jon Bernthal, Tracy Letts, Josh Lucas. Durata: 152’. Origine: USA 2019
Interpretato da Christian Bale nei panni dell’inglese Ken Miles e da Matt Damon in quwlli dell’americano Carroll Shelby, Le Mans ’66 è una storia americana classica di uomini con un rigido codice morale, che James Mangold propone nell’ambito del cinema sportivo, in due ore e mezza di preparazioni alle corse, ai dubbi e alle riflessioni che vedono arrivare la grande sfida tra le auto di Henry Ford II e di Enzo Ferrari. Vicenda già di per sé cinematografica, diviene metafora di quanto accade di continuo dietro le quinte, dove la corsa sembra simbolo della realizzazione cinematografica, sconto tra Major e tesa dialettica in cui scorrono il denaro, gli sponsor, le scelte che portano a sfide di coraggio, un ingrediente che non si compra né si inventa, sembra suggerire James Mangold, così come non hanno prezzo il sogno e la passione. Il regista costruisce un racconto adrenalinico che ci presenta dapprima Carroll Shelby, pilota nel ’59 della 24 ore di Le Mans, ora affetto da una grave patologia cardiaca e ormai dedito alla progettazione e alla vendita di automobili. Ma con lui lavora il collaudatore Ken Miles, vero talento della guida ma dal carattere ben poco diplomatico. Saranno loro a cogliere la sfida targata Ford contro Ferrari, per vincere una nuova 24 ore di Le Mans a bordo di una vettura interamente progettata insieme. Remo Girone interpreta Enzo Ferrari ed è un’immagine piuttosto stereotipata. Il migliore in campo è Christian Bale, che restituisce con Miles una figura ruvida e plausibile di pilota irascibile e per nulla malleabile (nella versione originale sfoggia anche un particolarissimo accento inglese), che porta avanti la sua vita complicata lanciandosi dietro il volante quando gliene viene offerta la possibilità. Mangold cerca di portare realismo nella sua epica, e di lasciare che lo spettatore si appassioni a quest’omaggio a chi possiede un talento tutto di sostanza e di sacrifici al servizio di sfide in cui c’è posto soltanto per la verità.
Per chi non puo’ fare a meno di “self-made men”.





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