Il regista e attore neozelandese Taika Waititi continua a intrattenersi con i meccanismi del cinema: dopo il mockumentary Vita da vampiro e il cinecomic Thor: Ragnarock, Waititi mantiene il suo segno anche in Jojo-Rabbit, per raccontare il nazismo attraverso il piccolo Jojo, di soli dieci anni e con un volto apparentemente felice come tanti nella baldanzosa e un po’ sospetta corsa con cui il film, aprendosi sulle note di una celebre canzone dei Beatles, annuncia la sonora presa in giro dei tempi storici rappresentati.

Nella Germania nazista, senza un padre a cui appoggiarsi ma con una madre pronta a farlo sentire amato (Scarlett Johansson, candidata per l’oscar come non protagonista), Jojo coltiva il senso del dovere e della nazione, rettitudine ribadita sui banchi di scuola e nel confronto con un amico immaginario con il volto e i baffi di Adolf Hitler. Si tratta di una copia smunta e in chiave di parodia del fuhrer interpretata dallo stesso regista Taika Waititi che denuncia così il suo intento di dileggiare l’orrore, divertendo senza riuscire a evitare toni un po’ edulcorati, che primeggiano nelle prime sequenze sino a quando il film riesce a seguire una direzione più definita (e meno superficiale) in corrispondenza con la messa a fuoco del punto di vista di Jojo, carattere che si svela non perfettamente allineato rispetto quanto richiesto al prototipo di giovane nazista. Jojo si rifiuta di uccidere un coniglio quando gli viene richiesto sul campo, non soltanto perché non è poi così coraggioso: sul suo volto non compare lo sguardo assetato di sangue che ci aspetteremmo nel nazista da manuale. Per questo viene chiamato “rabbit”, quando i riti di passaggio dei ragazzini sono crudeli ed impietosi, tra cui l’addestramento a tecniche di morte o l’apprendere a bruciare i libri. Quanto un incidente costringe Jojo a casa, scopre la presenza in soffitta di una ragazzina ebrea, tenuta nascosta con abnegazione dalla madre. Ne approfitterà per studiare la natura del “nemico” e finirà presto per innamorarsi di lei.

Con il volto candido di Roman Griffin Davis, Jojo Rabbit vola tra le note surreali di una commedia nera facendo pensare a classici come Vogliamo Vivere di Ernst Lubitsch (1942) e Il grande Dittatore di Charles Chaplin (1940), liberando colpi d’ironia e scompostezza – ad esempio in un Sam Rockwell che si scopre generale fantoccio di Aldolf Hitler ma anche disposto ad aiutare Jojo – e sorprendendo soprattutto in alcune scelte espressive, come l’impiego della canzone dei Beatles (I wanna hold your hand, tradotta in tedesco) che accompagna i titoli di testa, o l’utilizzo di una musica del futuro per ridefinire i connotati della Storia, come avrebbe potuto fare Quentin Tarantino.

Estro e immaginazione al potere, anche in questo caso, offrono una patina surreale a un’opera che parte con un piglio un po’ esteriore e poi cresce, matura con il punto di vista di Jojo, tramite di un racconto in cui ci si rammenta che viviamo in un mondo dove persino l’orrore più sconcertante è stato sdoganato. Non ci si vergogna di incensare il fascismo o il nazismo e le generazioni dell’età di Jojo, non avendo conosciuto il dramma dello sterminio ebraico se non attraverso i libri di storia occultati o deformati, non percepiscono la realtà, e sono destinati così a subirla. Con il procedere del racconto muta la percezione che Jojo ha dei fatti e persino il suo rapporto con la caricaturale proiezione di Adolf Hitler si trasforma palesandosi come una presenza fatalmente manipolatoria e doppia.

Liberandosi del mostro, il pensiero di Jojo diviene finalmente libero, pur restando egli un bambino, che in quanto innamorato vive dei turbamenti e sperimenta le gabbie di chi, in un primo tempo, non se la sente di confessare alla sua amata che la guerra sia finita con la sconfitta della Germania (così facendo crede di poterla tenere ancora con sé). Poi la verità viene a galla, e con essa persino l’ammissione di aver mentito alla sua bella desiderata: maturazione di non poco conto per un bambino abituato a vivere nelle menzogne della propaganda. Il finale colmo di pathos innesta con delicatezza la canzone Heroes di David Bowie e compensa, sciogliendosi in un accenno di ballo propiziatorio, una certa programmatica spudoratezza che ha spinto il film lungo i confini del politicamente scorretto riuscendo tuttavia il più delle volte a non far crollare il racconto nel cattivo gusto.

Il regista con Jojo Rabbit si mette in gioco a più livelli a cominciare dall’interpretazione del mentore del protagonista, un Adolf Hitler che non fa mai veramente paura ma che appare piuttosto una figura patetica, spodestata dal piedistallo in cui il vero Hitler non mancava di porsi. Il rischio di rendere questa figura meno crudele e sinistra di quando non fosse nella realtà, è dettato dalla vocazione della farsa che qui scavalca la Storia e rende lo spettro di Hitler un fantoccio fastidioso. E’ stato scritto che un film come Jojo Rabbit banalizza il male. In realtà, il film tenta di declinare la drammatizzazione nella satira, che però non è sempre così efficace e dirompente, riuscendo meglio al regista (o forse interessandogli di più) il delineare la vicenda di fratellanza e amore tra i due giovani protagonisti, che scoprono attraverso le loro emozioni l’infondatezza del concetto stesso di razza, e con il loro racconto fanno crollare l’impalcatura secolare dei pregiudizi che rafforzano la divisione tra i popoli.






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