“Just Charlie. Diventa chi sei”
Just Charlie – Diventa chi sei, racconta tracce di vita di un quattordicenne che scopre il suo corpo, sente di essere una ragazza e vive il suo sentire di nascoso, truccandosi nei boschi o nelle ombre della sua abitazione, prendendo a prestito le vestaglie, le scarpe e gli ombretti della sorella più grande. Il disagio non si traveste ma appare tangibile, ed è tutto difficile per Charlie, a partire dal tentativo di declinare il nome nel femminile Charlotte, ma è difficile per chi gli è vicino abitare la differenza, accettare che Charlie si presenti in classe con una gonna, calze e ballerine, lui quattordicenne fragile il cui padre vorrebbe fosse un calciatore, come sperava di diventarlo l’uomo da giovane.

L’obbligo per tutti di affrontare la realtà sconta il limite della difficoltà ad accettare la differenza, il sentire altrui. Se Charlie sente di vivere in una gabbia, gli altri sentono di non essere realizzati, e la gabbia è un fatto mentale, prima di tutto. Attraverso la disforia di genere si comprende quanto possa essere complicato essere sorelle e fratelli del protagonista di un film in cui il disagio è raccontato con tatto e sensibilità, ma anche con credibilità e naturalezza, restituendo note vivaci a una scena emotiva che attraversa il confronto tra i sogni degli individui rendendo cocenti le differenze di situazioni, tra chi è insoddisfatto perché si tortura per non poter diventare Ronaldo e chi invece, come Charlie, si strugge nel poter essere realmente quello che egli è. Tra uno stato esistenziale nascosto dietro la maschera sociale, e chi s’incaglia in stereotipi comunemente condivisi, si snoda il dramma di questo film dalla regia vivace. Con musiche e note di avvolgente impalpabilità, il percorso di avvicinamento di Charlie alla sua vera natura è graduale ma diretto fino ad un finale a sorpresa.
Un film che esplora la bellezza e la semplicità di essere sé stessi.
Titolo: Just Charlie. Diventa chi sei
Regia: Rebekah Fortune
Interpreti: Harry Gilby, Scot Williams, Karen Bryson, Patricia Potter, John Draycott
Origine: Gran Bretagna, 2017.
Durata: 97′
“1917”
Introducendo il suo film nel nord della Francia, dietro una trincea che somiglia ad un fomicaio, Sam Mendes porta a compimento il suo racconto più teso e immersivo, un’esperienza di dramma e tensione, in cui la sensazionale fotografia di Roger Deakins (Burton Kink, Fargo, Blade Runner 2049) modula un flusso avvolgente che riconduce il tempo a un impassibile presente, vissuto a rotta di collo da due giovanissimi caporali, pronti ad ottenere un breve congedo per rivedere i propri cari, poi invece condotti verso un altro destino a causa di un ricatto morale. C’è infatti il presentimento di una trappola davanti allo scontro con la Germania che paventa una ritirata, e a Blake viene chiesto di correre per salvare anche suo fratello, coinvolto nel battaglione che si annuncia come vittima dell’imboscata. Lo accompagnerà il caporale Schofield, con lui a dar volto di sgomento ad un cinema bellico che non ha bisogno di eroi tronfi per raccontare le prigioni a cielo aperto di una scena che l’inesausto piano-sequenza include senza crogiolarsi nel marciume ma dipanando tempi serrati e dissipando i contorni dei luoghi e del pericolo, costante e dilatato nella prospettiva di una visione vibrante e a perdita d’occhio, dove la dimensione panoramica dello schermo cinematografico risuona come un’esperienza di resistenza della visione.

Ci sono momenti molto riusciti, brani come la sequenza rottura all’interno del villaggio francese di Ecoust dove le fiamme e le ombre fanno da sponda abbagliante alla corsa a perdifiato di Schofield nel colmo di fuoco di una battaglia in corso. Con 1917, Sam Mendes, nel raccogliere i ricordi di guerra del nonno, ripensa all’anno risolutivo per la fine del conflitto e compone un palpitante monumento visivo dedicato a due ragazzi qualunque, destinati all’oblio come tanti coinvolti nella Grande Guerra; li segue in una traiettoria scapicollante, disperata rincorsa e tentativo di equilibrio sopra un fiume gelido di morte. L’impressione, nei momenti meno coinvolgenti, è anche quella di trovarsi davanti a un prodotto studiato a tavolino per ingabbiare lo spettatore in una dimensione videoludica, complice la circostanza che il rigore di film come gli exploit bellici kubrickiani sono un lontano ricordo. Nemmeno qui, però, ci sono vittorie all’orizzonte, né dittatori da decapitare. Il tentativo di evitare la morte di 1600 soldati è l’unico movente di una regia che insegue con il realismo la sensazione di rendere ancora più concreta la percezione dell’assurdità di una guerra, attraverso un tour de force in cui la rappresentazione è impietosa lotta contro il fato e non soltanto frenesia iper-cinetica.
Dal regista di Revolutionary Road e Skyfall, un’immersione nella Grande Guerra che rammenta il grande cinema.
Titolo: 1917
Regia: Sam Mendes
Interpreti: George MacKay, Dean-Charles Chapman, Mark Strong, Andrew Scott
Origine: Gran Bretagna, 2019.
Durata: 110’.
“Figli”
La coppia composta da Valerio Mastrandrea e Paola Cortellesi interpreta una sceneggiatura scritta da Mattia Torre, che dopo averci tramandato l’universo di Boris, scrisse questa commedia che arriva al cinema postuma, a raccontare la vita di Nicola e Sara, affiatati e innamorati, che non vedono l’ora di poter crescere un secondo figlio. Hanno già una figlia di sei anni, e nell’attesa lui continua a occuparsi di salmoni, lei di simulare le visite dei NAS agli esercizi commerciali della capitale. All’arrivo del piccolo Pietro, il magico equilibrio si rompe, i genitori non sono più in grado di gestire la prole e la loro vita. Un film dove Sara e Nicola, Anna e Pietro, sono i quattro nomi di una famiglia, un’altra famiglia con i problemi di ogni famiglia. Apparentemente tutto scorre come in un quadro già visto. Ma in questo nucleo si annida l’epicentro di un sistema dove si incollano i vizi di un’Italia menefreghista e flaccida, sotto accusa nelle parole della madre Paola Cortellesi, che spiega come il potere economico sia ancora ben saldo nelle mani dei vecchi, nelle case abitate da racconti di terza età, tra esistenze trascinate con il telecomando in mano, tra gli umori di un polpettone che sazia e gonfia, mentre sul territorio del dissesto vince chi resiste, che poi non vince davvero ma almeno sopravvive, perché nel nostro paese ci si barcamena attaccati alle piccole cose, un passo alla volta senza strafare.

Per la coppia che scoppia, disagi e difficoltà a condividere i momenti intimi fuori delle mura di casa, si assommano alle critiche, via via sempre più scoperte, che gli insoddisfatti adulti rivolgono alle generazioni precedenti, responsabili del dissesto economico attuale. L’affiatamento dei due attori protagonisti, circondato da bravi comprimari, gioca la carta della complicità avvincendo, tra comicità e una nota di tristezza per il fatto che Figli sarebbe dovuto essere il terzo film da regista di Mattia Torre, poi realizzato da Giuseppe Bonito convocato per adattare con rispetto una sceneggiatura che quasi vent’anni dopo Casomai di Alessandro D’Alatri torna ad affrontare la lotta per la sopravvivenza di coppie (quasi) giovani in un paese dove sembra che tutto brami contro la sopravvivenza del nucleo familiare a dispetto di molta retorica qui brillantemente evitata.
La complità di Cortellesi e Mastrandrea per ragionare sulla crisi della coppia nel nostro paese.
Titolo: Figli
Regia: Giuseppe Bonito.
Interpreti: Paola Cortellesi, Valerio Mastandrea, Stefano Fresi, Valerio Aprea, Paolo Calabresi.
Origine: Italia, 2020.
Durata: 97’.






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